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ANGELUS APATRIDA – Cabaret de la Guillotine

11 giugno 2018

Ricordo che il giorno esatto in cui uscirono i Municipal Waste in molti sbroccarono di brutto: furono istantaneamente classificati come la migliore thrash metal band uscita dopo il Duemila, e ognuno di noi aveva il dovere morale di ascoltarli per forza. Personalmente mi ci sono impegnato a fondo, e credo che Waste ‘em All fosse un discreto toccasana per gli appassionati dei S.O.D. o dei D.R.I. di fine anni ottanta. Ma in realtà il giochino di riproposizione pressoché perfetta delle sonorità di quel preciso periodo è durato poco, e da The Art Of Partying hanno iniziato lentamente ad azionarmi un piccolo, impercettibile Moulinex dentro ciascuna delle palle. Che girava, e girava, e girava ancora. Quella storia dei Municipal Waste aveva superato ogni limite: sono bravini, sì, ma non esageriamo.

Motivo per cui, quando qualcuno se ne esce parlando di next big thing del genere che mi dovrei assolutamente ascoltare, io parto scettico un po’ per partito preso. Non vorrei avere a che fare con l’ennesimo gruppo carino, o che inizialmente fa il botto ma che in seguito non ha abbastanza carisma per reggere gli anni, o per farlo senza necessariamente diventare una fotocopiatrice inkjet. Ad aggravare la situazione degli Angelus Apatrida fu la frase con cui me li presentarono alla fine dell’anno del Mondiale: sono spagnoli e sono i nuovi Testament. Questo mio amico deve essere una sorta di chiaroveggente, poiché assomigliano molto più al gruppo di Chuck Billy oggi che non allora, in quanto avevano un bel po’ di speed metal in vena, ed avrebbero giocato a scimmiottare le chitarre dei Megadeth e pure la tipica voce del loro invasatissimo frontman perlomeno fino a Clockwork. La mia teoria era confermata: mai dare retta a chi ti consiglia un nuovo gruppo thrash metal, o comunque assecondarlo, perché probabilmente è una persona che andrebbe socialmente aiutata. Ma verrò smentito. 

I Municipal Waste in studio per le registrazioni di Slime And Punishment

Vi spiego in breve quello che è stato il mio processo di avvicinamento agli Angelus Apatrida, nel frattempo catturati con la rete a strascico dalla Century Media e, quindi, usciti di conseguenza a spallate dalla agghiacciante scena spagnola che, tolto un po’ di metal classico o di stampo folk (Dark Moor, Mago de Oz, Avalanch), mi ha sempre convinto che in casa nostra non siamo poi messi così male come si vocifera. Insomma, mi dimentico dei Tierra Santa e di un paio di death metal band di buon livello come gli Avulsed, ma il pensiero va più al cocido madrileño con i ceci! Tornando al discorso, quando uscì The Call gli Angelus Apatrida erano finiti in un altro calderone, non quello europeo ad alta competizione bensì quello delle produzioni standard e plasticone. Risolsero facendo suonare il successivo Hidden Evolution nella peggior maniera possibile, con etti di ovatta intorno alla batteria, che veniva a sua volta percossa con dei battipanni come quelli della nonna; ma la sostanziale differenza era il fatto che The Call mi era piaciuto, mentre il successivo spingeva troppo sull’acceleratore peccando però in anima e nella bontà del songwriting volta al portare a casa buone canzoni. Comunque gli Angelus Apatrida, finora, non avevano ancora scritto un brutto disco – considerando che il debutto Evil Unleashed, quello con cui me li avevano presentati come “i nuovi Testament” anche se sostanzialmente non era ancora così, consisteva nel più debole del futuro lotto.

Angelus Apatrida

Oggi gli spagnoli hanno realizzato un album con i controcazzi, e quando ho provato a dirlo a Ciccio la sua risposta è stata lo specchio della mia di dodici anni fa. Devo ancora capire se la tentazione malsana di scadere nel citazionismo sia un qualcosa di godurioso, o un aspetto in definitiva del cazzo, perché è un po’ alienante assistere a Downfall Of The Nation che inizia in pratica come A New Level dei Pantera, al fade-out di Ministry Of God in cui riecheggia quello epocale di Desperate Cry dei Sepultura, oppure all’avvio di One Of Us in cui i brasiliani fanno nuovamente capolino gridando insieme a tutta la Tribe, o Nation, “UMBARABABUMBAGUGUMBA!” per poi lasciare il posto a un thrash feroce, probabilmente il più tradizionale che troveremo nell’intero album. Ripensandoci, One Of Us è davvero una ficata, ma probabilmente dico questo più per il fatto che essa viene incontro alle mie necessità quotidiane di tremolo picking e tu-pa-tu-pa al posto del consueto metadone, che per la reale presenza di quel preciso titolo fra le migliori due o tre del disco. In Cabaret de la guillotine c’è probabilmente di meglio. La sostanziale differenza tra ieri ed oggi, è che gli Angelus Apatrida sono cresciuti e finalmente stanno in piedi da soli, e se il vizietto di omaggiare il passato non l’hanno ancora del tutto perduto – e mai lo faranno, vi dico – esso ben si maschera in mezzo a uno stile che, giunti all’anno 2018, si può definire come del tutto collaudato. C’è un accenno alla ruffianaggine melodica nord-europea, o se vogliamo anche americana e inevitabile dopo The Call del 2012, e possiamo prenderne nota nel ritornello di The Die Is Cast come in quello di Betrayed. A volte funziona, in altri casi sembra che gli Avenged Sevenfold o i Trivium, se non addirittura i Soilwork tanto per avvicinarci un po’ più a casa, abbiano fatto irruzione in studio giusto per dire due cazzate e assaggiare il cocido madrileño con loro. Ma per fortuna questo aspetto è stato contenuto sotto forma di quarantena, e non prende mai eccessivamente campo; gufata, la mia, che porterà il loro prossimo lavoro ad essere certamente una merda, un po’ come tempo fa avevo affermato che la line-up dei Sodom durava da un sacco di anni.

“Bjorn Strid ha finito il pane, chi va a riprendere il pane a Bjorn Strid?”

In coda all’album ci sono altre, torrenziali chicche: Witching Hour è una di esse, non c’entra niente con i Venom ed è uno degli episodi più riusciti in assoluto. Ha un dinamismo da veterani, mi ha ricordato da vicino i Death Angel specialmente nel cantato e una volta giunti al capolinea costituito dal chorus, forse emerge nuovamente un pizzico di Dave Mustaine misto stavolta ad Anthrax. Uno dei pezzi dell’anno per il momento, anche se la parziale title-track ci va vicina ed è pure quella che apporta le maggiori novità al sound degli iberici: in Sharpen The Guillotine tutto finisce a metà fra il roccioso power metal dei Vicious Rumors e certe cose dei Nevermore (forse Born per le accelerazioni repentine con costante accento sul piatto ride). Al ritornello, poi, gli Angelus Apatrida che non ti aspettavi: senza esagerare, i Rage più pesanti e moderni, quelli a cavallo fra UnitySoundchaser. Ma mai, neanche in un momento, quest’album assume i connotati di un volgare polpettone in cui la mamma ha buttato dentro gli avanzi di tutta la settimana per nasconderteli, e per farteli percepire quando ormai ce li hai in fondo all’esofago. Dopo Witching Hour oseranno di nuovo, rallentando i tempi in Farewell e scrivendo pure in quest’altra occasione un ottimo pezzo; per poi chiudere ordinariamente con Martyrs Of Chicago, estremamente ottantiana ma col solito break ruffiano che pare uscito da Shogun. Qualche perdonabile caduta di stile, ma sono diventati davvero bravi nonostante – oggi ed a tutti gli effetti – sulle chitarre occorra prendere realmente le distanze da The Legacy, The New Order e tutto quanto il resto, Mustaine incluso. Ma se dovessi scegliere fra gli altalenanti The Formation Of Damnation o The Brotherhood Of The Snake, e questo, non avrei molti dubbi. (Marco Belardi)

5 commenti leave one →
  1. vito permalink
    11 giugno 2018 10:30

    niente di nuovo sotto al sole ma ci stanno eccome nelle playlist delle nostre macchine con la revisione scaduta da un mese in cui l’impianto stereo e’ l’unica cosa in forma !

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  2. 11 giugno 2018 11:12

    Anche a me non è dispiaciuto, ma rimango troppo legato al thrash vecchia scuola per indulgere in più di due o tre ascolti. Bravi e coraggiosi nel cercare una evoluzione del proprio sound senza perdere completamente la personalità, ma da qui a convincersi comprare il disco ce ne passa, che è un po’ il problema di fondo di tutti i revival e di quello thrash in particolare (però i Violator non si toccano).
    Rilancio: ci si vede il 30 giugno a Villafranca di Verona per Megadeth-Testament-Exodus-Sodom-Destruction-Exhorder-Extrema? Nel caso, io avrò la mia solita maglietta di “For Whose Advantage?” degli Xentrix.

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  3. weareblind permalink
    11 giugno 2018 18:41

    Io sono in fissa onestamente. MOLTO meglio dei Testament, ma molto. Non vi dico quanto meglio di quasi tutti gli altri (Kreator, Sodom, Megadeth…). Questo ultimo è una cazzo di bomba a mano, e visti live al Blue Rose Saloon a Bresso hanno spazzato via tutti e tutto. Ritengo che i nostrani Ultra-Violence, che lì c’erano (si conoscono bene), devono puntare alto, molto alto, e scavalcarli in gara di bravura. Vi segnalo una band che apriva quella sera, davvero bravissimi live (l’album devo ancora sentirlo), i Trallery.

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