VEKTOR / ANGELUS APATRIDA @Traffic, Roma, 26.11.2015

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Ormai abbiamo istituzionalizzato la combo Quagliaro-Traffic e ci avviciniamo al locale planando sulla Prenestina grazie alla spinta dinamica proveniente dai nostri nuovi jetpack rettali, alimentati dai fagioli con le cotiche e dalla doppia porzione di pasta e fagioli che ci siamo scofanati a cena. Ci siamo persi gli olandesi Distillator e ci dispiace perché un gruppo che si chiama Distillator deve essere fico per forza. Siamo in tempo per gli Angelus Apatrida, che avevo perso di vista ai tempi di Clockwork e da allora avevo sempre svicolato con sufficienza ogni volta che mi è capitato di beccarli nel cartellone di un festival. Una sufficienza rivelatasi pregiudiziale alla prova del palco, e non solo perché la scaletta sarà basata prevalentemente sui recenti The Call e Hidden Evolution, uscito lo scorso gennaio, i quali, recuperati in vista del concerto, si sono rivelati un deciso miglioramento rispetto ai lavori precedenti.

Gli spagnoli dal vivo hanno un tiro pazzesco e finiscono per battere ai punti gli headliner, che attendevo invece con una certa ansia. Il revival thrash non mi ha mai appassionato, lo stile non consente chissà quali evoluzioni o contaminazioni. Quindi, se non conosci le regole del gioco alla perfezione e provi a modernizzare troppo, il risultato sarà quasi sempre di una noia mortale. Perdonatemi allora se non parlo mai dei vari Havok, Bonded By Blood e Warbringer ma quella roba, davvero, mi fa addormentare dopo cinque minuti. Gli Angelus Apatrida, un po’ come i greci Sucidal Angels, fanno invece parte di quella frangia della scena che riesce a non snaturare troppo le radici e a restituire agli appassionati il gusto ferroso del buon vecchio metallo battente. Sorretti da volumi che pompano i bassi come si deve, il quartetto di Albacete ci congeda con il micidiale uno-due costituito da Serpents on parade e You are next e se ne vorrebbe ancora.

Dopo la gragnuola di calci in faccia inflittaci dagli iberici, la tensione cala un pochino durante il set dei Vektor, in parte per la formula molto più cerebrale e contorta degli americani, autori di un techno-thrash debitore dei vari Watchtower (a proposito, si sono riformati!), Voivod e Mekong Delta. Si parte con gli oltre dieci minuti di Cosmic Cortex per far capire che aria tira. Ho sempre avuto un debole per i Vektor per il semplice fatto che non esiste praticamente nessuno che suoni le stesse cose con un approccio così old-school. La precisione strumentale non è impeccabile. Un po’ dipende dalle condizioni non ottimali del batterista, che nel finale chiederà a più riprese di tagliare, vittima di problemi fisici sui quali non ho poi indagato, ma la cosa non cozza troppo con la filosofia del genere, dove le strutture intricatissime e i cambi di tempo sono uno strumento per assaltare l’ascoltatore, non un vezzo onanistico. Vengono eseguiti due estratti del nuovo album che uscirà a marzo su Earache ma è soprattutto sugli estratti dell’esordio Black Future che mi fomento, a partire dalla title-track. Purtroppo il povero Blake davvero non ce la fa più e dopo tre quarti d’oro la cricca di Philadelphia ci saluta tra gli applausi di un pubblico non fittissimo ma caloroso. Il disco che mi ascolterò la mattina dopo, continuando nel frattempo a ruttare trippa, sarà però Hidden Evolution e non Outer Isolation. (Ciccio Russo)

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