GRIM REAPER @Traffic, Roma, 06.11.2015

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“Ho ancora un languorino, lo sapevo che dovevo ordinare anche la trippa al Quagliaro”

Quando frequentavo l’università, grossomodo ai tempi in cui il cantante dei Judas Priest era Ripper, il Quagliaro era un punto di riferimento per tutti gli studenti squattrinati che volevano rimpinzarsi in abbondanza senza spendere più di venti euro, ovvero la cifra con cui il fuori sede medio è abituato a sopravvivere per almeno cinque-sei giorni. Da allora molte cose sono cambiate. Io lavoro, i Judas Priest si sono ripresi Rob Halford e hanno pubblicato una serie di dischi che, al confronto, Jugulator pare British Steel e il Quagliaro è diventato un “presidio slow food”, dato che ormai si può fregiare di questo titolo qualsiasi posto abbastanza rustico da non offrirti birre artiginali, sushi all you can eat (il MALE), cucina fusion smart bicuriosa equosolidale come se fosse antani e altri frutti marci della globalizzazione. Erano almeno dieci anni che non ci andavo, nonostante la trattoria si trovi ad appena un chilometro dal Traffic. Per una volta che non devo scappare direttamente dall’ufficio al concerto, non potevo quindi non proporre ai miei sodali, Roberto ed Enrico, di fare un salto al “presidio slow food” del Quarticciolo, la borgata della celebre banda del gobbo che ha ispirato uno dei capolavori di Umberto Lenzi.

Per fortuna non molto sembra mutato, a cominciare dal Signor Quagliaro, l’anziano gestore della trattoria, accasciato su una sedia dalla quale vigila, lancia occhiatacce e dispensa perle di saggezza popolare. Certo, nel menu c’è un pippone fighetto sulle proprietà organolettiche delle uova di quaglia e il vino della casa ha perso quel retrogusto di metanolo (fruttato), lana di ferro (sapida)  e segatura (persistente) che tanto amavo, così come quei riflessi violacei dovuti alla presenza presso la vigna di un deposito abusivo di scorie radioattive, ma la trippa è sempre ottima, la coda alla vaccinara più che accettabile, i primi soddisfacenti e la quaglia, beh, è la quaglia. Spiego a Roberto che va mangiata con tutte le ossa ma lui niente, prova lo stesso a scarnificarla. Voi sappiate che togliere le ossa dalla quaglia è un atto blasfemo quanto togliere il grasso dal prosciutto. Chi non mangia la quaglia con tutte le ossa da morto viene scagliato nel secondo girone del settimo cerchio a farsi sbranare da cagne infernali o, se buddista, nel mondo dei Preta. Roberto, stai molto attento.

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                      Steve Grimmett, uno di noi

Ci alziamo con una certa fatica e, piacevolmente satolli, caracolliamo verso il Traffic, giungendo mentre i romani Lady Reaper concludono il loro set. Quando poco dopo vediamo apparire sul palco Steve Grimmett, penso che anche lui si sarebbe trovato bene al Quagliaro, dato che ha il physique du rôle del buongustaio di un certo livello. È lui l’unico superstite dei Grim Reaper, marchio che ha resuscitato nel 2006 portando in giro con una sorta di band di supporto il vecchio repertorio dei britannici, tra gli esponenti più tardi della NWOBHM nonché tra quelli invecchiati meglio. Esordendo nel 1983, il gruppo fondato da Nick Bowcott (chitarrista e autore di tutti i brani, oggi ritiratosi dalle scene) aveva infatti iniziato ad assorbire elementi dei generi che a metà decennio stavano andando per la maggiore, come il thrash (lo stesso Grimmett finirà in seguito a cantare negli Onslaught) e l’hard rock piacione, contaminazioni evidenti soprattutto nel terzo e ultimo album Rock you to hell, dal quale vengono estratti i tre brani d’apertura. Chitarre rocciose, cori irresistibili, melodie dal sapore classico. Ovvero, roba che, se vi garba il metallo, difficilmente vi lascerà indifferenti anche se oggi siete capitati al Traffic per caso. Siamo non tantissimi ma buoni. Stasera da un’altra parte c’erano i Deep Purple e da un’altra ancora i Cradle Of Filth, quindi il rischio di flop era serio. Invece l’albionico mietitore può contare su uno zoccolo duro non indifferente. Siamo in molti a sapere i testi o almeno i ritornelli, durante i quali Steve rivolge il microfono verso di noi, felice e un po’ incredulo. Lui non beccherà più proprio tutti gli acuti ma, data l’età, se la cava egregiamente. Qualche riserva ce l’ho per i musicisti che lo accompagnano, onesti mestieranti, solidi e carichi, per carità, ma se si porta avanti un nome così glorioso forse un quid di personalità in più tornerebbe comodo, soprattutto per quanto riguarda il chitarrista. Il concerto, però, diverte, appassiona e funziona, l’atmosfera è da festa e quando chiudono con il classicone See you in hell ancora ne avresti voglia, come quando finisci la coda alla vaccinara. Non viene eseguito nessun inedito (l’anno prossimo dovrebbe uscire un nuovo disco a nome Grim Reaper intitolato From Hell) ma c’è il tempo per un’inattesa e gradevolissima cover di Don’t talk to strangers. Una serata come si deve, insomma, anche perché non c’è nulla di meglio dei sapori di un tempo per accompagnare il metallo di un tempo. La prossima volta, però, ordino anche i fagioli con le cotiche che un po’ di appetito, alla fine, mi era rimasto (Ciccio Russo).

Scaletta:

Rock you to hell
Night of the vampire
Lust for freedom
Wrath of the ripper
Now or never
Fear no evil
Liar
Never coming back
Lay it on the line
Rock me ‘till I die
Matter of time
Don’t talk to strangers (Dio cover)
Waysted love
Final scream
See you in hell

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