Avere vent’anni: AGATHODAIMON – Higher Art of Rebellion

Marco Belardi: Il trend del black metal melodico, o se volete pure sinfonico, in realtà non è mai esistito. Fu una cosa molto circoscritta, se ci pensate bene. C’erano due gruppi, uno capitanato da Shagrath e Silenoz, e l’altro da Dani Filth, che complessivamente tirarono fuori qualcosa come cinque o sei ottimi dischi. Se poi sono usciti anche Catamenia, Anorexia Nervosa, Old Man’s Child o Theatre des Vampires fu un altro paio di maniche. Credo che il trend lo facciano i buoi, e mai il carro. Dimmu Borgir e Cradle of Filth erano due giganteschi bovini che trainavano una manciata di nomi, e che, all’epoca in cui gli Agathodaimon dovettero riconfermare il buon Blacken the Angel, già intravedevano una prematura macellazione. E tra quelli di Dusk and her Embrace e quelli di Higher Art of Rebellion c’erano tutti i gradini di San Romedio in Trentino. La cosa che faceva rabbia in gruppi di terza fascia come gli Agathodaimon – poiché la seconda in sostanza non esisteva – era che sembravano pure in grado di comporre buona musica. Millantavano una limpida conoscenza della musica classica, ti sparavano i testi in rumeno ed erano più vampireschi di tutta la gente che Dani Filth ha buttato fuori dal gruppo fra il 1994 e Midian. Ma non avevano un briciolo di personalità, né un cantante che lasciasse il segno, né quel poco di cattiveria che sarebbe bastata ad ambire a quella stramaledetta seconda fascia. L’album di cui parlo sparava tutte le migliori cartucce in partenza: Ne Cheama Pamintul – provai a dirlo a una zingara e mi sorrise malignamente, mentre con un titolo dei Marduk finì malissimo – era costruita su un crescendo micidiale che a sua volta introduceva le bellissime tastiere di Tongue Of Thorns. Disco già finito, traccia numero due. Gothic metal puro, in tutto e per tutto. Ma si sarebbe parlato di tutt’altro per qualche anno ancora, finché lo stesso Dani non avrebbe fatto completamente outing con Nymphetamine.

Trainspotting: Il secondo album degli Agathodaimon è anche l’ultimo con il tizio rumeno alla voce che si faceva chiamare Vlad Dracul (che è come se un italiano si facesse chiamare, non so, Giuseppe Garibaldi) e che cantava nella sua bizzarra madrelingua. Più in generale Higher Art of Rebellion è un disco pasticciato ma che, per qualche motivo, prende abbastanza bene. Gli Agathodaimon stessi erano un gruppo sbagliato proprio concettualmente, che non ha mai avuto le idee chiarissime su cosa fare, nei cui dischi (specie i primi e in particolare in questo) si trovava di tutto, mischiato in modo casuale e senza il minimo senso del buon gusto. Qui si toccano mille cose, sempre abbastanza superficialmente, e non sono neanche pochi gli sfondoni (ad esempio: che roba ingiustificabile è la parte centrale di A Death in its Plenitude?). Riff storti e squinternati, voce pulita inopportuna, goffa ricerca di pathos nei passaggi più lenti, un che di vampiresco che aleggia e tanto, tanto, tanto disagio.

Higher Art of Rebellion parte con un’atmosfera più in linea col passato black sinfonico e poi si lascia andare ad una sequela di pezzi lenti e arpeggiati che in certi punti potrebbero essere definiti addirittura, tenetevi forte, ballate. Non potete immaginare che roba ne esce fuori. La voce pulita in Body of Clay è talmente fuori dalla grazia di Dio che fa tutto il giro e diventa gradevole, quantomeno per ridere. Molto carina invece When She’s Mute, una specie di ballad da post-indigestione di bratwurst e cantata in stile lamento da mal di pancia. Un disco, ripetiamo, sbagliato da tutti i punti di vista; ma che si lascia ascoltare, canticchiare e persino apprezzare, quantomeno se avete un minimo di fascinazione per il pecoreccio e non vi prendete troppo sul serio.

Dopo quest’album gli Agathodaimon cacceranno il temibile Vlad Dracul e si normalizzeranno, diventando un gruppo normale come ce n’erano a centinaia. Magari pensavano di fare il salto di qualità, invece ammazzarono la propria essenza: avrebbero dovuto ambire a essere odiati dalla maggioranza, apprezzati da una minoranza e al limite diventare un gruppo-feticcio per gente col gusto del kitsch (tipo Gabriele Traversa coi Catamenia); invece sono diventati un gruppo uguale a mille altri di cui non si ricorda più nessuno. Anche questo è un simbolo della fine degli anni Novanta.

One comment

  • Non direi “Giuseppe Garibaldi”, Vlad Dracul è un personaggio storico più antico ed efferato. Direi più un “Ezzelino da Romano”, anche se con molta meno risonanza per il pubblico estero.
    Comunque mai sentiti neanche nominare.

    "Mi piace"

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