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Avere vent’anni: luglio 1999

31 luglio 2019

DHG/DODHEIMSGARD – 666 International

Giuliano D’Amico: Quando uscì quest’album credevo che sarebbe successo un casino. Ampiamente anticipato dall’EP Satanic Art, ancora oggi una delle migliori prove dei DHG, 666 International entrava davvero con i piedi nel piatto, a suon di tunz tunz e sintetizzatori più o meno amalgamati a un black metal ancora relativamente tradizionale. Invece non successe nulla. Forse perché la Moonfog, etichetta di culto ma ampiamente sopravvalutata a livello di diffusione, non era riuscita a piazzare il prodotto. O forse perché i blackmetallari, stravolti da Rebel Extravaganza (che se non sbaglio uscì a settembre), fecero spallucce pensando “sono dei balenghi anche questi, ce li siamo persi, vabbé”. Fatto sta che due-tre anni dopo tutti i blacksters erano lì a fare tunz tunz, con buona pace dei DHG. Risentito a vent’anni di distanza, il disco lascia un po’ il tempo che trova – un tentativo coraggioso, anche fruttuoso se vogliamo, ma decisamente una tacca sotto il suo breve predecessore. È un destino amaro, quello dell’anticipatore – qualcuno raccoglierà i tuoi frutti, e, se ti andrà bene, per te ci sarà solo una consolatoria eredità d’affetti.

METAL CHURCH – Masterpeace

Marco Belardi: Bestemmia dopo bestemmia ho messo da parte due album che non recensirò, ovvero l’ultimo Diamond Head, davvero carino, e quello dei Sabaton, che manco a dirlo è l’equivalente di una colata lavica dentro ai boxer mentre dormi. E ho fatto partire Sleeps with Thunder, traccia prima di Masterpeace. Il pensiero istantaneo è stato che un suono di cassa così fastidioso poteva venire in mente soltanto a Lars Ulrich. Il secondo, che quel pezzo iniziava in maniera così simile a My Apocalypse dei Metallica, l’ultima di Death Magnetic, quella con i pattern di batteria più orribili dal 2003. A seguire Falldown, che sembra scippata a King Diamond, ed è allora che mi sono fermato per riflettere un attimo. Masterpeace è sempre lui, così come vagamente lo ricordavo. Uno dei primi album che mi hanno portato a non esaltarmi a prescindere di fronte all’annuncio di una reunion, o ritorno discografico a distanza di tempo che esso fosse. Tanto acclamato per il rientro di David Wayne (qui in condizioni agghiaccianti), segno distintivo inutile dato che gli ho da sempre preferito Mike Howe, e altrettanto pubblicizzato con quel Kurdt Vanderhoof alla chitarra, per una line-up che risultasse più vicina possibile a quella del classico The Dark. In fin dei conti, i Metal Church, da allora diventarono un gruppo incapace di bissare un Blessing In Disguise fra i tanti, pur sfornando lavori quasi sempre accettabili. Il loro 2.0 cominciò così, in pompa magna, con tanti annunci e poche cartucce a disposizione. E scusatemi se dopo la terza traccia sono ritornato sui Diamond Head.

OTYG – Sagovindars Boning

Michele Romani: Nel 1999 Vintersorg era oramai un musicista affermato, forte di due disconi come Till Fjälls e Ödemarkens Son che l’avevano spedito direttamente nell’Olimpo del folk-viking metal. Quello che molti non sanno è che Andreas Hedlund aveva anche un’altra band tenuta fino a quel momento piuttosto nell’ombra, gli Otyg, la quale dopo ben tre demo era arrivata all’esordio discografico con Älvefärd nel 1998, seguito dopo appena un anno da questo Sagovindars Boning.

A differenza di Vintersorg le reminiscenze black-viking vengono in questo frangente lasciate da parte, in favore di un sound che pesca nel folk più puro e incontaminato, con la voce baritonale di Andreas sempre a farla da padrone. Il risultato finale è un disco godibilissimo per tutta la sua durata, con alcune gemme assolute come la title track, Backästen, o il dialogo tra le stagioni di Ärstider. Purtroppo Sagovindars Boning rappresenta anche l’ultimo lascito di questo progetto, e le voci di una possibile reunion sono per adesso cadute nel vuoto, ma la speranza è l’ultima a morire.

HOLLENTHON – Domus Mundi

Marco Belardi: Non mi fa per niente piacere parlare degli Hollenthon, perchè all’epoca avevo un amico che rompeva pesantemente le palle con questi tizi qua. Da Martin Schirenc altro non pretendevo che una risposta a Club Mondo Bizarre, un disco che potevo anche apprezzare all’ascolto, e che magari finiva per farmi schifo a quello seguente. La risposta sarebbe arrivata poco più tardi al costo di snaturare i Pungent Stench stessi, si sarebbe intitolata Masters Of Moral – Servants Of Sin e avrei adorato senza compromessi quell’album. Il problema è che lo Schirenc dell’epoca era infognatissimo con gli Hollenthon, e ci credeva senza mezzi termini. Il ricordo che ho dell’uscita di Domus Mundi erano i termini bislacchi che si potevano individuare all’interno delle sue recensioni; pezzi, questi ultimi, in cui gli autori duravano una fatica immane nel tentare di attribuire gli Hollenthon a quel genere musicale oppure a quell’altro, inventandone qualcuno di sana pianta. Per quello che mi riguarda, gli Hollenthon suonavano una sorta di metal estremo da ristorante indiano a menù fisso. Punto. È quella musica mezza araba e mezza di chissà quale etnia, che ti ritrovi di sottofondo mentre ordini lo spezzatino di montone, in più con le chitarre elettriche e la voce graffiante di Martin Schirenc in suo accompagnamento. Quest’ultima alternata al cantato pulito, ora ai cori gregoriani, infine a sua moglie che rompeva i coglioni in studio di registrazione anziché portargli un vassoio con dentro qualche biscotto o della cocaina. Domus Mundi è l’unico album degli Hollenthon che tuttavia riesco ad ascoltare, e nei successivi avrebbero reso la formula troppo pomposa, carica; una sorta di sbornia dopo lo spezzatino di montone che ti costringerà a rimettere amaramente il tutto, abbracciando il fetido cesso di una rosticceria spacciata per ristorante. Fanculo Martin, riformami una volta per tutte i Pungent Stench, riformameli adesso.

NIGHTSTICK – Death To Music

Ciccio Russo: Non ricordo come e perché comprai ‘sto disco in un negozio dell’usato. All’epoca di sludge ascoltavo poco o nulla (forse manco si usava ancora il termine) e, per quelli che erano i miei gusti di allora, un disco così pregno di umori noise e melvinsiani mi risultava pure abbastanza indigesto. Mi fece nondimeno un’impressione pazzesca, probabilmente anche perché era per me roba mai sentita prima. Riascoltato oggi, il terzo lavoro di questi squilibrati del Massachusetts suona dispersivo e non ispiratissimo ma l’atmosfera malsana che mi aveva trasmesso vent’anni fa l’ho trovata intatta. Un po’ per i suoni, un po’ per l’immaginario a base di serial killer e dipendenze, si capiva benissimo che questi qua stavano male sul serio. Oltre a tre musicisti, la line-up comprendeva in pianta stabile un clown, tale Padoinka, “elemento simbolico” che si dimenava durante le loro performance. Leggo ora che tale ruolo era stato ricoperto negli anni da persone diverse in quanto i Nightstick per tale bisogna ricorrevano sempre a eroinomani terminali, quali, immagino, fossero pure loro.

MORTIFICATION – Hammer Of God

Marco Belardi: Non credo di avere le forze per scrivere un altro pezzo sui Mortification di mezzo, ovvero quelli che, pur riscuotendo un discreto seguito, non si capì mai quale genere musicale stessero suonando. Ne ho già parlato un anno fa in occasione del fondamentale anniversario dell’uscita di Triumph Of Mercy, e mi limiterò a dire che per una qualche ragione Steve Rowe e soci se ne stavano ancora su Nuclear Blast nel momento più eticamente trascurabile della loro carriera e di massima espansione da parte dell’etichetta tedesca. La stessa che oggi tratta un po’ di tutto, dai Sabaton ai funghi porcini freschi in cassetta. Hammer Of God, esattamente come il suo predecessore, è il trionfo dell’eterogeneità. Ci sono le cavalcate maideniane con il consueto utilizzo del terzinato, uno pseudo-thrash non troppo dissimile da quello che in Renewal funzionò un tantino meglio, e i titoli ammiccanti alla corona di spine nonché ai ladroni. C’è anche una copertina che sembra una di quelle illustrazioni ideate per i mazzi di carte Modiano. Non c’è molto altro da dire, ma per sicurezza sono andato a controllare le loro pubblicazioni per il semplice timore di doverci rimettere mano l’anno prossimo. Non si può andare avanti così, neanche se al giro di boa attuale è in oggetto Hammer Of God, forse il migliore che i Mortification riuscirono a pubblicare in quegli anni di lotte contro la malattia, cambi di stile e quant’altro.

CONCERTO MOON – Rain Forest

Cesare Carrozzi: Norifumi Shima è considerato un po’ l’Yngwie Malmsteen (prima maniera, non la pattumeria su gambe che è adesso) giapponese, tutto Stratocaster, Marshall, maniche a sbuffo e completini leopardati, solo in una declinazione ad occhi a mandorla. Non che in quel meraviglioso mondo del disagio da fotocopia che è il Giappone sia l’unico, anzi, ma diciamo che è quello più noto, soprattutto all’estero dove i Concerto Moon sono piuttosto apprezzati da un certo numero di appassionati. Ora, per voialtri ciucci che magari non ne avete mai sentito parlare, i Concerto Moon sono la versione a firma Norifumi Shima dei Rising Force di Malmsteen, che a loro volta lo erano dei seminali Rainbow di Ritchie Blackmore, vero capostipite di tutto quel movimento dove la Stratocaster domina in lungo e in largo, c’è parecchio neoclassico e qualche accenno blues, i cantanti hanno una buonissima estensione e a volte graffiano pure, ogni tanto tra le tastiere ciocorì spunta pure l’hammond e insomma avete capito. Ecco, in Rain Forest c’è praticamente tutto quanto ed è pure di ottima qualità: sono derivativissimi però copiano bene, Norifumi Shima è un chitarrista più che buono ed è difficile non apprezzarli, sempre se vi piace il genere. Tra l’altro è pure un album che più che invecchiare bene non è invecchiato affatto, visto che il genere è quello ed è praticamente senza tempo, ora come vent’anni o quarant’anni fa suona sempre uguale, fatto che sì, potrebbe essere un limite, ma se dovete cercare innovazione a forza e per forza potete anche andare affanculo voi e i Tool, tanto per dire, che facciamo tutti prima. Ah, ovviamente il cantante è incomprensibile o quasi anche quando canta in inglese; che ci volete fare, coi giapponesi è sempre così. Vabbé. Comunque vale sicuramente la pena di riascoltarli, che meritano, quindi vedete un po’ che dovete fare.

DEVOURMENT – Molesting the Decapitated

Ciccio Russo: Insieme a Cranial Impalement dei Disgorge, del quale abbiamo già parlato in questa amabile rubrica, il debutto dei Devourment è l’atto di nascita di quello che verrà poi chiamato slam, ovvero un’estremizzazione degli stilemi del brutal death americano fatta di suoni cupissimi e claustrofobici, riff a grattugia senza il minimo accenno di melodia, voce ridotta a un gorgoglio inintelligibile, testi che paiono scritti da un adolescente dedito solo a video true gore e porno estremo e, last but not least, l’obbligatorio rullante che suona come il fustino di un detersivo. Molesting the Decapitated ha un’ottima fama e viene considerato un caposaldo irrinunciabile da chi per questo genere impazzisce. Io, personalmente, ho sempre trovato ‘sta roba una colossale rottura di palle, divertente all’inizio ma alla lunga noiosissima. E, quando ho voglia di fare un’eccezione, preferisco di gran lunga i Brodequin. Ciò non toglie che i Devourment avranno un’influenza incalcolabile sulla scena death degli anni 2000. Se ciò sia un bene o un male spetta ai vostri gusti stabilirlo.

UNHOLY – Gracefallen

Michele Romani: Gli Unholy sono degli assoluti prime movers del doom-death metal finlandese, che nonostante una nutrita discografia sono sempre rimasti piuttosto nell’ombra, cosa che non ha permesso loro di raggiungere la notorietà di altri gruppi simili più blasonati. Gracefallen rappresenta l’ultimo capitolo della band di Imatra, e come da tradizione ci troviamo di fronte ad un monolite della durata di oltre un’ora di classico doom-death metal vecchia scuola, nove interminabili litanie in cui è l’assoluta oscurità a farla da padrone. Una cosa che mi ha sempre impressionato degli Unholy sono le linee vocali di Veera Muhli, un triste lamento perennemente sulla stessa tonalità che infonde nell’ascoltatore la più pura tristezza e rassegnazione, per un disco che paradossalmente grazie ad alcune (rare) aperture melodiche si dimostra essere quello più “arioso” della band, quasi su lidi gothic. Per gli amanti di questo tipo di sonorità, una band tassativamente da riscoprire.

IRON MONKEY – We Have Learned Nothing

Marco Belardi: Arsonaut era un vero e proprio capolavoro. Poi c’era un delirio che spacciavano per cover di un pezzo di Animosity dei Corrosion Of Conformity. Cioè i miei Corrosion Of Conformity preferiti, quelli di Animosity e soprattutto quelli di Technocracy. L’unico problema che ho mai avuto comprando qualcosa su Ebay avvenne proprio con Technocracy: mi arrivò la confezione del cd completamente in frantumi, e il tedesco che me l’aveva venduto iniziò a dire che erano cazzi miei. Misi l’unico feedback negativo in non so quanti anni di Ebay, e il tizio molto probabilmente piazzò la faccia su uno spremi agrumi elettrico intonando l’inno nazionale, perché non l’ho più risentito. Gli Iron Monkey sono morti dopo questa roba qua, uscita sotto forma di EP e split: urla, sporcizia, fattanza palpabile. Andy Sneap in quel periodo aveva già collaborato con loro, oltre che con i Cathedral di Caravan Beyond Redemption: era decisamente sulla retta via e sappiamo com’è andata a finire. Celebrità, collaborazioni altisonanti, suonacci che in buona parte dei casi non vorrei neanche sulla colonna sonora del filmino della Cresima. Dopo la morte di Johnny Morrow e tutto quanto il resto, vi rimando alla recensione di 9-13, che sinceramente mi ha sorpreso molto più di quanto aspettassi da soggetti del genere che ritornano in scena.

LAKE OF TEARS – Forever Autumn

Michele Romani: I Lake of Tears sono sempre stati una band molto particolare che non è mai stato troppo semplice catalogare in un genere ben preciso, pur avendo avuto un’evoluzione sonora abbastanza lineare nel corso degli anni. Partiti infatti nei primissimi anni Novanta con un death metal caratterizzato da frequenti rimandi al tipico gothic sound, nel corso degli anni la band di Boras ha costantemente alleggerito il proprio sound fino ad arrivare a questo Forever Autumn, probabilmente il loro album in assoluto più conosciuto. Come dicevo, il disco suona molto catchy e commerciale rispetto alle prime produzioni, ma ancora piuttosto potente e diretto in confronto alle soluzioni di stampo più progressivo che utilizzeranno nei lavori successivi. Gran parte della fortuna di Forever Autumn si deve senza dubbio all’iniziale So Fell Autumn Rain, con uno di quei ritornelli impossibile da non canticchiare quando magari sei preso bene, anche se tutto il lavoro si mantiene su livelli piuttosto godibili nella sua estrema snellezza e semplicità.

SINERGY – Beware the Heavens

Piero Tola: Alcune considerazioni su Beware the Heavens a venti anni di distanza:

  1. La line-up: appurato che Alexi Laiho fu un grosso bluff (bravo quanto cazzo volete, ma scrive canzoni di merda), passiamo in rassegna il resto. Uno Stromblad che era ormai qualche anno lontano dal suo apice ma che comunque paragonato a Laiho aveva dalla sua un curriculum fatto di The Jester Race, ma soprattutto Subterranean e Lunar Strain e che qua si limita a mettere la presenza giusto per pompare ancora di più un prodotto che ai tempi, lo ricordo bene, si annunciava come super-mega-iper-galattico. Sharlee D’Angelo che in quegli anni era un po’ come il prezzemolo e che probabilmente passava di là. Batterista mai sentito prima. E veniamo al bello: la squinzietta che all’epoca era fidanzata con uno dei musicisti summenzionati e che deve davvero avergli rotto le scatole per farsi comprare il giocattolino da far uscire su Nuclear Blast. Se questo non corrisponde a realtà, allora non ho proprio idea da dove sia spuntata fuori tale Kimberly Goss, “cantante” sfiatata come poche nel metal, che pur essendo donna faceva proprio tanta tanta fatica persino in estensione, dimostrando un’espressività e personalità pari al ritmico battere del martello usato dai muratori del palazzo affianco da ormai diversi mesi (mortacci loro!). Sul serio: dove cazzo l’hanno trovata sta qua?
  2. I pezzi: riffino, doppia cassa qua, riffino, rullata, doppia cassa là, assoletto di Lahio che manco esagera. Se fosse strumentale sto disco non sarebbe manco così infame (riascoltandolo oggi non si discosta poi tanto dal tipico prodotto dell’epoca, al netto delle ridicolaggini tipo i coretti fantastic, galactic, dominion! e roba così), se non fosse che tutto ciò fa da tappeto all’inutile Kimberly Goss (ancora: chi???), la quale davvero non fa nulla per dare a Beware the Heavens quel minimo tocco che serva a far ricordare i pezzi, anche perché, come già detto, non ne è minimamente in grado. Forse puoi cantare così sotto la doccia, ma ti prego, Kimberly, smetti di latrare quando chiudi l’acqua.
  3. Il suono Nuclear Blast: avete proprio voglia di parlarne ancora?
4 commenti leave one →
  1. Cattivone permalink
    1 agosto 2019 07:15

    Gli Otyg… che belli che erano. Non mi ricordo se in questo o nell’altro loro LP c’era anche una cover di Holy Diver dall’effetto abbastanza straniante ma ben fatta.
    I Decapitated non li ho mai digeriti nemmeno io, ma pensavo godessero di maggiore considerazione qua dentro.

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    • Moses permalink
      1 agosto 2019 16:23

      La cover di Dio era su questo, a me piaceva un casino perché aveva un approccio completamente diverso dall’originale

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  2. 1 agosto 2019 07:56

    Grandissimi Nightstick… “Blotter” e “Ultimatum” son due dischi della madonna… “Death to music” un po’ meno ma mi fa piacere che qualcuno se li ricordi!

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  3. weareblind permalink
    1 agosto 2019 21:12

    Sinergy veramente pietosi, persi nei gorghi.

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