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Avere vent’anni: dicembre 1998

31 dicembre 2018

LA CARUTA DI LI DEI – Mediterraneo Atto I

Ciccio Russo: Dopo aver inciso lo straordinario album d’esordio degli Inchiuvatu (per me il miglior disco black metal mai inciso in Italia), Agghiastru iniziò a far girare una cassettina espressione della cosiddetta “Mediterranean Scene”, con brani di gruppi accomunati dal cantato in siciliano ma fortemente distinti nei suoni, che esploravano diverse sfumature del metal estremo, dal crudo death/black degli Astimi agli esperimenti industrial degli Ultima Missa. In realtà dietro questi progetti c’era quasi sempre Agghiastru stesso, la cui creatività all’epoca appariva inesauribile. Il più interessante di tutti era La Caruta di li Dei, che approfondiva il lato folk già presente negli Inchiuvatu, rendendo ancora più stretto il legame con la musica tradizionale dell’isola natia, un approccio autenticamente identitario (e quindi black metal) che nel resto d’Italia non ebbe purtroppo molto seguito. Il primo, e finora unico, full – Mediterraneo Atto I – è un vero gioiellino: basta l’iniziale Trummi e Tammura a trasportarci in un passato di leggende ancestrali, cullati da un’incantevole voce femminile. Anche quando ci sono chitarre distorte i tempi sono generalmente moderati (Etna) e, laddove Addisiu – pur nelle sue peculiarità – manteneva un’impostazione heavy metal, qua la libertà artistica è molto più ampia, con sperimentazioni estemporanee ma godibili come gli stacchi tra il tribale e il jazzato di Fiammi. Il marchio è stato mantenuto vivo con una serie di ep ma, vent’anni dopo, ci piacerebbe molto ascoltare un Atto II.

DAWN – The Slaughtersun (Crown of the Triarchy)

Michele Romani: I Dawn sono una delle tante band appartenenti alla gloriosa scena death/black svedese novantiana oramai dimenticate, anche se attualmente risultano ancora attivi e pare sia in lavorazione un nuovo disco. La band capitanata dal chitarrista e principale compositore Fredrik Soderberg nel corso della sua carriera diede vita ad appena due full length, ma se il primo dal nome impronunciabile si muoveva su territori prevalentemente death metal non fu così per The Slaughtersun, che rivisita il discorso cominciato dai Dissection (come del resto quasi tutti gli act svedesi del periodo) ma in una maniera del tutto personale: ciò si nota subito dalla magnifica opener The Knell and The World, dove il tipico suono tagliente swedish black metal degli Abyss Studios si fonde alla perfezione con atmosfere introspettive e malinconiche. Un’altra caratteristica dei Dawn sono i brani tutti mediamente lunghissimi ma che comunque non stancano mai, nonché il tasso tecnico dei singoli membri, ben al di sopra della media (sentite cosa combina il batterista nella clamorosa Falcula tanto per farvi capire), con una menzione speciale pure per il timbro al vetriolo di Henke Forss, che qualcuno ricorderà su Subterranean degli In Flames. Il resto del lavoro, pur non restando sui livelli iniziali, si mantiene comunque su una media altissima, anche se resterà sempre il mistero sul perché se li siano filati così in pochi. Tassativamente da riscoprire.

CATHEDRAL – Caravan Beyond Redemption

Charles: Ho sempre avuto un rapporto strano con questo disco. Caravan, l’album della svolta stoner dei Cathedral, mi prese benissimo all’inizio, successivamente lo accantonai perché troppo distante dallo stile e dal livello qualitativo ai quali Dorrian mi aveva abituato fino a quel momento, per riscoprirlo dopo una decina di anni e farmelo piacere di nuovo. In coerenza a questo andamento ondivago della mia opinione nei confronti di Caravan Beyond Redemption, ripreso oggi, lo trovo invecchiato non proprio benissimo ma non riesco allo stesso tempo a toglierlo dallo stereo.

Caravan è uno di quei dischi agrodolci dei quali non riesci proprio a fare a meno e sui quali non è possibile dare un qualsiasi giudizio di valore che non dipenda dall’estemporaneità e dal come ti sei svegliato la mattina. L’album, nel suo complesso, ruota intorno ad un rockettone molto catchy (pure troppo); Voodoo Fire, indimenticabile opener, facilona ed efficacissima, non te la togli dalla testa neanche dopo un lavaggio del cervello a base di musica trap per un mese, ma non è affatto la migliore; The Innatural World provoca un certo spaesamento, perché parte bella doomy, come vuoi che sia, per tornare su quel rockettone di cui sopra, e non soddisfa appieno come dovrebbe. Il resto va su e giù, tra qualche calo (Freedom, Captain Clegg), qualche colpo ben assestato (Earth Messiah e, soprattutto, la conclusiva Dust of Paradise dove i Cathedral tornano a fare i Cathedral veramente), qualche altro brano che funziona solo perché ad alta concentrazione di Black Sabbath (Revolution, Heavy Load) e un po’ di psichedelia sparsa (Kaleidoscope of Desire). Insomma, impossibile parlarne male, impossibile parlarne (troppo) bene.

ULVER – Themes from William Blake’s The Marriage of Heaven and Hell

Giuliano D’Amico: Per motivi anagrafici è stato il primo disco degli Ulver che ho atteso contando i giorni e che ho comprato in negozio il giorno dell’uscita, ed è anche stata una delle prime cocenti delusioni post-adolescenziali, sia personale che musicale. Il perché penso sia chiaro a tutti, e sebbene io non sia un grande fan del teorema degli Ulver (“buoni i primi, merda tutto il resto”), è chiaro che da questo album in poi avrebbero potuto almeno avere la buona creanza di cambiare nome. A riascoltarlo vent’anni dopo, il disco non è nemmeno poi così male, ma sono sempre stato convinto che le cose che gli Ulver hanno fatto, appunto, post-Ulver, fossero passi più lunghi della gamba che altra gente avrebbe fatto molto meglio. E questo anche se, paradossalmente, alcune di esse mi sono molto piaciute. Non per niente, mi pare che a distanza di tanti anni non siano diventati il gruppo ecumenico che avrebbero forse voluto essere – a seguirli sono più che altro vecchi metallari, un po’ nostalgici e un po’ incazzati, che non vogliono tagliare il cordone ombelicale. Themes… va preso per quello che è – la fine dell’adolescenza e un mediocre disco trip hop. A me fece scoprire William Blake, e per questo un po’ bene ancora gli voglio.

WITCHERY – Restless and Dead

Ciccio Russo: Caso di scuola di gruppo a latere svedese che diventa più importante della band principale, in questo caso i Satanic Slaughter, dei quali i Witchery riprendevano quattro quinti della formazione a parte il bassista, ruolo qua ricoperto dall’allora ubiquo Sharlee D’Angelo, il cui operato è messo bene in evidenza dal missaggio. L’idea era suonare metal estremo anni ’90 inserendo forti rimandi allo speed/thrash del decennio precedente e il risultato funzionò bene sia dal punto di vista artistico che commerciale, anche perché si era un po’ tutti orfani degli At The Gates e si cercava a ogni costo possibili nuovi eredi. Restless and Dead sembrava fatto per piacere a tutti: c’erano le classiche melodie svedesi, c’era un po’ di black metal, c’erano reminescenze Nwobhm, c’era il tiro, c’erano i pezzi, c’era tutto. Abbastanza accessibile per non scoraggiare gli appassionati meno intransigenti, abbastanza grezzo da piacere a chi aveva disdegnato l’esordio dei The Haunted perché non abbastanza death (e proprio con i The Haunted i Witchery condividevano e condividono il chitarrista Patrik Jensen). Oggi si sono un po’ persi. Peccato.

HAEMORRHAGE – Anatomical Inferno

Trainspotting: Dopo una serie interminabile di EP e split che neanche gli Agathocles, gli zuzzurelloni madrileni Haemorrhage arrivano al traguardo del terzo disco. E lo fanno con una gagliardia invidiabile: Anatomical Inferno è una vera bomba, degno erede dei precedenti Emetic Cult e Grume e allo stesso modo degno antecedente dei successivi dischi, tutti (specialmente lo splendido Morgue Sweet Home) né più e né meno che gioiellini di grind death carcassiano e punkeggione suonato col piglio scanzonato dei migliori. Inutile scendere nel dettaglio dei singoli pezzi, perché Anatomical Inferno è un album da sentire tutto d’un fiato, e che, una volta fatto partire, è impossibile da fermare a meno che non capiti qualche apocalittica causa di forza maggiore. E peraltro l’ultima, Set the Morgue on Fire, è forse la migliore, o comunque quella col ritornello più memorabile. Un gruppo da consigliare a chiunque, anche a coloro che non sono mai stati veri e propri appassionati di grind, perché la capacità dei cinque anatomo-patologi onorari di scrivere riff è da manuale. E, se volete farvi quattro risate, non mancate di leggere i testi.

AETERNUS – …And So The Night Became

Michele Romani: Gli Aeternus sono sempre stati un mio pallino, uno tra i gruppi norvegesi appartenenti di diritto alla celebre seconda ondata che non riuscirono purtroppo a raggiungere la notorietà dei più illustri colleghi, assieme ad altri nomi “minori” come Helheim, Hades, Det Hedenske Folk, Malignant Eternal: gente che comunque ha contribuito a creare il sound black metal tipico della Bergen Area. La band, sempre ruotata attorno alla figura di Ronny “Ares” Hovland (noto soprattutto per aver suonato il basso nei Gorgoroth) dopo un primo mini ed il grandioso Beyond The Wandering Moon dà alla luce questo ...And So The Night Became, l’ultimo lavoro prima della netta sterzata death metal a partire da Shadows of Old in poi. Intendiamoci subito, ASTNB non regge il livello del predecessore, anche se parliamo comunque di un godibilissimo album di black metal doomeggiante caratterizzato dal tipico latrato in growl di Ares. I brani stavolta sono molto meno immediati, e ci vuole un ascolto molto attento per carpire le loro numerose sfaccettature. L’highlight assoluto è Warrior of The Crescent Moon, con quel suo inizio arpeggiato che sfocia in una suite black metal di grandissima atmosfera. Ammetto che dopo la svolta death metal li ho persi un po’ di vista, consiglio comunque a chi li volesse riscoprire di andare dritto sui primi due, non si sbaglierà di certo.

TURBONEGRO – Apocalypse Dudes

Stefano Greco: Apocalypse Dudes è un album che provoca lo stesso effetto che deve aver fatto Elvis ai ragazzini degli anni ’50: fa perdere completamente la capoccia a chi lo ascolta. Mi fa pensare a un qualcosa di simile a un lavaggio del cervello a fini delinquenziali, potrebbe essere utilizzato in un esperimento comportamentale del tipo: prendete dei pischelli di quelli bravi che studiano sempre la lezione, ubbidiscono ai genitori, vanno a messa tutte le domeniche, eccetera eccetera; rinchiudeteli nella loro stanzetta e fategli sentire il disco per tre giorni di fila. Alla fine di questa nuova e migliorata “Cura Ludovico” butteranno tutti i loro principi nel gabinetto e finiranno a rubare i soldi dal borsellino della mamma per andare a comprarsi la droga e i dischi dei Turbonegro.
Più ruffiano di Ass Cobra, sublime nella sua pacchianaggine il disco del ‘98 a tratti riesce addirittura a dispensare un’epicità perversa, tanto inutile quanto perfetta. Sempre in bilico sul confine fra la puttanata e la ferocia, Apocalypse Dudes è l’offerta che non si può rifiutare. Tredici mine di pura regressione mentale che girano intorno al concetto base del rock’n’roll: ballare, scopare, fare casino. Tre quarti d’ora per affermare la superiorità assoluta del nostro culto su qualsiasi altra forma valoriale esistente.

ARKHON INFAUSTUS – In Sperma Infernum

Ciccio Russo: Già dal titolo in latino sbagliato, come da tradizione, e dalla copertina in bianco e nero con la tipa che si sgrilletta era impossibile non innamorarsi degli Arkhon Infaustus, ignorantissima band francese che in seguito, una volta entrata nella grande famiglia Osmose (l’etichetta transalpina che all’epoca era diventata il faro di chi dal metal estremo cercava solo sozzura e turpitudine), ci avrebbe regalato più di una gioia. Rispetto alle prove future, nelle quali avrebbero incorporato man mano elementi death, i parigini sono qua ancora fedeli a un black metal piuttosto crudo e tradizionale, devoto ai mostri sacri, dai Darkthrone ai Beherit. Il meglio di loro lo danno nelle non infrequenti parti lente, sulle quali si staglia prepotente l’ombra dei vecchi Mayhem. Semplicemente adorabili.

SAD LEGEND – st

Michele Romani: Quando all’interno del variegato panorama black metal si parla di dischi validissimi ma completamente dimenticati (per una pessima distribuzione o per altri fattori), mi viene sempre in mente il debutto dei Sad Legend, formazione proveniente addirittura dalla Corea del Sud e oramai sciolta da tempo. Questo debutto omonimo di fine 1998 vede i coreani prodigarsi in un black metal melodico veramente ispiratissimo, caratterizzato da atmosfere goticizzanti che possono vagamente ricordare i Cradle of Filth di metà carriera, con tanto di voci femminili a fare da contraltare al tipico screaming black metal. Il disco scorre che è un piacere per tutta la sua durata, grazie ad un ottimo songwriting che ha il suo culmine nella stupenda Nocturnal Cries Of Agony, probabilmente uno dei più bei pezzi di melodic black metal che mi sia mai capitato di ascoltare. Un lavoro che sicuramente avrebbe raccolto molto più in termini di consensi: se durante ‘ste tragiche vacanze natalizie vi resta un po’ di tempo libero, vi consiglio vivamente di riscoprirlo.

LACRIMOSA – Stille

Charles: Con il colpevole ritardo di un anno, ricordiamo che è esistita una robetta abbastanza spettacolare chiamata Stille. Reduci da un ottimo album, Inferno, prima del quale i tedeschi non erano stati mai così rocciosi, dopo solo un paio di anni Tilo Wolff e Anne Nurmi se ne escono col loro miglior disco in assoluto. Del minimalismo depressivo di Angst e del pessimismo di Einsamkeit e Satura (il primo lo consiglierei pure, gli altri due meno) non è rimasto molto. Qui ritroviamo un protagonismo assoluto nel piano, nel basso e nella batteria ma anche nelle musichette (detto non in tono dispregiativo) da circo. La parte indimenticabile è quella classica strumentale, le cui orchestrazioni sono composte da un pomposissimo Tilo, che non perdeva occasione di ribadire quanto fosse tutta farina del suo sacco. Stille è sovraccarico di barocchismi e romanticismi ma scorre potente dall’inizio alla fine, tranne che nel comparto vocale, allo stesso tempo marchio di fabbrica e tallone d’Achille della coppia darkettona. Disegni e booklet spettacolari, come al solito. Dal successivo Elodia in poi, quell’atteggiamento tronfio, che ai tempi di Inferno/Stille tolleravi tranquillamente, si sgonfia progressivamente di contenuti fino a rasentare la macchietta. Sull’onda dell’amore viscerale per questo disco li ho ascoltati, autoinfliggendomi a volte delle vere e proprie torture, fino a Sehnsucht (2009). Oggi sono ancora vivi e vegeti, ma non oso immaginare cosa siano diventati. Stille, comunque, era un discone.

7 commenti leave one →
  1. Fanta permalink
    1 gennaio 2019 01:40

    THX man, all the music is ready to be recorded. We have no label home so we are searching for the right home.
    We will announce more the bass, drums and guitars are on tape. Til then we will keep a low profile.
    DAWN=Only pure music passion and dedication.
    All best, Fredrik
    Gli ho scritto per chiedere quando cazzo esce sto benedetto The Fourfold furnace. Questa la risposta…
    Ce sei annato un pò pianino, Michè. Quello che recensisci è un disco enorme.

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    • Michele Romani permalink
      1 gennaio 2019 12:39

      ciao Fanta, il disco dei Dawn e’ ENORME, il problema e’ che era stato saltato nelle liste ed e’ stata una cosa proprio fatta all’ultimo. Spero si sbrighino col nuovo materiale.

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    • fredrik permalink
      1 gennaio 2019 16:52

      Disco della madonna, meritava un approfondimento a parte da quant’è bello e sottovalutato. cmq stessa sorte ce l’hanno pure gli Eucharist, anche loro col materiale pronto in pancia.

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  2. Fanta permalink
    1 gennaio 2019 01:49

    P. S. Non per fare il pignolo de sto gran cazzo, però per dovere di cronaca Slaughtersun è uscito il 7 maggio 1998. Saluti e baci a tutti voi. E buon anno.

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  3. andrea-metal permalink
    1 gennaio 2019 16:36

    Caravan Beyond Redemption, per me un disco bellissimo.

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  4. bonzo79 permalink
    1 gennaio 2019 16:45

    Slaughtersun davvero grandissimo

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  5. ALESSANDRO permalink
    3 gennaio 2019 09:25

    Slaughertsun grandioso. Stille capolavoro che mi fece amare i Lacrimosa.

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