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Avere vent’anni: ‘Addisìu’ di INCHIUVATU raccontato da Agghiastru

29 ottobre 2017

Black metal, cantato in siciliano, con inserti di musica folk della stessa area (anche se, come leggerete, al suo creatore non piace questa etichetta). Riuscireste a immaginarvelo nel 2017? Noi, francamente, no. Per avere il metro di quanto fossero creativi gli anni ’90 in ambito metal, in Italia e non solo, forse si può partire proprio da Addisìu e dal quel 1997 in cui venne alla luce. Ce lo racconta Agghiastru, il suo creatore ed unico esecutore. (Giuliano D’Amico)

Saranno vent’anni che non ascolto Addisìu. E, in verità, non credo mi verrà voglia d’ascoltarlo proprio adesso. Potrei provare piacere a risuonare qualcosa in una nuova forma, ma riascoltarmi non mi piace proprio. Questo è spiegabile serenamente perché, in fin dei conti, non si è mai soddisfatti del proprio operato e i difetti finiscono col prevalere sui pregi. È ovvio che chi ha conosciuto Addisìu nel 1997 avrà colto solo i pregi, ma un musicista che crea la sua opera è l’ultimo a godersela, se non addirittura a rigettarla.

Mi spiego meglio. Fin dalle prime esperienze musicali, quello che volevo emergesse immediatamente era l’originalità, senza la quale non vedo il perché “creare” qualcosa di già esistente. Per puro compiacimento? No, non sono il tipo. Dunque, Addisìu, dopo la lavorazione di tre demo, e altri seminali progetti, cominciava ad essere la strada da seguire, ma non era abbastanza. Considerate che in quegli anni gli unici registratori erano a bobina in studi professionali o “live” su un DAT. Io lavoravo su un 4 piste a nastro aiutandomi con i sequencer delle tastiere. Questo era il modo di incidere dalle mie parti. Purtroppo o per fortuna, ho sempre composto, suonato e inciso in un unico passaggio. Addisìu venne dunque registrato dopo che tutti i brani erano più o meno chiari, ma in uno studio di un mio amico. Questa operazione ha in un certo senso ridotto la mia possibilità di intervenire sui brani fino ad un momento prima del missaggio finale. Ed ero capace di cambiare un brano anche del 70%, attirando su di me le bestemmie del fonico, pur di essere fedele all’idea originaria. Alla fine venne fuori quest’album. Ma manca tanto. Per prima cosa i suoni. Non erano i miei. Anche l’impasto sonoro non era quello che avevo immaginato. Ma soprattutto la fusione tra la parte metal, il folk, il prog e gli strumenti artificiali. 

Il punto è che per me non si è mai trattato di confezionare un disco di musica, ma un vero e proprio lavoro artistico. Dunque, come un pittore, dovevo creare i miei colori sonori e poi adagiarli sulla tela seguendo serenamente la mia visione nel mio laboratorio, col mio tempo e con la mia voglia. Lì ero invece nella grotta di un amico che non sapeva bene che roba fosse quella musica. Quando uscì Viogna (2000), dissi chiaramente che quello era da considerarsi il vero debutto di Inchiuvatu, poiché realizzato, secondo gli schemi che ti ho raccontato prima, nel mio studio personale. Infatti gli intrecci di folk, prog e metal sono molto più amalgamati. I suoni decisamente più consoni al concept, ma cosa più importante, fino all’ultimo, ho corretto, cambiato, riveduto e quindi sentito profondamente tutto quello che ascolti in quel disco.

Da quel 1997 decisi che, e ripeto, come un pittore, io dovevo intendere la musica drasticamente in quel modo. Diversamente non sarei io. Anche a discapito della qualità sonora. Infatti, non ritenendomi capace di registrare, molti dei miei lavori suonano di merda, ma è un prezzo che pago volentieri perché meglio rappresenta la mia idea iniziale. Purtroppo sui suoni non ho fatto la ricerca che avrei voluto… sacrificandoli rispetto ai testi che invece sono stati sempre all’altezza delle mie aspettative. Solo negli ultimi lavori, Via Matris, Via Lucis o Ecce Homo, comincio meglio a definire totalmente anche la tavolozza sonora del progetto. La musica è un linguaggio per dire al mondo, o a te stesso, chi tu sia. Immagina che i tuoi pensieri vengano raccontati con la voce di un’altra persona e in un’altra lingua. No, tu vuoi tradurre quello che avviene nella tua mente col suono della tua voce. Detto questo, quando molte band a fine anni ‘90 utilizzarono uno studio di registrazione in particolare, per avere un suono mainstream, si ruppe l’ultima alta considerazione che avevo del genere. Queste bands suonavano tutte uguali, castrando totalmente le loro primordiali personalità. Riguardo allo stato di salute della scena oggi, artisticamente, non faccio alcun commento.

E visto che parliamo di anni ’90. Probabilmente, per la musica metal estrema, sono stati gli ultimi veramente intensi e pieni di aspettative. Ogni disco era un passo avanti sorprendente. Tutto era underground ma si sentiva una voglia di “emersione” straordinaria. Ho creduto di poter fare qualcosa di rivoluzionario e così è stato. Dare un segnale politico partendo proprio dalla terra italica più a sud dell’Europa e con una lingua “incomprensibile”. Infatti, quando cominciarono ad uscire sui giornali le prime recensioni dei demo di Inchiuvatu, la gente era confusa. Associava l’idea di un genere estremo marcatamente siciliano a pellicole altrettanto estreme, come i film di Mary per sempre e Ragazzi fuori di Marco Risi, area palermitana. Ma poiché noi eravamo originari dell’area selinuntina/sicana, i più sconoscevano il lato elegante e decadente della mia parte dell’isola. Le mie foto erano in giacca e non con il chiodo e le borchie. A poca distanza dai luoghi del Gattopardo, o dall’Akragas di Pirandello, il nostro modo di intendere anche la dimensione ferale del black metal si ammantava di una malìa sicula inaspettata. E infatti, quando uscì Addisìu, tutti furono spiazzati positivamente. Aggiungi che nel mio modo di raccontare la Sicilia ho cercato sempre di elaborare un punto di vista intimo, personale e il più originale possibile. Ecco che il pianoforte prevale sulle chitarre. La melodia mediterranea diventa prepotente. Il dialetto è vellutato e non sguaiato come nelle pellicole di cui sopra. Insomma, l’accoglienza, seppur spiazzante, fu di assoluta conferma di un progetto dall’enorme potenziale e con qualcosa di diverso da raccontare. E questo è un fatto.

Iniziai a raccogliere le impressioni poetiche per musica e testi, che sarebbero servite a creare l’anima del progetto, fin dall’adolescenza. Merito di mia nonna Angela, dei vicoli stretti e scoscesi di Sciacca, abitati da prostitute e dalle tante edicole raccapriccianti, e poi da fattucchiere inquietanti pronti a fare a noi bambini “u scantu”, una sorta di orazione tramandata da madre a figlia la notte del venerdì santo per allontanare i vermi che ci agitavano le viscere. In uno di questi stretti vicoletti iniziammo a registrare Addisìu, proprio nella settimana santa del 1997.

Il significato di Addisìu per il black metal, italiano e non, non mi era chiaro allora e probabilmente non lo è neanche oggi. Questo perché noi si viveva in un territorio estremamente lontano dal resto dei praticanti di quel genere e, come potrete comprendere, le uniche possibilità di contatto con la gente erano delle lettere scritte malamente a mano. Nel tempo qualcuno ha accusato me e la Mediterrenean Scene di snobismo, ma la verità è che abbiamo vissuto tutto quel periodo “isolati” in un’isola lontanissima da tutto. Oggi non c’è libro che celebri il ventennio black metal senza citare Addìsiu, e allora qualcosa in più comprendo. Non so cos’altro dirti, a parte forse una velata delusione riguardo al profondo “messaggio” di Addisìu, che nessuno ha colto e raccolto. Inchiuvatu non è un progetto di black metal con innesti folk siculi. Non mi aspettavo certo di divulgare l’idea regionale di fare metal incitando a Barbarossa o al doge veneziano, e non sarò io ora a dire cosa mi aspettavo. Ma il senso di Inchiuvatu, e della Mediterranean Scene, non ha lasciato alcuna traccia nella musica o nell’ispirazione del metal nostrano e non.

Può darsi che ciò sia in parte dovuto alla mia formazione. Non ho mai pensato che Addisìu fosse un grande disco metal da ricordare o analizzare. Sono arrivato al metal di Addisìu provenendo da altri generi. Ero già un ragazzino formato, non sono nato “metallaro”, questo ha fatto sì che l’originalità di quel disco, la sperimentazione e il fascino, fossero atteggiamenti consapevoli e maturi incastrati nel mio modo di fare musica. Al tempo non comprendevo come altri ragazzi non “sperimentassero” alla mia maniera e si ostinassero a rimanere entro dei canoni talmente banali e inamovibili da risultare inutili. Ma questo fatto è chiaro poiché la gran parte dei ragazzi che suonano, o suonavano questa musica, non conosceva altro che il metal. Erano dei metallari ai limiti dell’ortodossia, musicisti nati e cresciuti in quell’ambiente. Eppure il genere è qualcosa di molto più profondo e filosofico, e mi ci sono avvicinato proprio per questa componente teatrale illuminata entro la quale si posso traghettare altri generi musicali e mille tematiche. Addisìu va ricordato forse per la sincera onestà intellettuale.

E mi sento di dire lo stesso per la Scena Mediterranea (la “lega” di gruppi più o meno black metal della Sicilia meridionale, che aveva e ha in Agghiastru e la INCH Productions il suo punto di riferimento, ndr). Pur in maniera inconsapevole avevamo incarnato il vero spirito del black metal. Abbiamo vissuto la musica black metal in maniera clandestina. Giravamo per mezza Sicilia in dieci macchine cariche di tutto: amplificazioni, strumenti, palco fatto da pedane di legno e luci improvvisate. Ovunque ci fosse posto, un casolare in aperta campagna, una casa al mare, una villetta in montagna, ovunque si organizzavano concerti, incontri. La Scena Mediterranea è stata davvero rivoluzionaria, non aspettavamo mica i locali per esprimerci. Questo spirito originario era l’autoproduzione assoluta. Dalle registrazioni, in studi improvvisati a quella degli show, all’informazione col pubblico con qualsiasi mezzo. Vivevamo la musica in maniera totale. Andavamo alla scuola d’arte, nel pomeriggio si registrava, la sera si facevano le prove e la notte conducevamo diversi programmi radiofonici. C’era pure chi si interessava di cucire con pellame bracciali borchiati e vestiario ai limiti del ridicolo. Ma c’era una purezza d’animo sconvolgente se penso al nostro tempo odierno. E tutto questo senza l’ausilio di alcol, fumo o droghe, mai usate da nessuno di noi. Eravamo solo degli “artisti” che interpretavano un movimento, a nostro modo di pensare… culturale, il black metal.

In conclusione, vorrei dire due parole sull’aspetto visivo di Addisìu, un aspetto che spesso viene tralasciato, ma che a mio avviso è fondamentale. Siccome consideravo artisticamente l’opera un tutt’uno, anche delle immagini volevo l’assoluto controllo. Inizialmente la copertina doveva essere un mio quadro che ritraeva la fata alata adagiata su un fiore. Al tempo dipingevo, con scarsi risultati in verità, e avevo pensato ad una sorta di paesaggio in cui raffigurare le varie vicende narrate nei testi delle canzoni. Ogni canzone, a sua volta, diventava l’ideale continuazione per il successivo album e di conseguenza anche l’immagine che, alla fine di una cinquina di album avrebbe formato, come in puzzle, lo scenario definitivo. Presentai il progetto alla mia casa discografica, ci confrontammo, ma trovammo poco “attraente” l’uso di quel quadro. Optammo per una foto sciamanica che mi ritrae, come una sorta di Virgilio, mentre accompagno l’ascoltatore all’interno di questo viaggio onirico –musicale. La foto mi piacque, perché oltre ad essere carica di simbolismi attinenti, mette in evidenza le mie intenzioni. E poi sono sempre stato affascinato dalle figure di filosofi erranti, asceti, samana, stiliti e via discorrendo. Dalle mie parti c’è il deserto, e anche il nome d’arte che ho scelto per me, presenta i caratteri di una sorta di oscuro santone/terrone di tutto rispetto. Nell’edizione di Addisìu del 2004, curata dalla INCH Productions, sul vassoio dove si adagia il dischetto, abbiamo riproposto l’intero quadro con tutte le vicende del concept dell’album, oltre a immagini d’archivio con i luoghi simbolo della genesi del progetto. Dunque niente è andato perduto, fuorché la nostra gioventù. (Agghiastru)

5 commenti leave one →
  1. ignis permalink
    29 ottobre 2017 20:12

    Ottimo contributo, grazie. Le parole dell’autore sono sempre molto profonde. Qualcuno dovrebbe scrivere un libro sulla scena mediterranea… Potresti farlo tu, Giuliano!

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  2. sergente kabukiman permalink
    1 novembre 2017 12:37

    se i musicisti oggi ragionassero come agghiastru saremmo tutti più felici. grandissimo personaggio e bellissimo articolo!

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  3. vito lomonaco permalink
    4 novembre 2017 08:19

    ho sentito qualcosa e mi sembrano originali e capaci ma ho l’impressione che all’epoca abbiano messo un po’ troppa carne sul fuoco affumicando il mood,comunque bravi.

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  4. blackwolf permalink
    10 novembre 2017 09:20

    Grazie ragazzi per questi articoli.

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  1. SCUORN – Parthenope | Metal Skunk

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