Skip to content

SCUORN – Parthenope

18 dicembre 2017

“La terribilità contrapposta al bello, il bello alla terribilità: l’uno e l’altra si annullano a vicenda, e ne risulta un sentimento d’indifferenza. I napoletani sarebbero senza dubbio diversi se non si sentissero costretti fra Dio e Satana”.

J.W. Goethe

Non vi avevamo ancora colpevolmente parlato degli Scuorn, nonostante in redazione ci fossimo entrati in fissa già da prima dell’uscita del disco: del resto Parthenope è stato anticipato da una campagna di viral marketing da manuale, cosa resa molto più semplice dalla peculiarità della proposta. Per coloro che nell’ultimo anno sono vissuti sulla Luna senza avere ancora ascoltato il disco, sappiate che trattasi di una one-man band napoletana concettualmente incentrata sul recupero e la valorizzazione delle proprie radici geografiche (il che è fondamentalmente un ridondante giro di parole per dire BLACK METAL) con tanto di strumenti tradizionali locali come il triccheballacche, il mandolino, il tamburello, la caccavella e chissà quale altro. L’operazione è riuscita in pieno, anche grazie al recupero della maschera di Pulcinella, figura demoniaca pagana e ctonia che richiama l’ancestralità magica di Napoli, che, com’ebbe a dire Curzio Malaparte, è la più  misteriosa città d’Europa, la sola città del mondo antico che non sia perita come Ilio, Ninive e Babilonia; la sola città del mondo che non è affondata nell’immane naufragio della civiltà antica; una Pompei che non è stata mai sepolta. E difatti il fulcro del concept è proprio il mondo antico, dalla copertina con la sirena Partenope che guarda l’esplosione del Vesuvio fino alla titletrack, incentrata sull’episodio omerico di Ulisse e le sirene. La traccia scelta per il video è Sepeithos, dall’antico nome del Sebeto, il fiume – ora scomparso – che parecchi secoli fa scorreva dentro Napoli e che ora, forse, è identificabile con un torrente sotterraneo che peraltro provoca problemi di natura idrogeologica alla tenuta delle costruzioni più recenti. Proprio come il Sebeto, gli Scuorn cercano di recuperare un filo rosso che ripercorra tutta Napoli, nei suoi ricordi e nelle sue spesso luciferine leggende, conseguenza ovvia per una città che è sopravvissuta, indenne e immutabile, ad almeno tre civilizzazioni; ricordi e leggende che scorrono sottopelle all’identità forzatamente moderna di una città che non solo non potrà mai essere davvero moderna, ma che si pone con orgoglio e ostinazione contro un mondo che non capisce e da cui non è capita.

L’uomo dietro l’intera operazione è Giulian’, con un breve passato in alcune formazioni black partenopee, qui compositore ed esecutore di tutto ciò che è contenuto nell’album: e che musicalmente il disco abbia alcune pecche, che suoni a volte datato nel suo black melodico anni novanta, o che difetti in alcuni arrangiamenti, poco importa: un’operazione concettuale come questa è talmente grandiosa e autentica da valere di per sé. In questo periodo storico, in cui Napoli viene caricaturizzata da un lato da detrattori che non l’hanno mai vista manco in cartolina, e dall’altro da sedicenti neoborbonici con la testa sotto la sabbia, è sinceramente difficilissimo trovare una rappresentazione viscerale e sincera come quella degli Scuorn. L’unico precedente sul suono italiano credo sia quello di Agghiastru, ma Parthenope è forse migliore di qualsiasi disco mai partorito dalla Mediterranean Scene. Per quanto mi riguarda questo non è solo uno dei dischi dell’anno, ma è una delle migliori cose (e dico cose perché non lo considero affatto semplicemente un disco) uscite dal nostro Paese nell’ambito culturale degli ultimi anni. Comprendo che le sue simbologie non siano semplici da comprendere, ma spero che Parthenope possa offrire una chiave di lettura su Napoli diversa rispetto alle solite rappresentazioni da cartolina (positive o negative): la stessa chiave di lettura, del resto, che hanno avuto Petrarca, Goethe e, più recentemente, il citato Malaparte. Perché, detto in termini più prosaici, di Napoli sono verissime sia le cose che dicono i detrattori sia quelle che dicono i magnificatori; ma comprenderla nella sua interezza rimane qualcosa di infinitamente più grande di noi, piccoli figli di un’arida epoca povera di spirito. (barg)

7 commenti leave one →
  1. vito lomonaco permalink
    18 dicembre 2017 12:37

    Bargo’ si gruoss!

    Mi piace

  2. 18 dicembre 2017 16:24

    A giudicare dai titoli dei giornali anche recenti, Malaparte, come dire, si è abbandonato ad un’iperbole. Però l’operazione è meritoria; se ognuno interpretasse il metal secondo il rispettivo genius loci, saremmo tutti più ricchi.

    Piace a 1 persona

  3. Supermariolino permalink
    26 dicembre 2017 11:35

    Io me li ero persi, grazie ragazzi per la segnalazione: lavoro interessantissimo! Il richiamo ai suoni anni ’90 è per me casomai un pregio. Non smetto di ascoltarli: forza Napoli sempre!

    Mi piace

Trackbacks

  1. Tecnici del suono tremate, sono tornati i NARGAROTH | Metal Skunk
  2. La classifica 2017 di Metal Skunk | Metal Skunk
  3. Raining blog: le playlist 2017 dei tizi di Metal Skunk | Metal Skunk
  4. Tresche spaziali: STAR WARS – Gli ultimi Jedi | Metal Skunk

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: