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Avere vent’anni: IRON MONKEY – Our Problem

27 agosto 2018

In questi giorni ho avuto una discussione col Messicano, in cui gli spiegavo che fino ai primi anni del duemila la mia diffidenza verso un genere musicale che egli adora, era pressoché altissima. Stavamo parlando dell’hardcore punk e lo giuro, da fanatico di un filone – il thrash – che esattamente da lì aveva imparato molto anzi moltissimo, trascurare Minor Threat o i D.O.A. di Randy Rampage era una cosa non facile da spiegare.

Ricordo che fra il 1996 e il 1998 ero talmente preso a fare il metallaro integralista, che probabilmente lo schifare icone punk come Jello Biafra facesse un po’ parte del gioco; ma il territorio in cui mi aggiravo stava cambiando e stava accorpando tante altre cose di mese in mese, e per le mie “solide” abitudini era solo questione di tempo. Rispondo qui al Messicano, che dopo avermi letto si è prontamente mosso verso Firenze per distruggermi tutti i vetri dell’automobile: il momento in cui ho iniziato a incuriosirmi verso la “sua” musica è dipeso dai gran casinisti che stavano esplodendo in quegli anni, proponendo cose che sarebbero state catalogate e chiamate in ogni modo, da sludge a post-hardcore e passando per un sacco di altri nomi. 

Questo scatenò una sorta di reazione a catena che, di rimbalzo e apparentemente senza alcun collegamento, mi fece innamorare pure dei Ramones che sono un gruppo che quando passava su MTV ed avevo quattordici anni, mi faceva cambiare canale e mettere su qualche assurda telepromozione o – più sensatamente – il programma con le numerose zozze alla mercè di Umberto Smaila. In un certo senso, per la mia provvisoria maturazione come ascoltatore di musica rock (oggi ho avuto un ulteriore tracollo come lo testimoniano le mie recensioni) devo quindi ringraziare i Converge per When Forever Comes Crashing, i Neurosis di A Sun That Never Sets e questi folli provenienti da Nottingham di cui ho già parlato qualche mese fa, in occasione dell’uscita del nuovo album.

Qua c’era ancora Johnny Morrow, e c’era pure la gioventù che – a piccole dosi – Jim Rushby sembra essersi portato dietro fino ai giorni d’oggi dentro a qualche scatola marcescente. Il sound era più corposo e metallico di quello dell’adorabile debutto di un anno prima, ed i risultati di Our Problem – titolo emblematico per gente che ne aveva più di uno, ma non in fatto di creatività – sarebbero stati ancora una volta ottimali. Poi un EP, e poi sappiamo tutti che cosa è successo. Appena fuori dai confini del metal ma molto più rumorosi, ostici e violenti di tante cose che si trovavano al suo interno: gruppi come gli Iron Monkey ci avrebbero spalancato la mente e costretto ad aggiungere una mensola in più per la collezione di cd, pronta ad essere riempita di cose magnifiche, e dal sound sorprendentemente capace di fare schiantare le casse allo stereo. E poi scusate, vogliamo parlare della copertina? (Marco Belardi)

3 commenti leave one →
  1. vito permalink
    27 agosto 2018 13:12

    A 14 anni i miei pomeriggi dopo la scuola? Peroni calda, mariuana,cassette dei Negazione,Indigesti,Ramones,D.R.I. etc…in vecchi garage senza finestre!

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  2. fredrik permalink
    27 agosto 2018 21:00

    Io invece all’epoca non schifavo assolutamente un po’ di punk Hc (agnostic front e roba simile)… Piuttosto questi mappazzoni con dentro di tutto purché sia post qualcosa mi sono sempre stati indigesti.

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  3. Aris permalink
    28 agosto 2018 09:24

    Bello il preambolo, ma del disco quasi non ne parli…

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