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Gente con i capelli strani: ZEAL & ARDOR – Stranger Fruit

7 agosto 2018

zeal-ardor

La mia conclusione è che in Svizzera si calano della roba potentissima.

Il sospetto uno già poteva averlo con i Coroner o le band di Tom Gabriel Warrior, ma la certezza arriva con gli Zeal & Ardor, che in pratica sono la creatura di tale Manuel Gagneux, ovvero uno coi capelli a metà fra William DuVall degli Alice In Chains e Marouane Fellaini del Manchester United. A vederlo così messo non avresti dubbi: suona Indie Rock, frequenta le serate in cui gente come Mark Ronson mette musica di merda, e ha un grossissimo problema coi parrucchieri. La realtà è che questo tizio ha già pubblicato alcuni album come Zeal & Ardor, e la prima volta che hanno provato a descrivermene uno (il precedente Devil is Fine) era palese che mi stessero prendendo per il culo. In pratica, il concetto era “black metal più elettronica, più musica nera“, il che oltre a farmi ribaltare sulla sedia mi incuriosì al punto che lo ascoltai, lo trovai un passatempo su cui investire quei cinque o dieci minuti al massimo, e me ne dimenticai completamente. Non era per niente brutto, ma qualcosa di indefinito ancora non mi tornava proprio. 

Un po’ come in quelle scommesse in cui sei costretto a fare cose indecenti tipo raderti i peli pubici per colpa di una partita di calcio, sembra che Manuel Gagneux sia stato costretto a fare tutto questo e, per spregio ai vincitori, che abbia persino deciso di farlo per bene, per il puro gusto di andare nel culo a tutti quanti. Stranger Fruit è molto migliore del suo predecessore, perché pecca solo in lunghezza ma mette un po’ da parte l’invadente componente elettronica per piazzare sotto ai riflettori quella assurda alternanza fra blues, soul, gospel, cori gregoriani, cristi in croce, gente che fa i riti voodoo nei campi di cotone e improvvise ripartenze ispirate al black metal. E vi assicuro che funziona pure, sia nei potenziali singoli come Gravedigger’s ChantServants o la tamarra Row Row, sia nei pezzi più energici come Don’t You Dare. Poche volte si resta per intero dentro ai confini metallici, come accade in Waste che – non a caso – è fra le tracce che mi hanno entusiasmato e sorpreso di meno. Il buffo, è che appunto l’effetto sorpresa rischiava di svanire completamente dopo il terremoto di Devil Is Fine, mentre invece si ha la sensazione che tutto quanto stia finalmente prendendo la giusta direzione, produzione in primis (assolutamente impeccabile), ed anche quando You Ain’t Coming Back inizia come una di quelle messe americane in cui tutti cantano, delirano e sparano cazzate, ossia facendo il possibile per farti terminare l’ascolto esattamente lì. Stranger Fruit è una bomba, ti fa canticchiare i pezzi e te li incide nel cervello con rapidità non comune, ma è anche una ruffianata totale con un piglio davvero confrontabile con cose che, all’interno del circuito metal, stanno lentamente riaffiorando. È la nuova attitudine a tentare nuove vie che aveva trovato enorme fortuna negli anni Novanta, e che ha spianato la strada a gente come i Ghost di Prequelle, per intenderci. Solo, stavolta, col metal estremo dentro.

Stranger Fruit è ciò che avrebbe inciso Glenn Danzig nel periodo in cui si era messo in testa di fare roba sperimentale e dal taglio industrial, se solo si fosse drogato quanto un cavallo e non quanto previsto dall’ex voce dei Misfits – ovvero un cavallo, ma non di Siena – finendo per pubblicare roba bruttina ma non quanto l’ultimo suo obbrobrio. Peccato solo per qualche musichina da sauna finlandese come The Fool, che sembra riprendere il discorso che in Devil Is Fine bilanciava impeccabilmente elettronica e chitarre, finendo per stancare dai primi passaggi per una certa ripetitività della struttura del disco in sè. Sedici tracce di pura follia e con pochi cali, due o tre in meno e sarebbe stato pressoché perfetto: in ogni caso, uno degli album più interessanti del 2018, annata che definirei positiva già al solo mese di luglio e con tanta bella roba che deve ancora arrivare. Gli svizzeri riescono inoltre a comunicarmi la stessa sensazione che ebbi nel 2000 ascoltando All You Need Is Love dei Die Apolyptischen Reiter, ovvero quella di ascoltare gente completamente devastata nel cervello, ma anche in grado di cogliere il bersaglio senza perdere troppo tempo in giochetti. Bravo Gagneux, adesso però datti una calmata o finirai in cura da qualche parte. Altrimenti ci finisco io, che inizio a sentirmi un tantino vecchio, dato che una ventina d’anni fa mi sembravano assurdi i Dødheimsgard. (Marco Belardi)

4 commenti leave one →
  1. gabba permalink
    7 agosto 2018 18:47

    Non so se l’hai scritto perché lo sapevi, ma se non lo sapevi ci hai preso di brutto: Zeal and Ardor è nato davvero per una specie di scommessa.
    In pratica Gagneux aveva un’altra band e ogni tanto andava su 4chan per postare la propria musica e avere un feedback onesto e brutale. Tra le altre cose su 4chan faceva anche un esercizio per stimolare la creatività: chiedeva alla gente di suggerirgli 2 generi musicali diversi a caso e lui doveva creare, in mezz’ora, un brano che li unisse. Uno di questi suggerimenti è stato quello di unire black metal e, con la classica finezza che contraddistingue 4chan, “nigger music”.
    Gagneux ha raccolto la sfida e ha creato Zeal and Ardor.
    Genio.

    Piace a 2 people

  2. 7 agosto 2018 21:41

    Bello anche il titolo, che è difficile non ricondurre concettualmente alla “Strange Fruit” di Billie Holiday (e forse un po’ anche d(e)i Doc Holliday).

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  3. bonzo79 permalink
    8 agosto 2018 09:07

    scusate, ho ascoltato il pezzo… carino, ma voi dove cazzo lo sentite il black metal?

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  4. hieiolo permalink
    9 agosto 2018 16:24

    Mi ha sfracassato i maroni dopo 10 minuti..

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