Skip to content

Once upon a time in Norway #11

28 dicembre 2017

Nel generale imborghesimento della scena metal di Oslo e, di conseguenza, dei locali dedicati, il Revolver mi è sempre parso una felice eccezione. Niente pareti laccate in edifici nuovi di zecca, niente ex piscine comunali rimaneggiate e gentrificate, niente seminterrati di centri commerciali in pieno centro. Il Revolver offre posizione defilata, un ottimo diner per famiglie di giorno (che la primavera scorsa ospitò l’epifania di un pop-up di arancine, evento tanto incredibile quanto mai più ripetuto), un onesto pub la sera e soprattutto uno scantinato con entrata tramite cortile, scala angusta, luci e tetto bassi e acustica da piangere. Quanto di meglio quindi per ospitare concerti di un certo spessore e afrore, cosa che in effetti succede abbastanza spesso e con grande riscontro di pubblico.

Ora, da qualche tempo il Revolver ha lanciato una singolare iniziativa. Ogni anno, poco prima o poco dopo Natale, il locale ospita un concerto dei DHG (o Dødheimsgard che dir si voglia). L’idea ha, spero lo concederete, una certa portata culturale: 1) garantisce uno show fisso a una band che non si vede spesso in giro; 2) offre un refugium peccatorum a tutti i disadattati che non sanno cosa fare durante le feste; e soprattutto 3) dà a tutti quella sensazione agrodolce dello scorrere del tempo, che solo le feste comandate e gli eventi fissi danno. Il concerto di Natale dei Dødheimgsard è un po’ come il concerto di S. Stefano degli Abiogenesi, che manca ormai da troppi anni al Magazzino di Gilgamesh di Torino. La desolazione torinese di S. Stefano aveva finalmente trovato la sua catarsi in Tony D’Urso e nelle sue jam sessions – per gli anni in cui è durato, era davvero uno degli highlights delle feste.

Ora, si dà il caso che il sottoscritto non abbia mai partecipato a un concerto di Natale dei Dødheimsgard – gli expat hanno di meglio da fare durante le feste, come ad esempio passare del tempo con la propria famiglia. Ne approfitto però per raccontarvi un altro concerto dei DHG, sempre al Revolver, che si è tenuto nel marzo scorso – nella speranza di infondere un po’ di spirito revolveriano e natalizio, almeno in forma sublimata. La band, ormai orfana del cantante e co-fondatore Aldrahn,

PARENTESI SU ALDRAHN

 È un vero peccato che Aldrahn abbia lasciato i DHG. Ho il ricordo vivissimo di un concerto di due anni fa, quando ha gesticolato e scritto segni incomprensibili nell’aria – tutto a ritmo di blast beat – per l’intera durata del concerto. Non trovo documentazione della cosa in altri show caricati su YouTube, quindi mi viene il dubbio che sia stato un delirio grafico occasionale. Ragione in più per essere felice di averli visti in quell’occasione.

FINE PARENTESI SU ALDRAHN

si presenta con Vicotnik alla voce, il che ovviamente non fa sfigurare affatto il gruppo. Il set è corto – lo show è a tema, per il ventennale di Monumental Possession – ma resta uno dei migliori concerti visti negli ultimi anni. L’aspetto più importante, però, non è tanto quello musicale, quanto quello visivo. Vicotnik si presenta con indosso una t-shirt psichedelica con la dea Kalì, e dopo essersi buttato addosso un secchio di polvere di gesso: il risultato è un incrocio tra un eroinomane e un santone indiano. Il chitarrista è totalmente calvo e pitturato di nero, probabilmente in omaggio all’Al Jolson del Cantante di Jazz, mentre il batterista è vestito da se stesso, cioè da metallaro di origini africane, con giubbotto di jeans e toppe dei Mercyful Fate.

 

E proprio questo aspetto visivo apre a un discorso più ampio, che mi sembra importante menzionare, soprattutto ora che si va verso Natale e si concretizza l’ideale teosofico della fratellanza tra i popoli. Coi tempi che corrono, non è secondario sottolineare agli “amici” di Thulean Perspective, NSBM eccetera, che il batterista non è un’eccezione all’interno del gruppo: Vicotnik all’anagrafe fa Yusaf Parvez, ed è mezzo indiano. La fucina creativa dei DHG, quindi, non viene tanto da quel norsk arisk black metal of my ass, ma dalla multiculturalità, tanto osloense quanto revolveriana, che è sempre stata un po’ mancante, o almeno poco comunicata, nel mondo del black metal norvegese. In un genere fondamentalmente bianco, vale la pena chiedersi se l’eccezione musicale rappresentata dai DHG (ricordiamo a tutti che loro, e i cugini Ved Buens Ende, facevano già il post-black metal di oggi 15-20 anni fa) non vada di pari passo con la loro “diversità” culturale. Un gruppo black metal tanto poco bianco che il loro chitarrista si pitta di nero: c’è del grottesco e sicuramente dell’ironia di fondo, ma tale mi sembra (anche) la forza dei DHG di oggi, che, come ogni anno, dal palco del Revolver augurano un sereno Natale a voi e alle vostre famiglie. (Giuliano D’Amico)

One Comment leave one →
  1. vito lomonaco permalink
    28 dicembre 2017 12:50

    trovo piu’ credibile un nero che suona black metal che un bianco benestante che si atteggia a gangsta-rapper motherfucker !

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: