Avere vent’anni: DESTROYER 666 – Phoenix Rising

Molte terminologie hanno assunto un significato forzato o difficile da mandare giù. In taluni casi potevi anche farci due risate sopra, ma in altri, non c’era proprio niente su cui scherzare. Ad esempio, radere al suolo un villaggio è diventato pacificare. Inseguire ideali di sinistra di colpo si chiama populismo, e per quanto vi sforziate nel dare un senso a tutto ciò, attribuendone la colpa al benestare del mondo giornalistico ed al silenzio assenso dei suoi innumerevoli fruitori, il dato di fatto è che in tutti quei casi ormai si usa così. La cosa importante è che il war metal rimarrà sempre il war metal. Non lo correggeranno, e se lo faranno, sarete voi in prima persona a continuare a invocarlo con il suo nome.

Pur leggendolo blackened death metal, o degustandolo sotto la forma primordiale dei tedeschi Desaster o dei canadesi Blasphemy, oppure passando per i miei beniamini Angelcorpse, avrete di certo preso contatto con differenti entità che trattavano la medesima materia. In qualunque modo la si chiamasse, o ci si rivolgesse ad essa, stavamo parlando di war metal. A questa definizione appartengono senza dubbio i Destroyer 666.

Conobbi Phoenix Rising perché dovevo andare a vederli al Siddharta di Prato, storico locale di una zona, quella dell’agglomerato urbano fiorentino, nella quale uno ad uno luoghi come questo sono scomparsi senza fare nemmeno troppo rumore. A voi che sbottate perché in Emilia passa meno gente che a Milano o a Roma, gettate un occhio da queste parti e poi ditemi. Per l’indecenza di andare a vedere un gruppo australiano, che per descrizioni e atteggiamento pareva potermi interessare, ma che di fatto non conoscevo, replicai il modus operandi che – in quel periodo – spesso mi vedeva scaricare la musica di qualcuno per poi acquistarla nel caso ne uscissi convinto, gasato, o, nei peggiori casi, come lobotomizzato. I Destroyer 666 mi fulminarono il già compromesso cervello. A mente fredda trovai Phoenix Rising del tutto differente dal delirio satanico in salsa Motorhead del precedente Unchain the Wolves, che era magnifico ma non completo come quest’album qua. Phoenix Rising era il raggiungimento di uno scopo, i Destroyer 666 volevano diventare quelli di Phoenix Rising e ce l’avevano rapidamente fatta: un impeccabile gusto melodico e allo stesso tempo lame taglienti come rasoi, riassunte in una proposta musicale difficile da inquadrare nonostante essa fosse tutto fuorché inedita. Phoenix Rising oggi suonerebbe come l’ennesimo album uscito dalla fucina del black/death/thrash guerrafondaio, ma è del 2000, e della sua contestualizzazione storica devo assolutamente tener conto per valutarlo e assaporarlo nuovamente.

Phoenix Rising, Lone Wolf Winter e soprattutto I Am the Wargod: tre titoli con cui avrete modo di gustarlo a pieno, ai quali aggiungo il rifacimento di The Eternal Glory of War, che gli australiani già pubblicarono nel buonissimo EP di debutto di metà anni Novanta. E che al momento di rientrare in studio, con la piena consapevolezza di poterla nuovamente rimaneggiare e plasmare, trasformarono in un autentico classico da suonare concerto dopo concerto, tour dopo tour.

La fecero anche al Siddharta di Prato, The Eternal Glory of War. In vita mia ho visto i Destroyer 666 dal vivo per ben tre volte, ma quella prima al cospetto di gente che si faceva chiamare Bullet Eater, Shrapnel e K.K. Warslut fu a dir poco indimenticabile: uno dei concerti della vita, a pochissimi metri di distanza da bracciali acuminati e onnipresenti borchie, e da casse settate a volumi altissimi che riproducevano brani per me inediti, ma che già riconoscevo a memoria. Non fu la stessa cosa quando li rividi, poiché i Destroyer 666 di Phoenix Rising e del conseguente tour promozionale rasentarono la perfezione, e, pur mantenendosi su livelli più che accettabili, poterono soltanto ridiscendere da una vetta come questa. Ne avevo già discusso, ma c’è sempre una valida ragione per riscrivere di Phoenix Rising, specie se ne ricorre il ventennale. (Marco Belardi)

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