Vai al contenuto

Avere vent’anni: settembre 1999

30 settembre 2019

KONKHRA – Come Down Cold

Marco Belardi: Come Down Cold è l’album di merda per eccellenza dei Konkhra. I motivi sono molteplici, ma ho da preparare da mangiare ed è perciò che ve ne elencherò solamente, e rapidamente, giusto alcuni. Il death metal era andato temporaneamente a puttane, e Anders Lundemark, un danese come Lars Ulrich e di conseguenza un imprenditore che in passato aveva probabilmente giocato a tennis, doveva aver ritenuto d’essere all’avanguardia quando la buttò sul groove con Weed Out The Weak un paio d’anni prima. Quando pensi di poterti spingere oltre ogni limite, accade esattamente l’effetto contrario ovvero è lì, proprio lì, che farai inevitabilmente di peggio. Anders Lundemark arrivò con cinque anni di ritardo a spingersi oltre il limite degli Obituary di World Demise, ovvero un disco letteralmente sublime, nel fare un rischioso all-in sul groove. Mentre i fratelli Tardy volgevano lo sguardo ai Celtic Frost, ammodernandone la musica con il doveroso rispetto, Lundemark non si capì bene cosa avesse nella testa. E nell’anno della rinuncia alla decenza dei Machine Head, Anders non si vergognò affatto di una cosa del genere. Pensò di sfondare definitivamente, e d’altronde il video di Facelift era stato a lungo su MTV Superock e con lui avevano collaborato individui del calibro di James Murphy e Chris Kontos. I quali erano però fuggiti a gambe levate. Come Down Cold è di gran lunga il più inconsistente album dei Konkhra, che successivamente si sarebbero rimessi a svolgere il compitino senza ricordare che di 1994, e di Spit Or Swallow, ne passa soltanto uno.

AVULSED – Stabwound Orgasm

Luca Bonetta: Conobbi gli Avulsed quando avevo all’incirca 17 anni. Da poco i miei avevano messo l’ADSL in casa ed io venni preso da una folle febbre da download compulsivo. Erano gli anni dei forum da cui potevi scaricarti i dischi: cliccavi un link che ti rimandava a qualche sito di upload, ti facevi largo tra il nugolo di pop-up pubblicitari che ti assalivano come neanche le zanzare e scaricavi il disco. Ho passato mesi interminabili a scaricare di tutto (ma veramente di tutto) e ad ascoltare forse un quarto di tutta la roba di cui mi riempivo il PC. Un giorno per l’appunto scaricai anche Stabwound Orgasm degli spagnoli Avulsed. Non li avevo mai sentiti nominare ma quel disco in particolare lo ascoltai subito, forse incuriosito dalla copertina (all’epoca non ero ancora abituato ai tripudi di violenza ed interiora che adornano buona parte delle copertine dei dischi death). Ricordo che già dalle prime note dell’intro mi trovai spiazzato: non sembrava nulla di nemmeno lontanamente assimilabile al death metal che avevo conosciuto fino a quel momento. Assoli, scale, un drumming tutto sommato tranquillo, avulso al genere (ahah, battutona). Il resto del disco invece era molto più familiare: un brutal death di estrazione USA, gradevole, nulla per cui strapparsi i capelli ma comunque un lavoro degno da parte di una band che successivamente, passatami la sbronza da accumulatore compulsivo di dischi (digitali, perché per quanto riguarda quelli fisici ci sono ancora sotto) persi di vista. Poco male, come al solito ci pensa questa rubrica a farmi rispolverare dischi e band di cui a volte mi ero dimenticato.

ULVER – Metamorphosis

Giuliano D’Amico: Prima uscita discografica dopo il cosiddetto Blake Album, questo EP fu il colpo di grazia per chi ancora si illudeva che la svolta trip hop degli Ulver fosse solo un delirio passeggero. Lo metteva subito in chiaro il volgare tunz tunz di Of Wolves and Vibrancy, e lo ribadiva il disclaimer contenuto nel libretto del CD, di cui cito uno stralcio: “Ulver is obviously not a black metal band and does not wish to be stigmatized as such. (…) We are proud of our former instincts, but wish to liken our association with said genre to that of the snake with Eve. (…) If this discourages you in any way, please have the courtesy to refrain from voicing superficial remarks regarding our music and/or personae.” Al che a uno veniva da rispondere ma per carità, calmiamoci un attimo, mica uno ti constringe a fare alcunché… però “obviously not a black metal band?” Vabbé, vaffanculo lo stesso.
Ho già avuto modo di scrivere che non disprezzo il nuovo corso degli Ulver – e anzi in Metamorphosis ci sono i primi fruscii e le prime linee di pianoforte che porteranno alle migliori idee dei successivi album –  ma le cose vanno dette come sono, e cioè che non c’era certo bisogno dei Ulver per fare questa roba qua. Da Metamorphosis in poi è stato un dignitoso barcamenarsi, e non sarà sicuramente per il loro nuovo corso che gli Ulver saranno ricordati dalle prossime generazioni.

THY PRIMORDIAL – At the World of Untrodden Wonder

Trainspotting: I Thy Primordial rappresentano perfettamente quel tipo di black metal melodico che era esploso nella seconda metà degli anni Novanta in Svezia, sulla scia dei più famosi Dissection o Naglfar. Come spesso accade, l’abbondanza nell’offerta ha penalizzato molti di questi gruppi, che magari avrebbero avuto bisogno di un’attenzione prolungata per essere apprezzati davvero; attenzione però complicata da dare, quando nello stesso mese uscivano cinquanta dischi simili di cui, giocoforza, solo una minima parte poteva valere qualcosa. E i Thy Primordial di At the World of Untrodden Wonder qualcosa valevano: ascoltare ad esempio Amongst the Chosen Lost, in cui il rifferama e l’atmosfera sulfurea non possono che ricordare quel capolavoro assoluto di Vittra; o la traccia eponima, forse la migliore dell’album, coi ritmi rallentati e quel coro vichingo in stile primi Enslaved che, per qualche motivo, riesce a starci benissimo nel contesto; o ancora la veloce To Ruin and Decay, più classicamente black svedese, con le sue ripartenze e le chitarre che si inseguono armonizzandosi. Da riscoprire, ora che si può guardare a quel periodo con più distacco emotivo.

MUSE – Showbiz

Marco Belardi: A fine millennio scapparono fuori questi tipi qua, inglesi, che tutti bollarono come cloni dei Radiohead. Il disco era prodotto dallo stesso tizio che si era occupato di The Bends, ma in realtà lo scazzo che si poteva percepire dalla loro musica era lo stesso di quando hai un leggero mal di denti, ma esci per andare a lavoro senza neanche prendere una pasticca di qualcosa. Kid A era la corsa giù per le scale per raggiungere il dentista più vicino, senza neanche avere un appuntamento per l’estrazione di quel maledetto figliol di troia che pulsa nella tua testa. Showbiz non assomiglia particolarmente neanche ai primi due dei Radiohead, ma ci sono delle affinità. Inoltre c’era questo cantante, Matthew Bellamy, che passava dal fare il tipino intimista e/o alternativo inglese allo sparare acuti insopportabili con una facilità che non avrei individuato altrove. Showbiz era pieno di buone canzoni: le prime due, entrambe singolo, seguite da Cave e dalla title-track, e infine l’accoppiata formata da UnoSober. Purtroppo Unintended, la ballatona bagna mutande, l’avrei ricordata come uno dei loro peggiori singoli di sempre. Me li filai di sfuggita, ma a metà anni Duemila e per qualche tempo mi sono sparato questa roba con una certa dedizione con particolare attenzione sull’ottimo Origin Of Symmetry uscito solo due anni più tardi. Adesso i Muse sono una delle band più insopportabili del pianeta e io non ci posso fare un cazzo.

EVEREVE – Seasons

Michele Romani: Il mio ricordo degli Evereve è legato ad uno dei primissimi concerti metal che vidi nel lontano 1996, quando scesero a Roma a suonare al mitico Frontiera di supporto agli Amorphis nel tour di Elegy. Di quello show rimasi impressionato soprattutto dalla prova del cantante Tom Sedotschenko, un vero e proprio animale da palco che purtroppo doveva avere qualche problema perché si suicidò all’indomani dell’uscita del secondo lavoro Stormbirds. La proposta sonora di questo Seasons (uscito per una Nuclear Blast ancora ben lontana dall’essere la macchina da soldi di oggi) è legata ad un gothic metal piuttosto articolato e personale, abbastanza diverso da quello che andava di moda attorno alla metà degli anni ’90. Riascoltandolo oggi confermo le buone impressioni che mi aveva fatto il disco ai tempi, anche se successivamente la band tenderà a semplificare molto la loro proposta per cadere presto nel dimenticatoio, il che li porterà a sciogliersi di lì a poco.

ANGELCORPSE – The Inexorable

Marco Belardi: È difficile scegliere un album degli Angelcorpse fra i loro primi tre. So con certezza che il quarto ed ultimo mi ha sempre fatto un certo schifo, ma il resto, agli occhi del sottoscritto, era puro culto. Partii esattamente da questo, The Inexorable, ed è inutile dirvi che nel giro di un mese in casa mia era già entrato tutto quanto il resto. Il confronto con Stormgods Unbound fu uno di quegli schianti frontali da cui non si esce indenne: quando finii di ascoltarlo, tolsi le cuffie e compresi che m’ero come innamorato. Un bombardamento costante, con più derivati dei Morbid Angel che nei Morbid Angel stessi: si trattava di una musica attuale e perfettamente contestualizzata negli anni Novanta, pur portandosi dietro radici minimali ed estreme. L’unione di questi due fattori accese la scintilla, dietro l’angolo c’era pure il black metal più feroce ma non era lui a fare l’andatura. A differenziare The Inexorable dagli altri due titoli, un suono maggiormente curato e appoggiato sulla batteria di Tony Laureano. Il quale – a sua volta – finì col sostituire un altro nome di spicco, non sempre menzionato quanto meriterebbe, cioè il John Longstreth che di lì a poco si sarebbe presentato alla porta degli Origin. Ma il protagonista assoluto era sempre Pete Helmkamp, col suo screaming disperato a ricoprire tutto quanto: godetene, arrivate alle sfuriate ai limiti dell’hardcore di Reaver, procedete, e godetene ancora poiché quest’album, proprio come i due precedenti, era pazzesco.

RIOT – Sons of Society

Ciccio Russo: Dopo due album bellissimi ma usciti nell’indifferenza più totale (tanto che in un primo momento furono pubblicati solo in Giappone) come The Brethren of the Long House e Inishmore, i Riot, sull’onda del ritorno di fiamma per le sonorità più classiche innescato dal boom commerciale del power metal, riuscirono quantomeno a beccare un contratto con la Metal Blade. Nel tentativo di offrire al pubblico un prodotto più accessibile, Mark Reale soffocò le velleità sperimentali e provò a tornare a una formula più tradizionale e collaudata. Sons of Society convince fino a un certo punto, un po’ perché è evidente che il compianto chitarrista aveva voglia di esplorare altri orizzonti, un po’ perché il cantante Mike DiMeo, molto a suo agio con gli accenti hard rock dei lavori subito precedenti, suona spesso forzato nelle tonalità più acute e aggressive al quale è costretto in un disco che prova, almeno in parte, a riallacciarsi ai lavori degli anni ’80 ma viene castrato da una produzione moscia e da un’ispirazione non proprio al top, almeno per i livelli stellari ai quali ci aveva abituato una delle band più gloriose, sfortunate e sottovalutate dell’heavy metal americano. Sons of Society è ancora un lavoro discreto ma segna l’inizio del periodo artisticamente più buio della storia dei Riot, riscattato solo nel 2011 dall’ottimo Immortal Soul, poco dopo il quale Reale sarebbe morto. Così va la vita, avrebbe chiosato Kurt Vonnegut.

CHRIS CORNELL – Euphoria Morning

Marco Belardi: Ricordo bene che quando uscì quest’album alcuni miei amici ci uscirono discretamente scemi, non al punto di rotolarsi nel fango o gettarsi dentro al fiume Greve all’altezza del ponte pedonale che svetta su Scandicci e San Giusto, ma erano parecchio presi. Avevo iniziato ad ascoltare rock proprio con i Soundgarden e un manipolo d’altre band, più o meno cinque anni prima che uscisse Euphoria Morning, e già le ultime cose pubblicate dai Soundgarden m’avevano disegnato quel non so che di punto interrogativo sulla fronte. Però glielo dovevo, ai Soundgarden, così come lo dovevo a uno dei miei cantanti preferiti in assoluto. E me lo feci passare da un amico, certo al 99.9% che mi sarebbe toccato comprarlo il giorno successivo. E niente, col cazzo che lo comprai: glielo riportai indietro prima ancora che mi rammentasse Bela ce l’hai tu Euphoria Morning, vero? Fui velocissimo.
Euphoria Morning mi fece un discreto schifo, anzi, a dire il vero le uniche canzoni della discografia solista di Chris Cornell che mi sono entrate realmente in testa in tutti questi anni sono You Know My Name, uscita nel 2006 come singolo per la colonna sonora di Casino Royale, e un paio di tamarrate che stavano dentro al criticatissimo Scream, che era un disco relativamente di merda, ma probabilmente l’unico in cui l’ex Soundgarden si concesse la libertà di fare il cazzo che gli pareva al costo di presentarsi al pubblico con un pezzo come Part Of Me. Nonostante tutto i suoi singoli ce li aveva. Euphoria Morning, nella sua pacata e ragionata attitudine rock dalle mille sfaccettature, dedica a Jeff Buckley inclusa, non vantava alcun singolone spendibile. Neppure Can’t Change Me, l’apripista, aveva quel piglio lì, che poi è la benzina che consentiva a un album di entrare, salire, e rimanere nelle classifiche. A risentirlo oggi Pillow of Your Bones è molto carina, Steel Rain ha un bel fascino decadente e Follow My Way ci ripresenta il frontman su livelli altissimi, ma tutto quanto il resto è esattamente come temevo e vagamente ricordavo.

NECROPHAGIST – Onset of Putrefaction

Edoardo Giardina: Nel suo piccolo Onset of Putrefaction è uno di quegli album che hanno cambiato la storia. Non solo: fa addirittura parte di quel piccolo sottogruppo di begli album che ha cambiato la storia in peggio, insieme a Slaughter of the Soul e Nothing. Come il capolavoro degli At the Gates ha poi dato involontariamente vita al metalcore e l’album dei Meshuggah al djent – degli svedesi cito Nothing non perché sia il migliore, ma perché mi sembra essere il primo loro lavoro dove si comincia a sentire maggiormente uno stile che forse oggi qualche scellerato chiamerebbe djent – così è innegabile che dopo Onset of Putrefaction il death metal in generale, e in particolare quello tecnico, non furono più la stessa cosa. Ci vollero ancora un po’ di anni e un secondo album firmato dall’ingegner Suiçmez perché cominciassero ad avere un’influenza tangibile. Tutti i vari Brain Drill, Obscura (curiosamente anche loro tedeschi e capitanati da un ingegnere), The Faceless – e boh… si potrebbe stare qua a fare una lista lunghissima di gruppi death metal tecnici tutti uguali – pescano a piene mani dagli album dei Necrophagist. La differenza è che il genere ha poi preso una piega malsana: se ora è il death metal ad essere messo al servizio della tecnica, in Onset of Putrefaction era vero il contrario ed era ancora la tecnica ad essere messa al servizio del death metal e della brutalità.

COAL CHAMBER – Chamber Music

Marco Belardi: In principio i Coal Chamber si limitavano tutt’al più a fare il verso ai Korn dell’epoca, quelli di Life Is Peachy. Quindi i Korn erano una cosa che stava venendo prepotentemente allo scoperto, già saldamente radicata in MTV, ma non del tutto arrivata a destinazione come sarebbero stati quelli di Follow The Leader. Ci poteva stare, e, con un ulteriore paio d’anni di ritardo, il solo fare il verso ai Korn si sarebbe rivelata una scelta fatale e prevedibile. Tuttavia il Coal Chamber del 1997 era un dischetto caratterizzato da un gran tiro, due o tre belle canzoni sovrastate dalla clamorosa Loco, e poco altro da offrire. Due anni più tardi Dez Fafara si ripresentò sul red carpet degli skater in pantaloni larghi, cane meticcio e treccine, con un album intitolato malissimo e che prevedeva lo scempio di Shock The Monkey di Peter Gabriel per mezzo di Ozzy Osbourne – il quale se li portava fieramente sul palmo della mano ai suoi festival – oltre a un taglio indiscutibilmente dark che avrebbe prevalso su tutto quanto giusto un album più tardi, al punto di fargli intitolare male perfino quello. Chamber Music non è brutto, semmai ha il difetto d’esser lunghissimo, ed è semplicemente del livello del primo ma senza poter vantare una Loco. Not Living è forse l’episodio più convincente insieme ad Entwined, ma esattamente come nel primo disco queste faranno giusto il paio con qualche altra canzoncina ascoltabile, negli anni in cui non ci sentivamo ancora saturati da robette del genere.

OCTINOMOS – Welcome to my Planet

Michele Romani: Gli Octinomos furono uno dei tanti progetti di Fredrik Soderlund, polistrumentista svedese piuttosto noto nella scena dark ambient per essere la mente dei folli Puissance, ma che trovò il tempo per dare sfogo alla sua anima più propriamente black metal con questi Octinomos e la sua band “gemella” Parnassus, dedita a sonorità più sinfoniche. Questo Welcome To My Planet è un vero e proprio muro sonoro scagliato a velocità folli sul malcapitato ascoltatore, un black metal di chiara matrice svedese che a tratti può ricordare i primissimi Marduk, ma con una vena melodica che ogni tanto fa capolino tra le composizioni del disco. Il sound si dimostra freddo e glaciale come migliore tradizione del genere, anche per merito della drum machine (che in verità si sente pochino) e la voce effettata di Marten Bjorkman degli Algaion che dà al tutto un effetto veramente alienante. Dopo un altro lavoro pubblicato, Soderlund decise di porre fine al progetto e dedicarsi unicamente alla sua band madre, peccato perché soprattutto questo Welcome To My Planet avrebbe meritato molta più considerazione.

CREED – Human Clay

Marco Belardi: Un giorno, per puro caso, mi sono imbattuto – su un motore di ricerca – in una discussione presente in un forum di fan dei Pearl Jam che titolava più o meno così: who’s worse, Nickelback or Creed?
Coraggioso l’autore nell’aprire quel topic sul forum di un gruppo che ha rotto il cazzo dall’alba dei tempi, ma una cosa era vera: il cosiddetto post-grunge era davvero un qualcosa di insostenibile. Passino i primi Foo FightersThe Colour And The Shape era bello divertente e Dave Grohl non mi sembrava ancora del tutto tramutato in un soggetto da parrocchia del calibro dell’attuale Eddie Vedder. Ma Creed e Nickelback non li perdonerò mai: accendevo la televisione e c’erano loro, malinconici e fighi, che sembravano lanciarti messaggi subliminali del tipo i tuoi idoli si sono tutti suicidati o stanno per farlo, ma io ti romperò il cazzo ancora per un bel po’, amico. Credo che il fenomeno sia durato per due o tre annetti, seguito a ruota da Richard Ashcroft che minacciava di morire a breve ma poi non lo faceva e tutte quelle cose lì, e da altra merda finchè MTV non è diventata – per merito suo – un’emittente sulla cucina bio e sui teenager americani grassi. Nota a margine: il loro chitarrista, Mark Tremonti, attualmente suona metal e ha pure fatto un paio d’album carucci, dei quali non ricordo quasi più un cazzo, ma comunque carucci.

6 commenti leave one →
  1. 1 ottobre 2019 07:54

    Non vi adoro solo perché abbinate Muse e Angelcorpse, oppure Riot e Avulsed, ma per la vostra disinvoltura nel passare dall’uno all’altro.
    (Mi avete fatto ricordare quel periodo oscuro della mia vita in cui mi piacevano Coal Chamber e Creed, che siano maledetti)

    "Mi piace"

  2. El Baluba permalink
    1 ottobre 2019 09:46

    presente anche io al concerto degli Amorphis con Evereve al seguito. Gran bei tempi…la casetta dei pescatori lo chiamavo, ora non ho nemmeno idea se esiste ancora lo stabile o è stato demolito per farci altro. Cmq di quella serata ricordo bene, che gli Evereve spaccarono alla grande ed il mio compare dell’epoca si andò subito a comprare il cd. Anche recentemente mi è capitato di riascoltarlo, non è invecchiato benissimo, ma ci sono 2-3 brani che spaccano veramente tanto. Non conosco gli altri…

    Piace a 1 persona

  3. vito permalink
    1 ottobre 2019 10:59

    Onorevoli colleghi concordo sul giudizio tranchant riguardo i Muse ! insopportabili, sazievoli ma non insolenti visto che il frontman ebbe a pronunziare in una conversazione di essere sovrastimati da pubblico e critica !

    "Mi piace"

  4. Lorenzo permalink
    2 ottobre 2019 01:02

    Scusate, ma “Seasons” non è uscito nel ’96?! Nel ’99 uscì “Regret”, se non ricordo male…

    "Mi piace"

  5. gino permalink
    2 ottobre 2019 10:30

    Si, Seasons è del 96, gran bell’album.

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: