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Metallo ruffiano come gattini: TREMONTI – A Dying Machine

5 luglio 2018

La fine di svariati governi targati Berlusconi e l’instabilità dei Creed dovuta alla turbolenta figura del frontman Scott Stapp hanno reso opportuna – se non addirittura di vitale importanza – la creazione di un progetto come questo. Nata per volontà dei fratelli Tremonti, Giulio e Mark dal Michigan, l’omonima band pubblica il suo quarto disco, calca il palco del Firenze Rocks in compagnia di Ozzy Osbourne e Judas Priest e dimostra, da una parte, di avere messo a posto molte delle imperfezioni tipiche dei precedenti lavori; ma, dall’altra, anche di non essere per niente a conoscenza dell’utilità del cestino di Windows.

In sostanza le cose stanno così: A Dying Machine non ha lo stile apertamente speed metal di Cauterize né le incertezze stilistiche tipiche del debutto. Ne consegue che Tremonti può aver fatto due cose: preso una decisione drastica e definitiva sul da farsi, oppure avere amalgamato alla perfezione, qui, ciò che più o meno in contemporanea non riesce a pubblicare con gli Alter Bridge. Perché A Dying Machine va esattamente in quella direzione: è meno classico di Cauterize e del successivo e apprezzabile disco di scarti, Dust, e finisce per figurare come un perfetto esempio di heavy metal moderno. Quasi mai eccessivamente paraculo, e con le linee vocali definitivamente a loro agio e graffianti, ottimamente incastonate nei pezzi scritti da un veterano che non si ha più idea di quanta roba abbia buttato giù e successivamente arrangiato in carriera. Sono i ritornelli e certe atmosfere decadenti a ricordare da vicino la band principale del chitarrista americano, ma la tecnica chitarristica, i riff articolati ai limiti dei Megadeth di Throw Them To The Lions e la voglia di spaziare fanno sì che questo progetto, e che dischi come questo, non assumano mai i contorni di un giochino da fare nel tempo perso. Si fa sul serio, come nello splendido trittico iniziale che si conclude con la titletrack e col suo ritornello che è già fra i migliori del 2018. Solo in alcuni pezzi e specialmente nel finale si ha la sensazione che del materiale destinato altrove sia stato riciclato qui, con risultati alterni e come accade ad esempio in Take You With Me e nella successiva Desolation

Vedi, Mark, c’è questa icona e ci devi trascinare dentro le cose…

Il problema sono i quattordici, ripeto quattordici brani di A Dying Machine: un ministro navigato come Giulio dovrebbe fermare al più presto Mark e fargli presente per prima cosa che la band non è soltanto sua, dal momento che gli ha dato un nome ambiguo oltre che del cazzo; e in seconda battuta che coi filler o ci fai gli album di b-side (come Dust, che non è neanche inascoltabile), o ci concimi le piante, oppure ci riempi il cestino di Windows. Vi assicuro che, nonostante in A Dying Machine non faccia comparsa neanche una canzone effettivamente brutta, i suoi infiniti contenuti – brani che comunque difficilmente superano i cinque minuti a testa, altrimenti sarebbe la morte cerebrale di ognuno di noi – contribuiscono a metterne meno in risalto i momenti migliori. È come se ascoltandolo ti piacesse tutto quanto, ma, arrivato in fondo e dopo una sequela di pezzi poco sopra la sufficienza, ti ricordassi ben poco dell’esperienza che hai appena trascorso. Decisione da rivedere dunque, ma comunque il suo miglior disco al pari con il più violento e spontaneo Cauterize.

Metallo ben suonato e caratterizzato da forti sfaccettature mainstream con cui vi sfido a quantificare quanto, una roba come questa, sia di stampo classico o ai limiti dell’alternative: bentornati Tremonti, e comunque vadano le cose in futuro, sarà sempre meglio che vedere Mark con le gigantesche croci non rovesciate al collo che portava negli anni ’90 quando Human Clay vendeva tutte quelle copie e, detto fra noi, mi spaccava anche un po’ i coglioni. Anche se Higher dalla testa non te la leva più nessuno… (Marco Belardi)

One Comment leave one →
  1. lux chaos permalink
    7 luglio 2018 20:23

    Belardi sempre numero 1. Bellissime recensioni, al di la che poi si sia d’accordo o meno, In questo caso, inoltre, quoto al 100%!

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