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Avere vent’anni: MACHINE HEAD – The Burning Red

29 luglio 2019

Fino a qualche anno fa non era raro sentire una tipa del quartiere ostentare, in modo assai spavaldo, la propria vacanza a Capo Verde in compagnia dell’amica. L’unico luogo al mondo da cui sarebbero ritornate sorridenti a prescindere dalle precipitazioni stagionali o dal mangiare cattivo: in barba a itinerari e secondi fini, ti avrebbero detto solamente che le due settimane all’insegna del relax erano trascorse benissimo. Adesso credo che il fenomeno sia un pochino calato, diciamocelo, dato che una braciola di importazione tagliata alta la trovi anche in giro per il quartiere. E va bene così, benissimo se c’è anche l’amica.

1999. I Machine Head sono sulla bocca di tutti, nelle grazie di Kerry King che se li era portati in tour, e nello scaffale in cui i metallari tengono tutti i cd, ove è probabile che non manchino Burn my Eyes e quell’altro bel titolo uscito nel 1997. È risaputo che al terzo disco non puoi sbagliare una sola virgola, e loro se ne escono ostentando il proprio cambiamento, che è di quelli radicali. Dave McClain viene mandato in avanscoperta a rassicurarci che non l’hanno fatto per soldi, l’album vende molto bene ma saranno i fan della prim’ora ad accoglierlo malissimo. La cosa bella dei Machine Head era il riuscire a passare da una Davidian a una A Nation on Fire mantenendo perfettamente intatto il mood dell’album. Gli riuscirà anche su The More Things Change… il quale era bello vario, maturo, ma allo stesso tempo ostentava con fierezza una personalità propria. Il giorno in cui per la prima volta ho ascoltato The Burning Red me lo ricordo a malapena, e l’unico dettaglio che posso riportare con certezza è che mi sembrava di andare avanti con un triste loop dello stesso pezzo, questo fino all’arresto forzato di una Silver o alla timida accelerazione finale rappresentata da Five. The Burning Red erano i Machine Head che provavano ad accodarsi al successone planetario targato Korn, con quei prevedibili e abusati break centrali in cui Flynn faceva il sofferente, urlava di disperazione, ma più generalmente non combinava un cazzo di buono. Avevano influenzato, ispirato, contribuito a tirar su il nu metal: ora ne erano semplicemente succubi.

L’unico ritornello ruffiano degno della musica che era in voga all’epoca si trovava dentro a From this Day; l’unico ritmo capace di farti scapocciare in The Blood, The Sweat, The Tears col suo delirio di cassa danzereccia e piatto charleston. Le prime canzoni di ogni precedente album dei Machine Head ebbero inoltre il compito di acchiapparti all’istante, e lo fecero alla perfezione. In occasione del loro album dall’appeal più commerciale, paradossalmente, questo non accadde. In compenso si arrivava alla cover, posta poco oltre metà scaletta, e la situazione pareva addirittura precipitare: non sono mai stato un estimatore dello stile canoro di Sting, ma quello che Robb Flynn fece del classico dei The Police qui riproposto fu eclatante. Solo gli Uuuuhhh della title-track ponevano The Burning Red nella condizione ancor più infima di non potere ostentare un bel niente. E il bello è che nelle photo session ufficiali ebbero il coraggio, l’arroganza, la faccia uguale al culo di presentarsi come gli scemi che provano a smontarti la marmitta dal motorino, e che poi fuggono nel buio perché si è aperta una finestra al quinto piano. Sembravano quei programmi televisivi in cui il partecipante è a detta di tutti vestito malissimo, e sarà compito del presentatore vestirlo ancora peggio e gettarlo in pasto agli amici come se fosse lo scemo che dovrà sorprendere Valentino a Pitti Uomo. Il tutto con un tocco stradaiolo fatto di tute lucide color arancio, capelli ossigenati e pizzetti giallo cadmio tipici di chi ha provato a infilare la faccia dentro a un grosso vasetto di miele d’acacia. Cose da orsi bruni. In Zoolander, che era una commedia grottesca, una roba conciata come i Machine Head al tempo di The Burning Red si chiamava Derelicte.

Ora, però, occorre che io faccia mente locale su di una cosa: ho sempre considerato The Burning Red come il più riuscito ed ispirato all’interno della coppia di album orientati al nu metal che il gruppo californiano pensò, produsse e mise in commercio in quegli anni. Per intenderci, quando ho recensito Catharsis mi pareva di ricordare che, rispetto a quest’ultimo, The Burning Red fosse migliore. La risposta risiede probabilmente nel fatto che all’epoca lo ascoltai e lo misi via nel minor tempo possibile, sigillando il case del cd con qualche materiale tipo la cera, come si faceva con le lettere importanti. The Burning Red è molto peggiore di come lo ricordavo. E dato che posseggo un ricordo già in partenza orrendo di Supercharger, a questo punto ne ho una certa paura. Band spavalda e costruita sull’ego a doppio taglio del proprio leader, oltre che sui conti in tasca che lo fecero prima azzerare il bellissimo lavoro svolto sino a quel punto, dopodiché, appurati gli scarsi risultati commerciali di Supercharger, alzare la cornetta per chiamare un certo Phil Demmel e lasciargli governare il timone per un po’. Come turisti allo sbaraglio in cerca di un paradiso che per fortuna non gli apparteneva, e che si sarebbe presto rivelato il loro inferno sulla terra: una volta tornati indietro i nostri amici esploratori si sarebbero rimessi lì a raccontare che avevano provato a fare cose differenti. Tutti sanno con esattezza il perché, un po’ come con chi staccava un biglietto per Capo Verde. (Marco Belardi)

5 commenti leave one →
  1. vito permalink
    29 luglio 2019 10:18

    Zoolander e machine head ! Paragone che si azzecca bene ! A proposito oggi me lo riguardo, questi film cazzoni ti salvano la prima parte del pomeriggio, per la seconda parte me ne vado in spiaggia a spettegolare con le comari, che è meglio di ascoltarsi i machine head.Saluti.

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  2. Stefano Repossi permalink
    29 luglio 2019 10:46

    “Gli scemi che provano a smontarti la marmitta del motorino.” Cazzo Belardi non lo avevo mai notato, ma è il paragone più azzeccato che uno potesse fare. Ho trovato il coraggio e ho guardato il video per intero, per la prima volta. Il nu metal ha fatto davvero danni. All’epoca ero un pischelletto e non me ne rendevo conto più di tanto, ma oggi con il senno di poi mi viene solo da dire porca m%&&&/&/.

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  3. Pesso permalink
    29 luglio 2019 17:23

    Questo disco non l’avevo mai sentito, nè mai visto il video. Stavo meglio prima di farlo

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  4. Mario permalink
    30 luglio 2019 09:47

    Minchia sono il solo a cui piace The burning red?

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    • pippo permalink
      14 agosto 2019 19:14

      probabilmente si ma alla fine c’e’ gente che crede che puoi cremare 24000 corpi al giorno per cui sei in buona compagnia

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