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Zakk Sabbath: BLACK LABEL SOCIETY – Grimmest Hits

15 febbraio 2018

No, non è una raccolta di b-sides o un best of, ma un nuovo disco di inediti con un titolo del cazzo. Alla fine, nei confronti di Catacombs of the Black Vatican ero stato pure troppo severo: si sa che Zakk Wylde da parecchi anni va avanti col pilota automatico, quindi non c’è bisogno alcuno di stupirsi se in mezzo a prove più efficaci e convincenti (diciamo pure mezzi capolavori), quali ad esempio Mafia e Order of the Black, ti tira fuori album di transizione, come lo era, appunto, Catacombs. Inizialmente avevo scritto che questo disco qui non era particolarmente più fico del precedente, ma perseverando negli ascolti ho rivisto abbastanza la mia posizione in suo favore. Il cambiamento fondamentale sta nell’essere più cupo, doom e ispirato dai Padri. Voglio sviluppare una affermazione (che io trovo azzeccatissima) fatta da Enrico (il quale non recensisce più niente e si limita a distribuire la sua saggezza con molta parsimonia) a proposito di Zakk Wylde che sarebbe, a suo parere, uno che ha sempre cercato di individuare un equilibrio tra l’ignoranza e una qualche ricercatezza, tra i demoni personali sporchi del fango primordiale del southern rock e il tentativo di avvicinamento di questo mondo intrinsecamente crudo a un pubblico più ampio, più avvezzo a musiche easy-listening, come fanno certi cantautori country-folk americani che non si drogano o non si rovinano la vita appresso agli abusi e a qualche altra stupida dipendenza. Si aggiunga pure che lui, di fatto, continua a scrivere album per Ozzy, sperando, magari, che lo stesso ritorni a fargli uno squillo. In questo caso specifico, invece, alcuni pezzi sono stati scritti pensando chiaramente anche a Tony Iommi, con la dovuta deferenza del caso. 

Se conoscete la discografia del soggetto allora non c’è molto altro da dire. Sono lontani i tempi in cui, strafottente, faceva a pezzi e dava fuoco a quel cazzo di pianoforte nel fiume per imbracciare la doppia chitarra, e in cui da quella tamarrissima Les Paul Bullseye tirava fuori sudore e sangue ad ogni nota. Confido che quei tempi prima o poi ritorneranno, bisogna solo aspettare che a Zakk gli prenda di nuovo bene (o male, dipende dai punti di vista) e noi saremo qui ad attendere. Nel frattempo ci sta che se ne esca con un disco del genere, mettendo un attimo da parte la vena southern in favore di una più marcata calata nel doom sabbathiano. A questo punto volevo chiudere col solito trito pippone sulla vita che è una merda e sulla necessità o meno di accontentarsi e per fortuna che c’è la musica, ma pensandoci bene ‘sti discorsi cominciano a starmi un po’ sul cazzo, perciò vaffanculo: ‘sto disco a me va più che bene e (come direbbe lo stimato Cesare Carrozzi)  una vita di merda sarà la vostra, non la mia. Quindi, avanti pure con un altro disco dei Black Label Society col pilota automatico. (Charles)

2 commenti leave one →
  1. Cure_Eclipse permalink
    15 febbraio 2018 12:06

    Concordo. Non certo il loro migliore, ma neanche il peggiore: l’ispirazione c’è e si sente in alcuni pezzi diversi dal solito (“All that once shined”, “A love unreal”) e in certi riff (“Trampled down below”), oltre ovviamente alle ballads.

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  2. Bacc0 permalink
    16 febbraio 2018 08:32

    Mi è piaciuto abbastanza, soprattutto per l’assenza totale delle solite armoniche con cui mi aveva davvero piallato le gonadi. Personalmente penso che il meglio di Zakk resti Pride&Glory e il primo BLS, il resto a volte è gradevole ma comunque evitabile.

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