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Il nuovo degli SLIPKNOT non è mica male

21 agosto 2019

Per tutto il 2019 mi sono portato dentro una convinzione: il nuovo degli Slipknot non mi sarebbe piaciuto, neanche un po’.

Sbagliato. Il miracolo degli Slipknot è stato semplicemente quello di riuscire a tornare a vent’anni dal debutto, EP escluso, con un disco di indubbia qualità. Non era facile, anche perché di loro si era più che altro sentito parlare, sparlare e poi riparlare ancora a cavallo tra paginate di cronaca nera, palle esplose sotto la doccia e quelle questioni legali tipiche dei gruppi grossi che si sfasciano in balia di assegni e royalties che si potevano spartire meglio. Un gruppo cresciuto a suon di pessimismo e misantropia la cui credibilità era già finita a puttane in coincidenza con i primi bonifici bancari incassati, questo il riassunto della intera faccenda. Il loro uomo di punta, poi, mi aveva letteralmente tolto la voglia di approcciarmi a We Are Not Your Kind, con le sue dichiarazioni da quarantaseienne che pur di rivolgersi ad un pubblico giovanile sarebbe finito per abbassarsi a spiegazioni sulla nuova maschera griffata Tom Savini e puttanate del genere. Mi dicono tutti che è brutta e io mi impermalosisco e sbrocco. La realtà, messo da parte tutto questo battage mediatico da porcile, è che We Are Not Your Kind è un buon album dal tiro mainstream, esattamente come lo fu il terzo capitolo uscito ben quindici anni fa: solo che, anche senza una The Blister Exists, gli è venuto fuori addirittura meglio.

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We Are Not Your Kind si mangia The Gray Chapter e pure la discontinuità di All Hope is Gone, unica pecca di un album, il loro quarto, che ho sempre trovato piuttosto sottovalutato. Si mangia pure Vol. 3, la grande occasione sprecata quindici anni fa quando agli Slipknot fu concessa la possibilità di succedere ad Iowa con un pezzo da novanta ancora più quadrato e definito: ovvero tutto ciò che i fan della prim’ora avrebbero imparato a odiare nel tempo. Ci sono i ritornelli faciloni di Critical Darling, e ci sono i riff classici ed aggressivi di Vol. 3 in quel brano che scambio sempre con le calzature NeroGiardini o con un tipo di capsule compatibili per le macchinette del caffè; ma a volerle elencare tutte si finirebbe per fare una lista della spesa vera e propria, e pertanto proverò a evitarlo.

Probabilmente We Are Not Your Kind è l’album più vario mai composto dagli Slipknot: l’elettronica si ritrova meno in disparte, dà spessore a una Orphan e prende completamente la scena in un pezzo ai limiti dei Nine Inch Nails come Spiders, mentre i momenti più compassati – come A Liar’s Funeral – non cedono minimamente in tema d’ispirazione. We Are Not Your Kind si può riassumere come una parte iniziale fatta di buoni singoli, una centrale maggiormente sperimentale fatta eccezione per la prevedibile Red Flag (unico ponte concreto con Iowa e con suoi episodi chiave come Metabolic), ed una coda nuovamente dritta come un treno, grazie all’ottima Not Long for this World ed al singolo conclusivo Solvay Firth. I singoli, appunto. Presi uno alla volta li ho odiati man mano che questi uscivano, e mi riferisco in particolar modo ad Unsainted e ai suoi corettini di merda. Inseriti nel contesto dell’album, funzionano proprio come dovrebbe funzionare un singolo. E con questo mi riferisco ai ritornelli, dato che non ho mai esclamato con rancore che avvertivo troppo sentore di Stone Sour in proporzione agli altri ingredienti, eppure troveremo pure quella roba lì così come c’è sempre stata in passato.

Miglior album degli Slipknot dopo i primi due, lontano comunque una galassia da Slipknot e Iowa sebbene tutto quanto ruoti attorno ad una semplice domanda: quanti gruppi di questo rango, a vent’anni dagli esordi e dalle loro composizioni migliori, se ne sono tornati con una qualità simile? Gli Slipknot sono tutto fuorché una delle mie band predilette, ma gli devo riconoscere, oltre al fatto di essere un ideale entry level per chiunque intenda avvicinarsi al mondo del metal, personalità da vendere e l’essere riusciti a incarnare ciò che vent’anni orsono lamentavamo mancasse del tutto: ricambio generazionale, la necessità di nuovi colossi a fungere da forza motrice per un intero genere musicale, ed arene piene, anzi, straboccanti. E che piacciano o no, gli Slipknot sono esattamente questo, per filo e per segno, e hanno rifatto centro un’altra volta. Anche se c’è voluto un bel po’, e quindi fanculo alle vostre maschere fatte col cazzo e ai litigi per quattrini che dimostrano che in fondo, a dispetto del titolone di cui adesso vi fregiate, non siete poi così differenti da ogni altro individuo su questa Terra di merda non appena gli si concretizza davanti la possibilità di metterlo nel culo al prossimo. Domandare a Chris Fehn per ulteriori delucidazioni. (Marco Belardi)

6 commenti leave one →
  1. vito permalink
    21 agosto 2019 10:01

    si ti seguo ! la cosa ironica sono i live! l’ultima volta che li ho visti sotto il palco era pieno di quindicenni che pareva di stare su Snapchat ! e di sicuro il poser non ero io (ovviamente non voglio generalizzare)!

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  2. Gianluca permalink
    22 agosto 2019 09:57

    Mi è piaciuta la recensione , senza fronzoli .Soprattutto la parte finale , quella che ci ricorda in maniera chiara e inequivocabile come funziona il mondo e la vita (occhi aperti e chiappe strette fratelli….) .Lo stile narrativo dell’amico che ha recensito è veramente forte.merita il massimo dei voti.Azz ho fatto una recensione ….alla recensione!Scusate ma sentivo di farlo, abbiate pazienza, un ciao a tutti

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  3. Alessandro permalink
    23 agosto 2019 08:02

    Mi unisco alla recensione positiva. Di loro ho sempre e solo salvato i primi 2, poi la mmmmerda. Questo è davvero molto bello. Andrò anche a vederli a Milano, più che altro per vedere i Behemoth di spalla….

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  4. blackwolf permalink
    25 agosto 2019 18:08

    Belardi, le tue recensioni e quelle del Messicano sono sempre così concordanti.. Alla fine non sono riuscito a non pensare a: “Messicano, dipende dai dischi, Kairos per esempio unn’è mi’a brutto.” (Ho ripreso la citazione letterale). Non penso che lo ascolterò, ma ammiro il fatto che non sputtani mai nessuno per partito preso e che ti lanci costantemente in azioni masochiste, come ascoltare tutte le band alla canna del gas del pianeta, perché non si sa mai… Grande.

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    • Marco Belardi permalink
      25 agosto 2019 18:11

      Non è vero gli arch enemy li ricopro di merda a prescindere, ma nonostante il ricoprirli di merda a prescindere, se uscisse un loro album tipo STANOTTE mi alzerei alle 3:00 come fa mia nonna per il gran premio di Bahrein per sentire con estrema dedizione quanto schifo hanno fatto anche stavolta. È più forte di me, gente come il messicano nel gruppo che abbiamo su facebook ha provato a dare una spiegazione scientifica a questo fenomeno, ma ha perso

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      • blackwolf permalink
        26 agosto 2019 17:36

        ahahahah beh dai, ammettere le proprie imparzialità è comunque un sintomo di onestà intellettuale. Poi gli Arch Enemy se le cercano. Se esistesse un’ enciclopedia del metal, alla voce GRUPPI INUTILI FOTTUTAMENTE PARACULI DEL CAZZO, ci sarebbe il loro nome scritto in testa a caratteri cubitali, come l’ho appena scritto io.

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