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Il breve istante in cui gli SLIPKNOT ebbero senso di esistere

30 giugno 2019

Non me ne ero mai reso conto, ma l’omonimo degli Slipknot è uscito contemporaneamente a Panzer Division Marduk. Fa strano perché sono i miei due dischi catartici per eccellenza, quelli che ascolto a volumi autodistruttivi in cuffia quando ho bisogno di sfogarmi e di non cedere alla tentazione di comprare un fucile a pompa e sparare a caso sulla folla. A parte l’attitudine stragista i due album non hanno molti punti di contatto, a partire ovviamente dal genere completamente diverso fino all’approccio in sé: Panzer Division mi lascia sempre un sorrisetto di sardonica soddisfazione, lo stesso che provavo da ragazzino quando andavo in giro con le magliette con i caproni e vedevo la gente normale che mi guardava scandalizzata; del resto nel ‘99 i Marduk erano nel pieno del proprio periodo truzzo di cui Panzer Division rappresenta l’apice: un solo tempo di batteria per tutta la mezz’ora di durata, testi su granate e bombe a mano, e anticristianesimo da manuale d’istruzioni del blackster alcolizzato. In altre parole, nessun punto di contatto con la realtà.

In Slipknot invece non c’è un cazzo da ridere. La brutalità non è figlia di una tradizione estrema declinata in maniera parossistica per avere una scusa per fare gare di rutti e poter parlare della Wehrmacht, ma trasuda morbosità concreta. Se la violenza dei Marduk aveva un carattere fumettoso, quella degli Slipknot non lo è assolutamente, a dispetto delle maschere, delle tute rosse e dell’atteggiamento nu metal di maniera. Slipknot suona così perché in quel momento quelli stavano veramente male. So che potrebbe sembrare strano dirlo adesso, considerato ciò che sono diventati da praticamente subito dopo, ma questo disco pare uscito dalla testa di uno psicopatico violento con tendenze suicide. La differenza è quindi nel meccanismo della catarsi: se Panzer Division ti fa venire voglia di prendere un carro armato e sparare sugli edifici pubblici facendo l’alfabeto coi rutti, Slipknot ti spinge a rapire qualcuno, portarlo in cantina e ucciderlo lentamente. Dato che realisticamente non accadrà mai che avremo a nostra disposizione un panzer con cui girare liberamente per le strade, purtroppo, capite benissimo che è Slipknot ad avere una maggiore aderenza alla realtà: per questo risulta meno fumettoso e più inquietante.

Il successo mostruoso dell’album derivò dal fatto che uscì esattamente al momento giusto. Grande parte ebbe Ross Robinson, creatore di quel tipo di suono, ma, nonostante i nove dell’Iowa si contestualizzassero perfettamente nell’humus di quegli anni, le loro peculiarità li differenziavano da tutti gli altri. Si può anche dire che non si era mai sentito nulla del genere prima: stilisticamente la base era il death metal, gli orpelli erano indubbiamente nu metal, e il risultato finale era la summa delle due cose; quello che però rendeva Slipknot un unicum nel suo genere era quel senso di violenza malata e distorta, quella rabbia soffocata e repressa che esplodeva a tratti facendo quasi paura. Le tante parentesi rumoristiche in questo contesto erano in questo senso perfettamente al proprio posto, lontane dall’essere un semplice esercizio di casino fine a sé stesso.

Riuscii a capire gli Slipknot quando li vidi dal vivo, al Gods of Metal del 2000. Prima di allora li ascoltavo di nascosto, quasi vergognandomi del fatto che mi piacessero, a me che all’epoca ero incastrato in tutte quelle fisime da defender adolescente. Quel concerto fu la svolta. Lo stadio Brianteo di Monza era in subbuglio per una contestazione organizzata nei mesi precedenti: suonavano nell’ordine: i Testament di The Gathering, disco che li aveva fatti diventare degli idoli universali dopo anni di oblio ed esperimenti più o meno sbagliati; i chiacchieratissimi Methods of Mayhem, gruppo rapcore di Tommy Lee che venne bottigliato in nome delle suddette fisime adolescenziali e costretto ad abbandonare il palco dopo pochissimi minuti; poi gli Slipknot e, infine, gli Slayer. Il timido bottigliamento agli Slipknot in nome del vero metal durò però pochissimo, perché questi avevano il sangue agli occhi, facevano sinceramente paura e oltre a ritirare indietro le bottiglie col doppio della forza si buttavano pure tra il pubblico a menare mazzate. Per farla breve, fu uno dei cinque concerti più memorabili che abbia visto in vita mia. Di questo parleremo più nel dettaglio l’anno prossimo, perché quel festival segnò un’epoca e merita un articolo per il ventennale, ma credetemi sulla parola che in quel momento gli Slipknot erano una cosa sinceramente devastante, imparagonabile a qualsiasi altra cosa mi viene in mente. Il senso dell’esistenza degli Slipknot, dell’armamentario delle tute, delle maschere, dei conati di vomito indotti sul palco, della violenza insensata fra di loro, fu tutto in quest’album del 1999 e relativo tour. Il giocattolino si ruppe subito dopo, perché loro per continuare ad esistere come gruppo hanno dovuto normalizzarsi, calmarsi. Sinceramente non ascolto più un loro disco intero dai tempi di All Hope is Gone, parecchi anni fa. Per quanto abbiano fatto qualcosa di musicalmente carino anche dopo, se gli Slipknot si fossero sciolti nel 2001 sarebbero diventati uno dei fenomeni più unici e inspiegabili della storia del metal. (barg)

10 commenti leave one →
  1. Arkady permalink
    30 giugno 2019 10:04

    Ho avuto al GOM del 2000 il Clown a 2 metri da me che voleva pestare uno perchè lo stava mandando a fanculo da 15 minuti. Giuro che mi sono cacato sotto.

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  2. 30 giugno 2019 10:48

    Ma poi io in mezzo ci trovavo tutta una serie di personali ossessioni sugli USA che da ragazzino mi avevano tormentato:gli ufo, i serial killer delle zone rurali e sperdute e la desolazione delle esistenze che ci abitano in mezzo. Un marasma informe che mischiava x-files, the texas chainsaw massacre, the invisibles di Grant Morrison, Il silenzio degli innocenti, Preacher, Wisconsin Death Trip (il libro) ecc…il tutto mischiato ad un generico “Vaffanculo” urlato ai quattro venti che elevava il tutto all’ennesima potenza. Mai stati uno dei miei gruppi preferiti ed “Iowa” l’avrò sentito due volte, ma nel primo disco sono una fotografia del fine millennio con pochi eguali.

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  3. Cattivone permalink
    30 giugno 2019 12:09

    Fisime da defender… ci siamo passati tutti, ti capisco bene.
    A quel concerto non c’ero, ma il lancio di bottiglie sui Methods of Mayhem ebbi modo di vederlo in un video, fu persino più vergognoso della musica che suonavano.

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    • Cure_Eclipse permalink
      1 luglio 2019 16:47

      Penso sia una delle pagine più tristi della storia dei concerti in Italia, uno schifo che mi aspetterei da una massa di capre tipo i fans lobotomizzati che ascoltano solo Vasco.

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  4. Alberto Massidda permalink
    30 giugno 2019 17:15

    Madonna, ho ancora quella registrazione di Surfing da TMC2 da qualche parte a casa dei miei.
    Facevano paura, come me ne avevano fatta i Cradle di “Dusk and her embrace” al sedicenne neofita che ero all’epoca.
    Roba seria.

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  5. El Baluba permalink
    1 luglio 2019 09:32

    ricordo ancora il mio compagno di merende che un pomeriggio mi chiama e mi fa “ma li conosci sti Slipknot? Li ha sentiti mio cugino (che non ascolta metal) e dice che fanno paura”. Tale definizione me li fece già stare sul cazzo e per un annetto evitai in tutti i modi di ascoltarli. Poi il momento trve-defender finì e me lo comprai originale…la prima metà del disco è bella fomentosa, ma sta cosa delle maschere non mi ha mai aggiunto niente, ma si vede che ero ormai grandicello (sui ventanni). Personalmente preferisco di piu il successivo Iowa, più compatto e cattivo.

    Ma che gli vuoi dire a Panzer Division Marduk? L’ho riascoltato ieri mattina dopo boh quindici anni che non lo sentivo, e cazzo lo ricordavo tutto a memoria…mi sa’ che ho trovato il mio disco per l’estate…

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  6. sergente kabukiman permalink
    1 luglio 2019 09:37

    si ok cory teilor, gioi giordison, dodò e gli scambisti con la mascherina nera nei porno italiani, ma io voglio un video dove si vede il lancio di bottiglie ai methods of mayhem, uscitelo dai

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  7. 2 luglio 2019 23:42

    Persino Rocksound dell’epoca, in un live report del Gods insolitamente misurato, si lanciava in un pippone estremamente critico del comportamento del pubblico verso i Methods Of Mayhem. E Signorelli, nell’introduzione del libro “Metallus”, scriveva che “dobbiamo ricordare avvenimenti che sarebbe meglio cancellare dalla memoria, tipo l’epidemia di assalti a colpi di pietre e bottiglie a gruppi rei di esibirsi con musica troppo sacrilega su palchi ritenuti inviolabili”; da signore, qual era ed è, non faceva nomi. Insomma, il Gods del 2000 è una sorta di spartiacque nella percezione del metal in Italia e, come tale, forse si merita un suo proprio “Avere vent’anni”.
    Valutino i redattori, che più d’ogni altro sono sul pezzo.

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  8. 4 luglio 2019 10:35

    I MoM le bottiglie le hanno prese non tanto perché facessero cagare- e lo facevano, oh se lo facevano- ma soprattutto perché erano in quel posto e in quel momento a suonare la loro musica orrenda, ancora ancora se avessero suonato alle 15 non se li sarebbe inculati nessuno anzi magari qualcuno sarebbe pure stato ad ascoltare. Ma non dopo i Testament e prima di Slipknot e Slayer. Non l’ho accettato allora e non lo farò mai.
    Mettici i Running Wild, mettici Udo, non mettere un cazzo di nessuno piuttosto. Esattamente come le Vibrazioni prima degli ACDC quando sai che per tutto il tour mondiale hanno avuto Slash di supporto. Andavano lapidati gli organizzatori di una scaletta simile, anziché i gruppi.

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