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Spaventare e incuriosire quindicenni con gli SLIPKNOT

29 giugno 2019

Il fatto che l’omonimo degli Slipknot compia vent’anni mi fa sentire ufficialmente vecchio. Avevo quindici anni ed ero appena entrato con la testa nel metal, in maniera quasi autonoma, senza alcun punto di riferimento che mi spiegasse quali fossero i dischi giusti e quale fosse invece merda destinata a sparire nel giro di pochi anni. Ci scambiavamo dischi e opinioni giusto con i miei cugini, visto che a scuola non è che il genere fosse così popolare. Per me era semplicemente tutto nuovo, tutto fighissimo, nonché vagamente inquietante.

Il ‘99 era anche un periodo di transizione tecnologica, internet si stava timidamente affacciando nelle case di noi italiani e la mia unica fonte di ispirazione era il programma Superock di MTV. Un bel giorno arriva uno dei miei zii con una scheda elettronica da mettere dentro il PC: sarà il mio primo modem a 56kbps. Chi si ricorda di questa tecnologia antidiluviana alzi la mano. Modulazione analogica dei dati su doppino telefonico, linea occupata durante l’utilizzo, pagamento al minuto e un caratteristico rumore durante la fase di collegamento alla rete. Che tempi. Ovviamente navigare su internet era di una lentezza disarmante e scaricare file di dimensioni superiori ai 10MB era un’impresa titanica.

In questo contesto conobbi gli Slipknot, non ricordo con esattezza le modalità, ma devo aver trovato una pagina internet da cui era possibile scaricare alcuni file .mp3 di musica metal: che fai allora? Prendi quel che c’è, ovviamente. Non che la scelta fosse enorme, ma tra gli altri scarico questo filetto chiamato wait and bleed.mp3. Un filetto di circa 3Mb che ci avrò messo 15 minuti a scaricare, a essere buoni; tra l’altro la connessione era instabile e se sopravveniva qualche errore iniziavi tutto da capo. Era un’epoca in cui i confini legali del copyright su internet non erano ancora definiti e lo streaming non ci passava neanche per l’anticamera del cervello. Ovviamente mi piacque subito: lo ascoltavo a rotazione, ne volevo ancora e non ci misi molto a trovare il disco in un megastore e portarmelo a casa.

Rimasi completamente folgorato, il metal lo avevo già conosciuto con gli Iron Maiden e i Metallica, mentre lo scoglio del growl era già stato superato con i Fear Factory di Demanufacture. Questa roba però non l’avevo mai sentita. Era come guardare dentro un putrida stamberga americana, con dentro una famiglia di reietti, incestuosi e depravati, dediti al cannibalismo e alla tortura. Oppure di sentire i deliri di violenti maniaci che abitavano le zone più degradate di inquinate città industriali. Chiaramente per me quello era l’inferno in terra, le identità celate e le dichiarazioni allucinanti (tipo che si odiavano tutti tra di loro e che se avessero potuto si sarebbero menati sul palco) contribuirono a costruire l’immagine. Ogni pezzo era a sé stante, bieche esplosioni di rabbia, pezzi con parti rappate, deliri di psicopatici con voce tremula che finivano con grida di disperazione e paranoia. Mai sentito il disagio espresso in quella forma.

Ovviamente le avvisaglie che il gruppo fosse costruito apposta per spaventare e incuriosire quindicenni e ragazzini che si muovevano per la prima volta tra le sonorità estreme erano evidentissimi, anche se non certo a me allora. I loro video erano in rotazione su MTV e anche se venivano trasmessi a ora tarda, il canale era comunque un contenitore di roba già mainstream. Io però all’epoca dell’underground e dell’industria musicale non sapevo niente e gli Slipknot restavano un qualcosa scoperto per puro caso. Poi erano molto prodotti, di video ne fecero uscire tre: Wait and Bleed, che vidi molto tempo dopo ed era il pezzo più orecchiabile del lotto e di facile presa, anche se il video con le bamboline era proprio un idea del cazzo; Surfacing, video vestito da bootleg ma che non lo era proprio per niente; e Spit it Out, che citava il noto film horror di Kubrick.

Nonostante tutto però, al netto della bieca operazione commerciale, il disco continua a piacermi e i pezzi più strambi come Tattered and Torn, Prosthetics e Scissors, per quanto “noiosi” se alternati a brani più canonici come (sic), Eyeless, Surfacing, acquistano senso e sono il vero valore aggiunto del disco, se preso come blocco unico. È come se i pezzi si sorreggessero l’uno con l’altro. Come è finita la faccenda la sappiamo tutti: le maschere sono calate, la foga pure e l’immaginario da Texas Chainsaw Massacre è passato ad un grottesco ed edulcorato circo di freaks, con pezzi meno ispirati e in generale più canonici, disinnescando totalmente l’impatto guadagnato con questo disco. (Maurizio Diaz)

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  1. Cattivone permalink
    30 giugno 2019 09:12

    Tutti i miei amici dell’epoca erano impazziti per questo disco, le sue cassettine copiate sostituirono in un attimo quelle dei System of a Down in tutte le macchine dei miei amici. Non l’ho mai avuto, ma l’ho ascoltato alla noia.
    Wait and bleed, però, me la scaricai anche io. Era fica e resta un bel pezzo.

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