Niente gingilli, niente bischerate, qui si assegna la COPPA LIBERTADORES

Mentre assumete investigatori privati per rivelare al mondo chi si occupa degli accoppiamenti nei mondiali del metallo, portando i Metallica più radiofonici a vedersela con i Mortician, ritornerò sulla scena estrema sudamericana di cui già scrissi a febbraio, concentrandomi, nell’occasione, sul solo Brasile.

E ripartirò proprio dal paese di Belo Horizonte e Manaus, o meglio, della Cogumelo records, avendo omesso i buoni Overdose pur di non dilungarmi troppo. Come i Dorsal Atlantica, anche loro tentarono la via del thrash ritmato intorno a metà anni Novanta e indovinate il risultato: si sciolsero. Le migliori cose degli Overdose uscirono in concomitanza con gli ultimi anni Ottanta, periodo in cui tutti, proprio tutti, erano occupati a prendersela con il Cristo, istigati da I.N.R.I. e dagli altri classici contemporanei. I nostri ricalcavano uno stile decisamente americano, non distante dal power/speed dell’epoca e caratterizzato da interessanti assoli di chitarra, un ottimo basso ed un gusto melodico per nulla trascurabile. Col seguente Addicted to Reality abbracciarono in tutto e per tutto le tematiche sociali tipiche di chi pagava Ed Repka (o suoi emuli) per la copertina, virando dalle parti del thrash metal e perdendo gran parte dei connotati per cui furono “celebrati”: partirei dunque dal secondo You’re Really Big!, certamente il più rappresentativo della prima fase. Occhio anche alle prime copertine, e in particolar modo saprete dirmi perché dopo aver dato un’occhiata a quella di …Conscience…

Ci spostiamo in Messico sfruttando per tramite il power/speed, tanto che suggerirò a Timo Tolkki di ripassare gli storici, caratteristici e folkloristici messicani Luzbel, al fine di potersi ambientare in modo più credibile e non a fini esclusivamente donnaioli. Per quanto abbia dei limiti personali nell’accettare il metal cantato in spagnolo, e credo che non li supererò mai, devo riconoscere a quest’album di debutto una rilevante importanza: per qualche motivo Pasaporte al Infierno uscì su Warner Bros. E, sempre per qualche motivo, suonava sufficientemente maturo da non sembrare affatto un album di debutto; facile quando si entra in studio di registrazione con un simile colosso alle spalle, meno facile entrando in merito ad arrangiamenti e personalità: Hijos del Metal il brano che in assoluto preferisco, con un basso pulsante a dettarne l’incidere e un finale semplicemente da urlo. In seguito allo scioglimento, il frontman Arturo Huizar proseguì con il moniker Lvzbel, mentre altri di loro, anni dopo, si sarebbero tenuti la vocale: ma queste sono storie che noi europei conosciamo fin troppo bene per dibatterne ulteriormente.

In Argentina crebbero perlopiù band di culto, incapaci, ahimé, di spingersi oltre le primissime pubblicazioni non ufficiali. Qualcuno superava lo scoglio ma lo faceva completamente fuori tempo massimo, come gli Abaxial, un quartetto sotto shock anafilattico da …and Justice for all che nel 1994 produsse il suo unico album, Samsara, riprendendone la voce di James Hetfield, le chitarre compresse e la batteria secca e sovrastante. Peccato fossero trascorsi sei anni, e che di quel genere di thrash metal non importasse più a nessuno. Se devo consigliarvi un gruppo argentino interessante allora vi dico di ascoltare i Depredador. Anch’essi formatisi a tempo ormai scaduto, ovvero sul finire degli Ottanta, per poi debuttare nella seconda metà del decennio successivo con Suplicando Furia, un titolo che era di per sé una ficata assoluta e che venne riservato a un album sì sconosciuto ai più, ma anche dotato di un tiro pazzesco. Di base era strutturato sui riff dei Sepultura di Chaos A.D., anche se meno cupi e con una maggiore tendenza all’accelerazione. Non molti giorni fa mi sono riascoltato i nostrani In.Si.Dia, che sono un ottimo termine di paragone per stile, velocità ed atmosfere, eliminando però la spigolosità tipica delle chitarre del gruppo di Guarda Dentro Te.

Passiamo ora a qualcosa di decisamente più estremo. Nel periodo in cui mi fracassavo letteralmente le orecchie con i Sarcofago, spulciando ogni paese sudamericano alla ricerca di qualcosa di vagamente simile, mi imbattei in due gruppi cileni. I primi erano i Dorso e ne ho già scritto all’interno della dimenticata rubrica Le delizie dello scantinato, ma in quel momento cercavo qualcosa di sfacciatamente estremo, piuttosto che all’avanguardia. Giunsero in mio aiuto i Death Yell, autori di uno split con i Beherit e di una ghiotta demo tape che, nel 1989, aveva portato alla luce del materiale tanto estremo da sembrare inconcepibile. Erano gli anni in cui chiunque spediva la sua roba in Norvegia per capire se Euronymous se la sarebbe filata, sdoganandola presso il continente più prestigioso a cui il metal estremo potesse ambire: i Death Yell presero parte di quel carrozzone giusto il tempo d’una firma su una compilation, uscita però su Turbo music e intitolata Triumph of Death, in compagnia di formazioni che un giorno chiunque avrebbe conosciuto come Samael e Carcass. Ma dovete partire dalla demo Vengeance from Darkness del 1989: la loro magia risiede tutta lì e non c’è band con un minimo di esperienza o lezioni teoriche e tecniche alle spalle che possa essere in grado di riproporre un qualcosa di così primordiale.

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La Colombia è un incredibile corollario di band estreme, a partire più o meno dal Duemila. In particolar modo suonano tutti thrash e black metal, la cui fusione genera facilmente il war metal con un impegno minore rispetto a quello che dedicheremmo a mischiare latte e caffè per ottenerne un cappuccino decente. Ma devo impegnarmi per ricordarmi d’un gruppo colombiano che abbia ascoltato più di una volta. Rimanendo in territori decisamente estremi mi vengono in mente i Witchtrap, che conobbi in seguito a un poco chiacchierato split con i Nunslaughter. Si parla dunque di metà del decennio scorso, ma i Witchtrap, sì, pure loro, risultano attivi fin dai primi anni Novanta. Potrei consigliarvi sia Sorceress Bitch che Vengeance is my Name, due prodotti piuttosto recenti di una formazione statisticamente storica: il secondo è maggiormente quadrato, a fuoco, ma la sensazione che pervade entrambi è che i colombiani abbiano ascoltato e riascoltato i Kreator delle prime annate, diciamo fino allo sfinimento. Nel caso doveste trovarli eccessivamente melodici per i vostri standard, potrebbe essere una valida idea quella di virare sugli storici Parabellum: coloro che reputano Schizophrenia un album dominato da un fastidioso fruscio di sottofondo si ricrederanno all’istante, dopo essere transitati per quell’EP, intitolato Sacrilegio, dalla durata concentrata in un misero quarto d’ora.

Concludo con il Perù, e con esso ritorno al thrash metal. Parto con i Necropsya, una band attiva da una vita e che, come molte altre descritte in quest’articolo, è riuscita a debuttare solo di recente: memorizzate questo dettaglio ricorrente perché lo approfondirò tra pochissimo, e non è affatto un caso se l’ho scritto di volta in volta. Il loro album che mi convince maggiormente è Made With Evil, poiché qui gli strumenti sono meglio integrati fra di loro: il precedente Devastated by Time ha una batteria in un certo senso sovrastante, che massacra l’ottimo lavoro in fase di composizione dei riff e gli arrangiamenti di chitarra. Lo screaming del cantante, Gustavo Bermudez, è un altro elemento discutibile e che con il tempo è andato pian piano assestandosi. Bravini insomma, e soprattutto in fase costantemente crescente. Aggiungo in conclusione i Mudra, nati negli anni Novanta centrali e da sempre a confronto con il loro riuscito e intenso album di debutto, datato 2002, il cui nome è Habitos de Guerra. Se vi appassiona Point Blank dei Nailbomb allora avete trovato il gruppo giusto con cui trascorrere la fase tre, ignari della folla che si riversa per strada per ricordarsi com’era il gelato artigianale, o cose simili. Il problema viene allo scoperto con la discografia seguente, troppo nei ranghi produttivi tipici degli anni recenti, e di conseguenza un po’ priva d’anima o meglio di contatto “reale” con lo strumento.

mudra

Mudra

Perché queste formazioni mi appassionano così tanto? È semplice, perché non avevano niente, almeno nella stramaggioranza dei casi. Molti dei paesi elencati hanno tenuto i loro cittadini sotto dittatura o simili forme governative fino agli anni della modernità, mentre città come Medellin si fregiavano dell’appellativo di aggloberato urbano con il più alto tasso di criminalità. Questa gente è cresciuta in mezzo allo spaccio, alle dispute tra gang, in linea di massima in mezzo alla merda, osservando i loro idoli nordamericani ed europei crescere, prender parte ai primi tour mondiali e raggiungere uno smisurato successo. Sarebbe facile parlare dei gruppi sudamericani odierni, tutti con un computer, una connessione a internet e lo stretto necessario per portare a casa le stesse e identiche cose che porteremmo a casa in Italia: ma nel 1987 il divario era enorme, pur rammentando che anche la nostra situazione discografica si basava sulla Contempo e pochi altri marchi ufficiali. Sono da sempre affezionato alla Cogumelo poiché emerse e si affermò in un contesto difficile, che era comunque meno difficile di quello che avremmo potuto individuare in altri paesi. Come questi qua. Molti di questi ragazzi, infatti, non andarono oltre le prime demo-tape o il primo album, in seguito al quale la mancanza di riscontro ha costretto parecchi musicisti ad affrontare una vita normale, fatta di lavoro ordinario e di tutti i cazzi che ben conosciamo. Non è un caso che numerosi gruppi si siano riformati dopo il Duemila, con la strada già spianata e un feeling, un mood, ora difficilissimi da ricreare. Eccovi spiegato perché penso e ripenserò sempre a loro. (Marco Belardi)

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