Osservare un trans da lontano: SEPULTURA – Quadra

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Molte persone non riescono proprio a realizzare se i Sepultura siano nati o rinati con Against, anche se verrebbe da utilizzare il termine “morti”. Io sono fra queste ultime, ma non per partito preso. Il punto è che non ho conosciuto il gruppo brasiliano con Arise o con Roots, bensì con Schizophrenia. Se definissi quest’ultimo come il mio album preferito non si tratterebbe affatto d’un azzardo: è certamente quello che ho ascoltato di più in ambito estremo, possedendone due formati originali differenti, nonostante la sola cassettina copiata avrebbe potuto restituirmi una fedeltà sonora, e un delizioso fruscio di fondo, assolutamente all’altezza dell’originale. Ne comprai due perché glielo dovevo, ecco il motivo.

Schizophrenia adempiva a uno dei principali compiti dell’heavy metal, ovvero ciò che per qualche decennio ha mandato in bestia bigotti e predicatori di mezzo mondo: trasmettere sensazioni che solo la musica marginale, o estrema, era in grado di trasmettere, e, in parallelo, affrontare tematiche e sensazioni che in cinematografia furono bagaglio personale dell’horror o di certi rami della fantascienza. L’heavy metal non era cosa per dirti e spiegarti come andare a letto felice dopo un filmetto che ti ha fatto sorridere, o un action leggerino alla Speed. Era qualcosa capace di sbatterti in faccia realtà sì scomode ma appartenenti a questo mondo e ai suoi abitanti: il dottor Mengele di Angel of Death, l’Ed Gein di Dead Skin Mask, oppure i deliri mentali di Schizophrenia. L’heavy metal non era una fuga dalla realtà ma la rappresentazione di una parte di essa, quella meno a braccetto con l’ipocrisia umana, quella che passava l’evidenziatore sulla guerra, sulla morte, sull’esoterismo e quant’altro. Schizophrenia non è diventato il mio album preferito, o comunque uno dei tre assoluti, perché aveva quel fruscio orrendo e al contempo fichissimo. Lo ha fatto perché era marcio e virulento come poche cose negli anni Ottanta lo erano state: fu amore.

Ora, parlare dei Sepultura omettendo la sensazione di magia pura che si era legata per un decennio scarso a quei quattro sudamericani – cioè i fratelli Cavalera, Andreas Kisser più il membro originale che oggi assomiglia a un blocco di zucchero filato – è come osservare da lontano un trans che è fatto bene omettendo che ha comunque il cazzo. Dovrei sorvolare e affrontare Quadra ammettendo che è un buon disco, così come lo era stato Kairos, e che è perfino migliore di Machine Messiah – e in questo modo sto facendo capire al Messicano che li ho ascoltati tutti, proprio tutti, e, come nel caso degli In Flames, ciò gli causerà un forte bruciore allo stomaco – ma non ce la faccio. Come nel caso del nerboruto brasiliano dalle tette impeccabili, Quadra non fa per me, e il problema è Andreas Kisser.

Arrivati al duemila e venti, con una line-up data per morta all’epoca di Roorback e oggi consolidata da un ventennio abbondante di ulteriore esperienza, fatta eccezione per l’incredibile rotazione di batteristi (a tale proposito, Eloy Casagrande non mi dispiace affatto), il punto rimane pur sempre Andreas Kisser: ha troppe idee, e paradossalmente non va bene. I Sepultura hanno due opzioni. La prima è continuare a sperimentare, il che dovrebbe rappresentare lo stimolo per ogni band, l’ossigeno vitale che ti spinge in avanti. Non pretenderei mai sperimentazione dai Destroyer 666, ma i Sepultura si rinnovarono di album in album per tutta l’era Cavalera, e allora sì che funzionava. L’altra opzione è fare come i Cavalera Conspiracy, cioè chiudersi a piccoli passi in un angolo, o meglio ancora, una volta sentite le ultime interviste a Paulo Jr. con tanto di dichiarazioni mal tradotte oppure molto ambigue, ricacciare dentro i pezzi fisici mancanti, fingere che non sia accaduto nulla e diventare definitivamente la cover band di sé stessi. Dimenticavo: anche venire pestati da Derrick Greene. A quel punto cavalcare l’onda del retro-thrash, rimettere le Reebok Pump e i jeans strappati e cacciare fuori quella buzza millenaria da una t-shirt bianca dei D.R.I. Sfidare Gerre dei Tankard, ruttare forte.

Paradossalmente, i Sepultura odierni potranno interessare a qualcuno solo nel secondo caso e non di certo sperimentando o parlandoci del Cristo in croce. Non per malafede, e nemmeno per errore, ma perché sono stati per dieci anni scarsi uno dei gruppi più importanti al mondo. E questo pesa anche a Derrick Greene, che appunto non c’era.

Noi toscani siamo estremamente noti per bestemmiare, un aspetto, questo, che certe volte è perfettamente comprensibile

I Sepultura, unico caso al mondo, dovevano cambiare nome, e subito. Allora forse qualcuno si sarebbe filato qualcosa della loro discografia, a mente sgombra, rendendosi conto che Andreas Kisser senza i Cavalera non ha interpreti fuoriclasse e che i Cavalera senza Andreas Kisser sono sprovvisti di quelle chitarre della madonna, del vero marchio di fabbrica.

Hanno tutti bisogno di tutti, e Paulo Jr. di un bravissimo barbiere. Hanno pure bisogno dei tamburini del cazzo, sempre ricorrenti ma sempre più col contagocce: questo perché Kisser ha capito quanto hanno avessero rotto i coglioni, ma ormai fanno trademark ed eliminarli causerebbe saudade.

Quadra è dunque un dischetto, aperto da una canzone paraculo come Isolation, proseguito da un paio ora discrete (Ali), ora davvero bellocce (Raging Void), ma resta un dischetto. Kisser si sforza di trarne una specie di concept, lo suddivide in quattro parti ma, pur essendo transitato per i deliri tematici di Dante XXI, dimentica che le migliori cose le ha fatte giocando semplice. Perfino con Nation, e perfino col recente Kairos che a tratti rasentava il death metal. Fai i Sepultura, non portarli da un’altra parte, perché questo equivarrebbe a spostare un cadavere vecchio di vent’anni. Si sente la puzza da lontano quando fai una Isolation e poi non le dai la benché minima continuità.

Potrei parlare di mille altre cose, come di Autem, che tenta vergognosamente di mescolare l’alternative al metal estremo, con risultati indecenti. Potrei anche scrivere che nei ritornelli di Agony of Defeat e Raging Void ho sentito – e non poco – Devin Townsend: influenza onnipresente, ormai: dicevo a Ciccio che lo sentivo sui ritornelli degli ultimi Cattle Decapitation, ed ora ci risiamo. Ma che senso ha analizzare Quadra traccia per traccia, in velocità, tecnica, produzione e arrangiamenti, se alla base di tutto non c’è più l’anima, la ferrea volontà e gli interpreti che si richiedono a un nome così ingombrante perché possa tirar giù tutto? (Marco Belardi)

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