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Avere vent’anni: SEPULTURA – Against

22 ottobre 2018

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L’ultimo disco dei Sepultura atteso dalle masse nella maniera in cui si attende un’uscita di grosso spessore. Pubblicità in televisione, con un riffone in sottofondo e la S spinata in bella vista. Un tam tam mediatico che in pochi possono permettersi, i Soulfly che debuttano per primi e poi aspettano la mossa degli avversari, considerati fratelli di sangue fino a qualche tempo prima. Una partita a scacchi, o qualcosa di simile. Against rappresentò per molti l’inizio della caduta libera dei Sepultura, ma in realtà i primi segnali di rottura del giocattolo erano assai remoti.

Pensateci bene: i Sepultura hanno guadagnato lo status di band metal per eccellenza in concomitanza con l’esplosione della loro rapida evoluzione. Thrash metal furioso, poi di botto i tempi che rallentano, le cover hardcore punk piazzate in ogni dove, il tribale e le collaborazioni con ogni Cristo che incrociasse la loro strada. Quattro ragazzoni che diventano famosissimi con questa cosa delle origini e della tribù, se la giocano come fosse l’asso di briscola buttato giù un po’ troppo presto, tipo alla terza mano. Da Schizophrenia ad Arise i loro album erano stati perfetti, concedetemi che qualche canzone come HungryUnder Siege era carina e nulla di più, ma di certo non si trattava di lavori imbrattati dai filler.

Chaos A.D. è considerato un capolavoro dalla maggior parte dei fan, ma la verità è che inizia con tre pezzi uno più bello dell’altro e poi non tiene la botta. Io lo adoro quel disco, ci sento dentro mille sfaccettature e si trovano quasi tutte al posto giusto: è una delle cose di maggior personalità tirate fuori da un gruppo uscente dal thrash in quegli anni, riesce a citare i Celtic Frost senza farsi né farci male, e riesce ad essere pesantissimo con un paio di accelerazioni, massimo tre, e stop. Tolta Biotech Is Godzilla, naturalmente, che correva psicopatica quasi dall’inizio alla fine. Ma arrivati alla quarta traccia, Chaos A.D. già inizia ad alternare le buone alle ordinarie; c’è Propaganda che è bellissima, ma ti fa pure fare i conti con qualche momento da sei politico: personalmente mi è sempre rimasta sul cazzo Amen, non mi esalta neppure Nomad e non proseguirò nella lista.

Roots era anche peggio, nel senso che è totalmente costruito sull’immagine, sui suoni rivoluzionari che in realtà erano stati un po’ importati: inizia bene pure lui, poi più avanti ci regala SpitDusted e qualche altra mazzata. Ma quasi metà album, davvero, non è presentabile. I Sepultura che toccano l’apice della loro carriera senza neanche durare troppa fatica, a cinque anni di distanza da un altro apice: quello compositivo, qualitativo e di reale sostanza, di Arise. A metà Novanta si trattava più che altro di una questione di stile, di fare tabula rasa e reinventare in qualche modo il metal. 

Poi tutto quanto va a puttane, Max forma la sua band che piace a un bel po’ di gente. Urge una lunga pausa caffè, si fanno audizioni e ci si tira dentro pure Chuck Billy dei Testament. Fa comparsa addirittura il chitarrista degli Electrocution, italianissimi: risentitevi assolutamente Inside The Unreal se vi manca all’appello. La spunta un americano, un armadio di legno massello proveniente dall’hardcore: carisma zero, modo di cantare piatto, un disastro. E qui, in Against, l’ultimo album “mediatico” dei Sepultura, offrì una delle prove peggiori. Sentitelo su Machine Messiah che è dell’anno scorso, è migliorato o perlomeno si è calato nella parte, che è di nuovo cambiata. Derrick Greene aveva per le mani il singolo, Choke, la stessa che era stata fatta cantare un po’ a tutti durante le audizioni. Aveva davanti a sé un pugno di pezzi carini come Reza – in duetto con Joao Gordo dei Ratos De Porao – o Rumors, e tornò a piena disposizione la velocità. Il problema, se ripensate appunto a Biotech Is Godzilla, è che quella fu un’autentica bordata sonora per tutti noi: addio tremolo picking, addio palm mute. Virata verso l’hardcore anche se non così netta come si potrebbe pensare, e obiettivo centrato alla prima conclusione verso lo specchio. Qua era proprio la batteria ad essere moscia, nonostante seguisse gli stessi pattern a cui Igor Cavalera ci aveva abituato subito dopo Beneath The Remains; le chitarre erano smorte come non mai e solo il basso di Paulo Jr. godeva di una certa messa in evidenza. Che culo.

I pezzi veloci quindi non funzionarono affatto e l’effetto sorpresa di Against si poggiava in un certo senso su di essi; gli mancava proprio la grinta fatta eccezione per la fantastica accelerazione finale di Common Bonds e forse per la scarna titletrack. Inoltre devo ancora capire una cosa dei Sepultura: Roots andava inteso come capitolo unico della loro carriera, invece finì per ingabbiarli soprattutto in questa occasione. Un parziale recupero delle cose presenti in Chaos A.D. avrebbe giovato loro non poco, qua dentro, perché in fin dei conti quell’album è ciò che ad oggi potremmo considerare la summa del loro sound da band matura e di successo. Niente da fare, pretesero di unire l’hardcore punk a Roots, e sbagliarono nel percorrere entrambe le direzioni. I due album successivi, oltretutto, la buttarono ancor più sul minimale e perlomeno Nation gli uscì benino perché aveva un filo di impostazione, di fondamenta. Roorback invece è una delle peggiori cose che ho sentito nello scorso decennio.

Provateci. Against non è affatto un brutto album, ma è stato concepito nella maniera sbagliata e segna l’ingresso in formazione di uno dei cantanti meno rappresentativi che abbia mai visto entrare in un gruppo di elite come quello di Belo Horizonte. Un po’ come con Blaze Bayley negli Iron Maiden andò malissimo, solo che questo qua è ancora lì dentro a coverizzare From The Past Comes The Storm. Fra una collaborazione e un’altra, come quella di Jason Newsted in Hatred AsideAgainst scorre discretamente bene ma lascia il segno solo fino a un certo punto, perché anche in occasione delle sue tracce più riuscite, vedi Boycott, c’è qualcosa che proprio non torna. (Marco Belardi)

7 commenti leave one →
  1. El Baluba permalink
    22 ottobre 2018 11:21

    mai sentito…Roots mi piaciucchia, ha cose molto buone ad altre appena accennate, però il motivo per cui non dedicai un minimo di tempo ad Against fu il debutto dei Soulfly. Qualcosa di carino, ma sentivo che non era robba per me. Non so magari ho sbagliato, ma credo che all’epoca inconsciamente associai il fallimento dei Soulfly ad un possibile fallimento dei Seps. Del tipo, cazzo se Max esce co sta roba, figuriamoci i Seps con uno qualunque alla voce, ed infatti non mi pare di essere andato troppo lontano.

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  2. Andrea permalink
    22 ottobre 2018 12:40

    Segnalazione per una piccola correzione : Greene non è brasiliano, ma statunitense 😉

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  3. Stefano Mazza permalink
    22 ottobre 2018 16:09

    I Sepultura sono fondamentali fino al 1991, passabili fino al 1995 e dimenticabili dopo il 1996.
    Già Chaos AD fu un disco troppo furbastro, declinato all’industrial e al noise, solo perché la tendenza dell’epoca era quella. I tamburi da stadio (che furono la prima passione di Igor) suonavano belli potenti, fu simpatica la comparsata di Jello Biafra, si intravedevano molte influenze etniche, anche quelle frutto della World music e della New Age degli anni 90, ma tutto questo mancava di profondità e perciò stanca piuttosto alla svelta. Roots fu un’altra paraculata, anche se ben fatta, ma anche quello non è che manchi eccessivamente. Poi più il nulla…

    Schizophrenia tutta la vita.

    Piace a 1 persona

  4. 22 ottobre 2018 16:50

    Poi scusate se insisto: vogliamo parlare delle copertine dei Sepultura da Chaos in poi? Pessime, ma bisogna riconoscere che sono coerenti con la musica che sta all’interno.

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  5. 23 ottobre 2018 08:03

    Personalmente dissento su “Chaos A.D.” e anche su “Roots”, mi spiace ma il vero disastro arriva dopo. Per me quei due dischi sono intoccabili e non mi interessa quanto siano paraculi: funzionano forse “Roots” è un po’troppo lungo ed indulgente però funziona, cosa che è tutt’altro che trascurabile. “Beneath the reamains” e “Arise” erano di un’ altra pasta, siamo d’accordo ma tutta questa critica su due dischi come quelli mi sembra fancamente eccessiva se non addirittura fuori luogo.

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