Approfitto dell’uscita del singolo dei KREATOR per parlarvi dei Kreator

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Per me i Kreator sono una cosa parecchio importante, e li ho difesi con tutte le forze fino a nascondermi in un angolo ad ogni uscita dell’epopea Phantom Antichrist/Gods of Violence. Adesso mi provocano un certo imbarazzo, ma per rispetto e riconoscenza tento appunto di parlarne men che posso.

Li ho conosciuti con un cd masterizzato di Extreme Aggression passato sui banchi delle superiori, un oggetto che, pochi giorni più tardi, si sarebbe tramutato nel duplice acquisto del medesimo titolo e di Pleasure to Kill. Procedetti quindi per gradi e partendo dagli essenziali, dopodiché “mi toccò” scoprire un mondo intero che si sviluppava su tutto e il contrario di tutto.

Oggi apprendo un’altra cosa: che è uscito un nuovo singolo dei Kreator, dal titolo 666 – World Divided. E allora scorro a ritroso nel tempo, e, volgendo lo sguardo agli anni di Endless Pain, mi rendo conto che quei ragazzini appena diciottenni all’epoca si sarebbero ben guardati dall’intitolare una canzone in quel modo. Sbagliarono sì la scelta del moniker due o tre volte (a casaccio da titoli di brani famosi e talvolta contemporanei come Metal MilitiaTyrant e Tormentor), ma 666 – World Divided non gli sarà mai e poi mai passato per la testa. Questo fino ad oggi.

Mille Petrozza precisa che “dobbiamo rimanere uniti in un mondo diviso”, mentre la tag sottostante aggiunge qualcosa tipo “pesante ma molto melodico”, frase che ripetono grossomodo da quando uscì Violent Revolution, il giorno in cui Tommy Vetterli fu sacrificato per far posto al re indiscusso della plastica, Sami Ylo-Sirnio. Ossia, il mostro finale che in un Pacific Rim dai toni ambientalisti si scontrerebbe con una gigantesca Greta Thunberg intorno a tre quarti del film, tentando di annientarla con le sue ripetitive melodie di merda.

Mi è impossibile scrivere alcunché su quella canzone. Ho pure visto il videoclip e ve lo riporto come un misto di figure demoniache in vestaglia, alla The Ring, presenze femminili seminude e Jurgen “Ventor” Reil con i capelli più unti del mondo. Rapportate ora i contenuti del videoclip alla canzone e avrete ottenuto quel che mi verrebbe da dire a riguardo, e da cui saggiamente mi trattengo.

Parliamo piuttosto di cose serie, un po’ come ho fatto con i Sodom: che cosa sono i Kreator per il sottoscritto?

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Di loro ho coverizzato svariati pezzi con una band che non esisteva già più nel 2005: Flag of Hate, Betrayer, People of the Lie. Ci divertivamo un sacco a rifarli perché erano semplici e perché suonavano la carica come pochi al mondo. Era come se qualcuno fosse riuscito a importare un concetto anthemico, un tiro da stadio, all’interno di un fenomeno ancora per poco circoscritto come quello del thrash metal. Flag of Hate fu come l’embrione da cui si sviluppò tutto il discorso legato al citazionismo, all’alleanza, ai cazzi-contro-cazzi di cui si sente spesso rammentare nei testi metallari che tanto piacciono al Bargone. Love us or Hate us era il concetto che volevano esprimere; tutti i discorsi su dittatura, schiavitù e un futuro di merda, dal canto loro, non erano che il tramite per mantenere la voce grossa nel circuito thrash metal internazionale.

I Kreator crebbero per mezzo di Noise Records, un’etichetta su cui un giorno scriverò qualcosa come ho fatto nei riguardi della Napalm, e quel giorno, certamente, utilizzerò molti più elogi. All’epoca uscirono per Noise nomi come Hellhammer, Running Wild, Coroner, Voivod, Gamma Ray. Vi era un occhio di riguardo per cose molto semplici e che ben presto sarebbero esplose, e uno per l’avanguardia assoluta del metal anni Ottanta, quella frangia più evoluta e talvolta anche un po’ indecifrabile per i tempi che correvano. Noise giocava d’anticipo su tutti, cosa che Napalm fece con l’ultimo black metal accettabile e folkloristico, oltre che col gothic metal europeo.

Pleasure to Kill fu la prima cannonata ad altezza gambe: lo conoscete tutti, e se non lo conoscete, alle diciotto è opportuno che usciate sul balcone ma non per suonare o cantare. Non è necessario spendere una sola parola nei confronti di quell’album, uno dei miei cinque, massimo dieci preferiti di sempre. È perfetto così anche se in troppi brani ci cantò la persona sbagliata, è un rullo trasportatore di classici ringhiati con una cattiveria che è la solita di Reign in Blood e di pochi altri titoli usciti per mano giusta al momento giusto. A tal proposito, Harris Johns si occupò della produzione prima di lavorare per una vita con Sodom e Tankard. Sempre a proposito di quegli anni, recuperate ad ogni costo l’EP Flag of Hate (comunque presente nella ristampa Century Media del celebre full) anche solo per poter sentire il classico Awakening of the Gods.

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Di Terrible Certainty, un buonissimo disco d’assestamento, ho già scritto altrove. Extreme Aggression è invece l’album dei Kreator a cui mi sento maggiormente affezionato: quando riferiamo delle nostre band preferite, noi tutti abbiamo in mente un titolo che consiglieremmo a chiunque, e un prediletto “personale”. Nel caso dei Kreator dico che con Extreme Aggression raggiunsero una completezza disumana, e che forse oggi non risulta tributato come esso meriterebbe. Il suono era asciutto come da tradizione del techno-thrash contemporaneo, con ogni strumento udibile alla perfezione e il basso ben nascosto da qualche parte. Le melodie che oggi conosciamo erano già vive, soltanto usate con criterio e non per raggiungere un pubblico fatto di arrembanti lolitas bisognose d’affermare la propria fede metallica. Se il successivo Coma of Souls rappresenterà la summa dei Kreator melodici, con Extreme Aggression si celebrava il riff, e si esaltava all’ennesima potenza l’attitudine anticipata in copertina. E poi che pezzi, Fatal Energy (un po’ la madrina dei concetti espressi in seguito), No Reason to Exist, la stessa Betrayer oltre al capolavoro messo in partenza, con quel grido straziante a dare il via ai giochi. Non dico che quest’articolo fosse una scusa per parlarvi di Extreme Aggression, ma ammetto che ci si vada parecchio vicino.

Coma of Souls è un album formalmente perfetto, all’interno del quale rimpiango una sola cosa: che non suonasse diversamente, non nella tecnica quanto negli intenti. C’è Frank Blackfire alla chitarra, ma l’ex chitarrista dei Sodom dovette un po’ adeguarsi a uno schema ben collaudato, mentre in Agent Orange “americanizzò” la formula a proprio piacimento, rendendola irresistibile. I Kreator erano e restano un monopolio di Mille Petrozza con un fedele taglialegna alla batteria, e qualunque figura, posta al fianco del capo, non ha mai avuto modo di lasciare il segno come può aver fatto altrove. L’altro album cruciale degli anni Novanta prese il titolo di Renewal, quella che considero una delle più grosse occasioni mancate della loro discografia. Sono innamorato pazzo di come suona Renewal, e lo sono di circa metà delle sue canzoni su cui cito – in particolar modo – il capolavoro Europe After the Rain, Winter Martyrium e Brainseed. Eppure gli manca qualcosa, e non capisco se il passo sia stato più lungo della gamba, oppure troppo breve e frettoloso. In ogni caso niente di transitorio, ma piuttosto una rischiosa presa di posizione negli anni in cui tutti aspettavano il vicino di casa per fare la mossa mainstream: Anthrax, Forbidden, Overkill, toccò un po’ a tutti e la Germania non fu affatto esente.

Cause for Conflict è il classico album che incidi dopo esserti reso conto d’aver fatto una cazzata, e, con lo scopo unico di rimettere insieme alcuni cocci, finirai per romperne altri. A me piace, ne apprezzo la furia e il buon senso di lasciar relativa libertà creativa a un mostro come Joe Cangelosi, il temporaneo sostituto di Ventor, ma aveva ben pochi pezzi di cui vantarsi. Catholic Despot, se proprio volete provarne una, ma per quanto sia affezionato ad esso debbo ammetterne la relativa debolezza di fondo.

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Infine si arriva a Outcast ed Endorama, già trattati in un modo o in un altro all’interno della nostra rubrica Avere vent’anni. Outcast, e appunto Endorama, ci hanno consegnato le migliori canzoni dei Kreator degli anni Novanta: il senso di incompiutezza si sposta in direzione del talentuoso chitarrista che Petrozza reclutò al suo fianco, Tommy Vetterli degli appena scoppiati Coroner. Qualunque cosa intendesse fare Mille Petrozza mentre Dark Tranquillity e Paradise Lost ottenevano risultati alterni da soluzioni parallele, venne a coincidere con un graduale ritorno alla ribalta delle sonorità classiche, ammodernate, sì viziate a dismisura, ma pur sempre classiche. Mille Petrozza si rimangiò tutto, egli avrebbe potuto accompagnare i Kreator dove gli pareva ancora per un po’ ma si limitò a mettersi comodo, seduto come uno spettatore, come se il nuovo millennio prendesse poco a poco la figura d’una meritata pensione.

Credo che il problema sostanziale dei Kreator sia stato il boom smisurato di Violent Revolution, che è pure un bell’album, una sorta di Coma of Souls sotto conservanti per gente che voleva il thrash metal senza spaccarsi più il collo e le ginocchia. Mille Petrozza aveva realizzato il suo desiderio: come ho accennato a inizio articolo, rendere questa roba canticchiabile in coro, non da ubriachi come in una Ausgebombt, bensì sempre. Ed è esattamente quello che speravo non andasse mai ad intaccare il thrash metal, ma qualcuno dirà che così facendo, perlomeno, ce ne è un po’ per tutti. E non sarà di certo un mestierante come Jens Bogren a tirarli fuori dai (miei) guai. (Marco Belardi)

7 commenti

  • Belardi, essendo vecchietto ed avendo in parte vissuto quegli anni in prima persona, l’articolo sulla Noise Records lo aspetto con trepidazione.

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  • Novembre 1992. Prendo la patente. 18 anni compiuti da qualche mese. Per farvi capire come cazzo stavo con il cervello al tempo (e anche oggi non posso vantare una cospicua quota di normalità): non presi la patente per guidare. Non era quello il punto. Presi la patente per sentire la musica in macchina. Una 126 fsm raffreddada ad aria. Ereditata da mia madre dopo che l’aveva fatta marcire in un garage di merda 3 metri per 3. Una macchina totalmente inaffidabile, fabbricata in Polonia. Uno dei primi esempi di prodotto figlio del outsourcing. I porcoddii che c’ho tirato dietro ancora echeggiano. Mi ha lasciato a piedi infinite volte. Ma dentro c’avevo fatto montare un cazzo di stereo con i contro-coglioni. Erano 5 le cose che sentivo al tempo in macchina, su nastro ovviamente: Altar of Madness, Fear of the dark, The end complete, Countdown to extintion e Renewal. Avevo cominciato qualche anno prima con Iron Maiden, Saxon e Black Sabbath. Ho conosciuto i Black Sabbath con Tyr. Comprato al momento dell’uscita in uno di quei micidiali negozi che vendevano tutto. Dalla termoidraulica alle musicassette. Se ci penso adesso mi viene da ridere. Ho conosciuto i Black Sabbath con Tyr. Porcoddio. E vi dirò: mi piace ancora un casino e lo so a memoria. Sotto la doccia imito Tony Martin. Tutto sto panegirico per dire che i Kreator li amo un sacco. E se oggi sono di poliestere sti cazzi. Vale per tutti i grandi vecchi, più o meno. Per fortuna gli Sweven hanno pubblicato The Eternal Resonance. C’è ancora speranza.

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    • ce l avevo anche io la 126 fsm rossomattone ma nemmeno l impianto stereo…solo un

      mangiacassette portatile con una cassa sola…ma quante ne abbiamo fatte..la gente non sa

      cosa si perde a non esser metallari.

      Vi amo raga.

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  • Amico mio… fai un po’ impressione. Sei un recensore che cammina. Io i Kreator li ascolto ogni tanto, e pochi pezzi, ma il senso di plastica ha preso anche me.

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  • giuro che il secondo da destra e’ UGUALE ad un personaggio semi protagonista di Hell Of The Living Dead

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