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ASSASSIN / CORAM LETHE / RAZGATE @Circus, Scandicci, 06.07.2019

7 luglio 2019

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Anche questa stagione del Circus di Scandicci si sta lasciando alle spalle un gran calendario. E tra gli ultimi eventi ci sono gli Assassin con Frank Blackfire al posto di Michael Hoffmann. Del chitarrista ho già detto e ridetto in quella specie di biografia che mi uscì fuori dall’intenzione di fare un breve articolo sui Sodom: è uno dei cinque musicisti metal per cui scenderei nelle fogne solo per sentirli suonare qualcosa. E, mentre il locale era ancora semi vuoto, mi è comparso davanti al bancone del bar.

Non chiedo mai foto insieme ai musicisti, inevitabile che lo facessi con il tizio di Persecution Mania ed Agent Orange, quello che insieme ad Harris Johns conferì ai Sodom il famoso “tocco americano” all’album del 1989. Mi avvicino ed egli mi si rivela a figura intera: infradito, bermuda militari, canotta nera. Ha appena ordinato un caffè ed un’acqua piccola e lì per lì la cosa mi stordisce, ma io farò decisamente di peggio. Gli chiedo una foto insieme e lui è disponibilissimo, però siamo al buio. Non posso chiedergli di spostarci, sarebbe un’uscita da fotografo matrimonialista e tutti inizierebbero giustamente a picchiarmi in ogni parte del corpo.

Il tempo di attivare la fotocamera frontale dello smartphone e lo schermo di quest’ultimo si illumina di un bianco acceso, simile per intensità a quello dei film sui rapimenti alieni. Blackfire diventa cieco all’istante, ma mi saluta e me ne ritorno a sedermi laddove avevo lasciato il mio jack & cola. La foto è pesantemente condizionata dall’illuminazione artificiale del telefono, io sembro un ubriacone terminale e lui è uscito fuori con quest’espressione facciale che lo farà assomigliare nientemeno che al Messicano. In pratica, mi porto a casa una foto con uno dei miei più assoluti idoli adolescenziali in cui io sono accanto al Messicano.

Nel frattempo iniziano i senesi RAZGATE: che avevo soltanto sentito nominare. Di primo acchito li bollo come autori di un discreto thrash metal americano ma tirano giù tutto con una musica che – brano dopo brano – si farà sempre più violenta ed essenziale. Hanno un batterista che è un trattore, swivel senza pietà sui pedali, nessun segnale di cedimento. Se devo trovargli un difetto, potrebbero essere un po’ più dinamici sul palco: finchè sei su quello del Circus la cosa conta relativamente ma altrove questa staticità si potrebbe notare. Con la gente però ci sanno fare, con gli strumenti pure e i pezzi ti prendono all’istante. Due album in più da sentire, con la speranza che la resa sia pari.

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I CORAM LETHE in scaletta credo c’entrassero il giusto, ma mi incuriosiscono ben più degli altri due: trattasi del primo gruppo che ho visto in vita mia all’interno di un piccolo club, che poi sono anche le mie situazioni concertistiche preferite. All’epoca erano di spalla agli Handful Of Hate al Siddharta di Prato, probabilmente era il 1999 ed erano dei perfetti debuttanti. Noto subito che hanno cambiato un bel po’ di gente, e si avverte anche un netto contrasto tra le vecchie composizioni e quelle più attuali. Adesso ci sono le dissonanze ed il piglio è diventato più atmosferico, con brani dilatati e un pelino meno concisi.

Sono sempre stati bollati come un gruppo di death metal tecnico; la realtà è che giravano dalle parti dei primissimi Dark Tranquillity accentuandone la complessità: vago retrogusto black metal nelle linee melodiche, moltissimo spazio alla melodia a contorno di una marea di cambi di tempo. Non erano davvero simili al gruppo di Mikael Stanne, era il concetto di base ad essere il solito. I brani più vecchi sono quelli che funzionano tuttora meglio dal vivo. Il cantante non sta mai fermo e riesce a prendere in mano la scena in una superficie di pochi metri quadri ma credo che il disco sia la dimensione ideale per i Coram Lethe di oggi e che, in scaletta con Razgate ed Assassin, risultassero tutto sommato un po’ fuori contesto. Nel frattempo Frank Blackfire si è per fortuna cambiato: Adidas bianche, pantalone nero; io, lacrime a volontà.

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Gli attuali ASSASSIN non sono proprio gli Assassin: manca una serie di pezzi da novanta tra cui Robert Gonnella. C’è pur sempre Jurgen Scholz ma della line-up di Interstellar Experience, il mio album preferito dei tedeschi, non c’è anima viva.

La loro non è una reunion che mi ha appassionato molto. Tra i loro ultimi album, Breaking The Silence non mi era affatto dispiaciuto e l’ultimo dovrei risentirlo meglio. Dal vivo sono comunque delle belve e la loro dimensione è proprio un palco bassissimo, come quello del Circus, con la gente alla minore distanza possibile. Hanno questo tizio al basso, Joachim, che al posto della tracolla tiene una catena e inizia a tirare gente sul palco, farla cantare, e poi ecco che finisce lui stesso a suonare in mezzo a tutti. Chiacchiera col pubblico il triplo di quanto non faccia il cantante, Ingo Bajonczak, una sorta di manzo da assalto che paradossalmente si troverà maggiormente a proprio agio nell’interpretare le cose di The Upcoming Terror, che quelle recenti. I cantanti thrash metal devono ritrovare quel necessario bilanciamento tra melodia e aggressività che Chuck Billy ha buttato frettolosamente ai maiali da Low in poi, portandosi tutti quanti dietro. Ingo è fra questi, ma come frontman si difende benissimo.

Non li ho visti fino all’ultimissimo brano. Le mie condizioni erano tali che quando Frank Blackfire è arrivato sul palco teneva in mano una cassa spia e al suo posto ho visto un oggetto che mi sembrava una cassetta di munizioni. Bello show davvero, a conclusione di una stagione indimenticabile e che deve ancora sparare le ultimissime cartucce. Ci rivediamo presto, per i Coven. (Marco Belardi)

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  1. vito permalink
    7 luglio 2019 12:34

    Bella Ma ! Grande invidia io ormai ho smesso di “devastarmi” ai concerti perché ho Già dato ! In quei pochi che riesco a vedermi sono di una sobrietà imbarazzante !

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