Lo speciale sul techno-thrash tedesco del quale avevate bisogno

Il 1986 fissò una sorta di standard in svariate parti del globo, e oggi vi scriverò di quel che accadde in Germania. Sul finire dell’anno fu pubblicato Pleasure to Kill, uno dei dieci album della vita, e di sicuro il disco thrash metal più incisivo che sia mai uscito entro i confini crucchi. Pleasure to Kill fissò lo standard tedesco mentre nel frattempo si stabiliva dove l’intero movimento sarebbe potuto arrivare, specie per mezzo degli stranieri Master of Puppets e Reign in Blood, e da dove avrebbe potuto pensare di ripartire. D’altro canto Pleasure to Kill non ispirò in via diretta molti fra i connazionali che avrebbero debuttato in seguito. Il passo successivo fu infatti costituito dall’irruzione del techno-thrash, un filone a dir poco meraviglioso ma che allo stesso tempo contribuì involontariamente ad ammazzare tutto quanto, incapace com’era di tener botta alle avversità che il mercato gli avrebbe imposto. Niente lieto fine: alla fine dell’epoca d’oro del thrash metal le difese immunitarie non si chiamavano più Pleasure to Kill, ma ci sarebbe stata, in loro sostituzione, un sacco di musica di cui sostanzialmente non fregava più niente a nessuno.

Anni prima della disgrazia collettiva, mentre a una delle più belle scalette di sempre si perdonava l’aver fatto cantare al batterista Jurgen Reil la metà dei brani, un giovane Mille Petrozza andava suggerendo a Noise Records di mettere sotto contratto i connazionali Deathrow. La Noise si presentava come un’etichetta a dir poco deliziosa, che volgeva il suo sguardo ovunque e al contempo ostentava un’innata capacità di far sgorgare thrash metal un po’ dove cazzo le pareva: in Inghilterra con i D.A.M., più a nord con gli svedesi Midas Touch, o nella vicina Francia coi devastanti Agressor di Neverending Destiny. In Germania fu pressoché il caos. Go and Live, Stay and Die e il successivo Brain Damage furono l’accoppiata d’ingresso – e di uscita – per i connazionali Vendetta, e nel frattempo i Deathrow si segnalarono per altrettante pubblicazioni in perfetto stile classico. Ma toccò a tutti superare il 1986, in una maniera o in un’altra: fu l’occasione, probabilmente l’ultima, per distinguersi dai predecessori e aggiungere altro ai cosiddetti standard che erano stati appena stabiliti.

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Deathrow

La maturazione tecnica dei singoli musicisti fece sì che una significativa fetta di thrasher iniziasse a ricercare e sperimentare. Per chi come i Paradox aggiunse a una base costituita principalmente dai Metallica il power metal, ottenendo con ciò l’ottimo Heresy, vi erano altri, come Accuser, Assorted Heap o Protector, che optarono per una ricetta sfacciatamente violenta. Addirittura estrema, se si esamina il caso dei quasi sconosciuti Poison o dei Desaster. Innumerevoli nomi minori crebbero, come i Grinder di Stefan Arnold, lo stesso dei Grave Digger, e pure da quelle parti si scelse di pestare a oltranza. In fin dei conti, la triade composta da Sodom, Kreator e Destruction in patria la faceva ancora da padrona, e avrebbe tenuto magnificamente botta per tutta la restante porzione di decennio. Ma non stavano crescendo bene soltanto i Deathrow, nel definire il cosiddetto techno thrash. Non furono neanche i primi, per l’esattezza. Nel 1987 scoppiarono i primi botti: l’inizio dell’omonimo Mekong Delta, intendo i primi secondi assoluti di materiale, era una roba da lasciare chiunque a bocca aperta. Mi sono innamorato dei Mekong Delta proprio ascoltando il loro primo album, che non è neanche il migliore della discografia – questo per merito di titoli maggiori come The Music of Erich Zann – la quale ci avrebbe fatto piangere i continui cambi di line-up avvenuti a fianco del bassista Ralph Hubert, a partire dagli anni di The Principle of Doubt. I Mekong Delta erano una band immensa, oltre che estremamente prolifica almeno per quel che concerne il suo primo periodo vitale: che fosse merito di Wolfgang Borgmann oppure del periodo storico favorevole, fattostà che i Mekong Delta colsero l’attimo e – in patria – lo fecero per primi.

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Ralph Hubert

La cosa si espanse a macchia d’olio, ma inizialmente accadde in maniera piuttosto controllata. Nel 1988 uscì appunto Deception Ignored, il miglior disco dei Deathrow. Non me ne vogliano i primi due album, ma Deception Ignored fu di un altro livello, oltre a rivelarsi del tutto necessario a comprendere il techno-thrash proprio a causa della sua netta divergenza dalle precedenti pubblicazioni. I Deathrow non sono un gruppo che nasce tale, cosa che potremmo affermare nel caso dei Mekong Delta o degli americani Watchtower di Jason McMaster, di Alan Tecchio, o se preferite di quel matto di Jarzombek. Sono un gruppo che affrontò un processo, lo stesso che ha portato i Dark Angel, da tutt’altra parte del mondo, a raggiungere il sublime livello di Time Does Not Heal. La differenza è che, se nel caso della band di Gene Hoglan potremmo preferire Darkness Descends al più noto e postumo capolavoro – ed io personalmente lo preferisco – nel caso dei Deathrow di Deception Ignored ho sempre affermato che finalmente, per mezzo di esso, i Deathrow erano diventati i Deathrow. Non un capolavoro di impareggiabile livello compositivo, ma un titolo che in materia di thrash metal tedesco sentiamo nominare troppe poche volte, al costo, poi, di sorbirci tutto quello che Schmier e Sifringer si sono sentiti in dovere d’incidere a reunion avvenuta. In contemporanea, chi si sarebbe mantenuto ancorato a generalità più classiche acquisì una maturità compositiva che non avremmo potuto non accostare alla contemporanea esplosione del techno-thrash nazionale: agli Assassin, ai Living Death e perfino agli Holy Moses di The New Machine of Liechtenstein toccò fare vistosi passi in avanti nel curare e nel perfezionare le proprie composizioni.

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I Sieges Even al tempo di Uneven

Come terzi in questa lista metto i Sieges Even, ovvero un valido motivo per riaprire gli ospedali psichiatrici. Se vi piacciono i Watchtower non potete perdervi per nessuna ragione al mondo Life Cycle dei Sieges Even, che poi altro non era che la band dei due Holzwarth, Oliver ed Alex. Se rifletto su dove sarebbero finiti quei due tizi in seguito, mi piange e in contemporanea mi esplode il cuore. Il techno-thrash di Life Cycle era contemporaneo a quello di And Justice for All, ma diametralmente opposto per come fu pensato. I Metallica cedettero all’urgenza di dare un’impronta maggiormente heavy metal, oltre che sempre più oscura, alle proprie composizioni. Curando più che poterono gli arrangiamenti e complicando la struttura dei pezzi, ottennero per risultato l’album del 1988. Agli antipodi troviamo Life Cycle, che è contaminazione pura, per quanto la sua base consista pur sempre nel thrash metal. A differenza dei Mekong Delta, che partirono con un maggior senso del pudore per poi finire col tributare la musica classica, i Sieges Even ebbero lo stesso coraggio iniziale che in precedenza fu attribuito ai Watchtower. Apocalyptic Disposition l’autentico capolavoro dell’album, a dimostrazione di come il techno-thrash fosse perfettamente in grado di sprigionare energia ed aggressività in quantità indipendenti dalla tecnica. Quello che è accaduto ai Sieges Even a partire dal successivo Steps semplicemente non l’ho mai approvato, e nel loro fuoco di paglia avrei individuato uno spreco di talento in proporzioni raramente osservabili in giro.

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Depressive Age, momentaneamente D-Age in seguito allo storico scioglimento

Il filone intero intorno al 1991 era pressoché morto. Prendete per buoni gli americani Anacrusis di Manic Impression, poiché lo erano, e anche tanto. Oppure prendete per buoni gli Psychotic Waltz del loro primissimo A Social Grace, che se thrash metal non era, ci faceva comunque un giro completo tutto attorno, addentrandosi più e più volte. Ma tutto quanto si trovava agli sgoccioli. Ciò non rese il techno-thrash irrecuperabile: rese irrecuperabile l’intero genere. Il mercato spingeva tutti quanti a suonare la musica più lenta, massiccia e semplice possibile, motivo per il quale delle raffinatezze e degli arzigogoli proposti dai Mekong Delta non fu possibile salvare molto. Al contrario, etichette come Noise continuarono a seguire il metal tradizionale dei Conception e dei Running Wild, pur non disdegnando curiose sperimentazioni come ne vennero in mente ai Kreator di Renewal. Ma chi intendeva muoversi nel terreno accidentato del thrash metal d’ora in poi doveva farlo sulle sue stesse gambe, al costo di proporre una ricetta scontata e inflazionata come quella degli Archaic Torse (Tapping the Vein era contemporaneo, e sinceramente bastava e avanzava). Restiamo in Germania, dunque. Gli ottimi Depressive Age, ad esempio, finirono col debuttare negli anni dei primi grossi problemi esistenziali: e ora che si fa per mantenere un contratto discografico? Nacque qualche gruppo interessante, ma fatta eccezione per questi ultimi, dei quali vi raccomando di recuperare i primi tre album in successione, nessuno che fosse così degno di perderci mezzo pomeriggio.

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Mekong Delta

I Subcutane portarono avanti il discorso avviato dai Paradox, puntando ancor più sulla qualità e varietà degli arrangiamenti: era il 1995, e il loro Welcome to Our World ricevette discreti consensi sebbene una certa mancanza di mordente, a partire dalle linee vocali, avrebbe limitato oltremisura il ciclo vitale dei suoi autori. Due anni più tardi si rivide timidamente del techno-thrash in Germania, stravolto, contaminato da cose che non funzionarono come invece era accaduto in Svizzera con Gurd e Coroner. Erano i Mind-Ashes di The Views Obscured, che pendeva sensibilmente dalle parti dei Nevermore di The Politics Of Ecstasy, anche se con un rullante inverosimilmente più brutto di quello percosso da Van Williams. In contemporanea uscirono pure gli Shit For Brains, una sorta di crossover tra i primi Grip Inc. e soluzioni più accostabili al techno-thrash. Tutti questi gruppi proposero un qualcosa di estremamente differente da ciò che avevamo osservato in partenza, ossia Energetic Disassembly e poco più tardi i Mekong Delta dell’omonimo. Quello in cui credo, e in cui un po’ spero, è che tutto prima o poi ritorna. Avete presente il death metal tecnico? Ne incontriamo poco che davvero assomigli a quello del 1991, ed oggi, pur in forma inedita, è ritornato in auge. Abbiamo sugli scaffali quantità infinite di thrash metal moderno, dai Power Trip passando per coloro che, come gli Angelus Apatrida, inseguono con successo soluzioni ben più attuali. Il techno-thrash, in Germania così come fuori dai suoi confini, non ha ancora individuato abbastanza personalità in grado di succedere a chi ho nominato in questo articolo ed ai più fortunati colleghi americani, ed io lo aspetto, perché tanto prima o poi sarà il suo turno. Specialmente se passa la sbronza a David DiSanto. (Marco Belardi)

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