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Buona la prima: MORTAL SCEPTER – Where Light Suffocates

7 febbraio 2019


I Mortal Scepter sono francesi, o almeno lo sono per una decina di chilometri. Dietro le loro case incombe il Belgio, poco più a nord le acque dello stretto di Dover. E fanno un chiasso della Madonna.

Quando parlo di un disco di debutto sono generalmente molto cauto, perché non sempre descriverà la reale essenza di un gruppo. Ne accennai in un articolo che trattava i Destruction di mezzo, soffermandomi sul fatto che le abilità dei singoli musicisti aumenteranno man mano che si prosegue il percorso all’interno della formazione: questo è il primo dei motivi che hanno cancellato il modo di suonare dei compositori di Kill’em All o Show No Mercy, qualcuno dirà Lars Ulrich escluso, portando le rispettive band da tutt’altra parte. Sebbene oggi le cose siano messe diversamente, soprattutto da un punto di vista strettamente produttivo, tirando in ballo i Mortal Scepter è necessario utilizzare lo stesso piglio che serviva per scrivere qualche riga su una band esordiente degli anni Ottanta centrali. Il primo album che usciva tutto da limare e con le chitarre propense ad uno speed metal ridotto ai minimi termini, i suoni che andavano man mano definendosi grazie al tiro aggiustato nel successivo lavoro; dopodiché, nella maggior parte dei casi, il gruppo arrivava a destinazione oppure iniziava ad essere troppo tardi per rimanere aggrappato al cosiddetto “carrozzone”. Ma i primi album di tanta gente nata in quell’epoca fecero capitolo a parte. Il debutto dei Mortal Scepter non è indicativo in tal senso, a meno che la band francese non abbia intenzione di giocarsela sul terreno del revivalismo spinto per il resto della sua storia discografica: e questo – ovvero se sceglieranno o meno di seguire le orme ai limiti dell’omaggio al passato, tipico di Dekapitator o Nocturnal Breed – lo scopriremo appena rientreranno in studio per registrare qualcos’altro. 

Where Light Suffocates, nel frattempo, è tutto quello di cui disponiamo per valutarli oltre a un EP uscito pochi anni fa. Non abbiamo molto per appassionarci alla loro musica o mantenere un atteggiamento di diffidenza verso questo nuovo moniker, col timore che qualcosa possa non funzionare in seguito. Ma per il momento le idee sembrano essere chiare e attingono dai Destruction che ho menzionato sopra, in particolar modo quelli non oltre Eternal Devastation, al pari di Coroner di R.I.P. e Punishment For Decadence. È buffo, perché se penso a quanto il suddetto Paese abbia dato all’interno del genere intero non mi viene molto in mente: c’erano i Loudblast ma vertevano pericolosamente dalle parti del death metal, così come i pesantissimi Massacra e gli Agressor. Non è il tipo di musica estrema a cui guardano i Mortal Scepter, non vi troverete partiture che rimandano appunto al death metal delle prime ondate, escluso forse qualcosa in Swallow Your Tongue. Ci sono quelle belle cose che venivano definite proto-black, piuttosto, e un inchino al genere esploso in Scandinavia è palesato all’interno di un brano come The Carpathian Castle, titolo a parte.

I suoni sono riconducibili ad un qualcosa uscito a cavallo fra gli Ottanta ed il decennio successivo, quelle pubblicazioni che – se andava bene – avevano un’impostazione come The Key dei Nocturnus: sporca, ma nella maniera più giusta possibile. La batteria invece è messa piuttosto male, nel senso che Guillaume Brognard se la cava benino ma pecca di inesperienza in alcuni passaggi un po’ pretenziosi. Accade soprattutto nella title-track, dunque è possibile accorgersene fin dalle prime battute. E poi c’è il mixaggio che proprio non lo aiuta, facendo finire il tutto a metà fra quel black metal in cui la cassa domina sul rullante per tradizione, e la cacofonia cadenzata che mi travolge quando guido sui giunti longitudinali del Ponte all’Indiano oltre i cinquanta chilometri orari. È solo quando rallenta o non riempie troppo con la cassa, che effettivamente tutto inizia a tornare limpido e sensato. Ma parliamoci chiaro: quanti album degli Ottanta con un suono di batteria così azzardato abbiamo adorato e riascoltato a oltranza? Non la scambierei di certo con quelle attuali, specialmente per un discorso di contesto.

Piuttosto mi aspettavo un calo dai brani di Where Light Suffocates, superata la quarta o la quinta traccia, il che non sussiste affatto. Perish With The Flesh tenta un collegamento con il Tom Araya degli esordi sparando le linee vocali a velocità folli, il che è piacevole soprattutto quando la canzone, arrivata al break centrale, ne modifica di colpo il registro. L’album cresce in qualità e pesantezza in Murder The DawnSpear And Fang, quest’ultima dominata da una sezione solista azzeccata e dai soliti – e vaghi – rimandi al black metal. La sua parte finale è semplicemente da urlo, una roba da godersi in silenzio e senza aggiungere altro. In sua conclusione c’è pure una suite capace di tenere incollati per tutta la sua durata, il che rende il lavoro pressoché inattaccabile, poiché il minutaggio complessivo non andrà molto oltre al quarantesimo minuto. Ma dove potrebbero andare a parare adesso? Nell’album ci sono sporadici rimandi al techno-thrash. Non sono mai dominanti, ma il segno è che il genere piace ai quattro francesi un po’ nella sua interezza, e chissà se vorranno esplorarlo maggiormente. Sono tuttavia certo che non si metteranno mai a fare il verso agli Anacrusis o ai Sieges Even, ecco. Bravi, anzi molto bravi, e da aspettare al varco delle pubblicazioni future; perché la speranza è che il bello debba ancora vedere la stessa luce, che un titolo come questo agogna di far scomparire nel buio più pesto.

È estremamente piacevole riuscire ad apprezzare così tanto il primo lavoro a lungo minutaggio di un gruppo, mi era capitato un anno e mezzo fa con i Dvne di Asheran e la storia si ripete oggi in tutt’altri ambiti. Bene così. (Marco Belardi)

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