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Music to light your joints to #20 – Il toscano ti da’ una mano

20 novembre 2017

Nel ghiotto menù di oggi, dei giovincelli scozzesi che ci propongono qualcosa che ormai suonano praticamente tutti; bifolchi americani in ritardo con gli Orange Goblin di quasi vent’anni; ed infine una delle migliori band italiane, il nostro vanto: gli Ufomammut.

Dvne – Asheran (Scozia, Wasted State Records)

652410.jpgLa storia di come ho conosciuto i Dvne trascende ogni merito personale: al termine di un video su YouTube, è automaticamente partito quello successivo ed era il qui presente album. Ammetto che non li conoscevo, nonostante i debuttanti scozzesi avessero già prodotto un EP di due tracce nel 2014 che, ripreso in seguito, già prometteva molto bene. Credo di poter affermare che si tratti di uno degli album che più mi hanno colpito quest’anno, anche se sostanzialmente non dicono niente di nuovo: Mastodon, Neurosis, Tool, Opeth, con suoni grassi da morire e una palpabilissima base hardcore, oltre ad una discreta tecnica di base e minuziosa cura degli arrangiamenti. Ruffiani, atmosferici e veloci in Thirst, solidi e massicci per circa un’ora di disco che non annoia mai. In poche parole hanno – nonostante la proposta sia piuttosto derivativa – personalità da vendere e un piglio tutt’altro che da novellini. Concedetegli una possibilità, ne vale veramente la pena. Questi forse finiscono nella poll di fine anno, a patto che tolgano quella tremenda V dal moniker, giusto per fare incazzare Lynch… 

Mothership – High Strangeness (USA, Ripple Music)

Led Zeppelin? Non esattamente, anche se loro c’entrano sempre, e quindi pure qui. Texani, attivi da più di un lustro ma a mio avviso destinati a non consacrarsi, nonostante un imminente tour europeo di cui, solo nella spesso bistrattata Italia, saranno previste ben quattro date. La proposta dei Mothership mi ha ricordato un bel po’ gli Orange Goblin dei tempi di Time Travelling Blues, per l’approccio in-one-take della batteria e i ritmi più incalzanti rispetto agli standard dello stoner rock. In realtà si presentano con una serie di effetti che vorrebbero richiamare alla memoria la psichedelia di Blue Cheer e Hawkwind, per poi fare un disco di tutt’altro stampo. Decisamente corposo rispetto a quello di matrice più hard rock del 2013, trova in Crown Of Lies la sua unica vera hit e sbatte forte la testa nella mancanza di grinta e personalità del cantante della band. Quando accelerano e inglobano un po’ di metal nel sound, finiscono pure dalle parti dei Cathedral di metà carriera… Non una brutta release, ma, per citare gli Overkill, Nothing To Die For…

Ufomammut – 8 (Italia, Neurot Recordings)

Ho conosciuto gli Ufomammut nei primi anni duemila, quando ricevetti un promo dalla The Music Cartel per una recensione. A quei tempi ero andato parecchio sotto con le cose degli Sleep, e quindi Snailking mi distrusse. Successivamente pensavo avessero raggiunto l’apice con Idolum ed EveEcate -che ho avuto modo di ascoltare solo di recente- mi ha fatto ancora più sobbalzare sulla sedia. Insomma, è difficile prendere una chiara posizione quando si parla di una delle band italiane più di nicchia, ma anche più in forma degli ultimi quindici anni. Zodiac, con le sue atmosfere orrorifiche, dovrebbe rappresentare il punto di partenza per un discorso futuro poiché è lì -in 8– che i doomster piemontesi fanno centro superando di nuovo sé stessi. Per non parlare del bombardamento stoner di Prismaze. La batteria sembra nascosta da qualche parte, ovattata e sovrastata dal ronzio delle corde e dagli effetti, ed inizialmente è l’aspetto più fastidioso del disco – ma proseguendo con gli ascolti trova una sua logica anche quello. Album ferale e ispirato di un terzetto che sembra non volersi assolutamente fermare. (Marco Belardi)

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