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La sorpresa dell’estate: DESTRUCTION – Born to Perish

18 agosto 2019

Se c’era un album verso il quale la mia speranza, o se preferite fiducia, rasentava lo zero assoluto, era questo dei Destruction. Poche loro uscite mi hanno davvero entusiasmato: sono certamente affezionato a Infernal Overkill anche perché è lì che si trova la mia canzone preferita del gruppo di Schmier e Sifringer, Death Trap, ed ho una particolare predilezione per Release from Agony a cui dedicai perfino un articolo perché probabilmente non avevo tutto questo granché da fare. Mio malgrado non li ho mai osannati neanche dopo che la Nuclear Blast ebbe trovato il modo di rimetterli in pista alla stregua del gattino raccattato da un cassonetto, perché esattamente di quello si trattava ai tempi di The Least Successful Human Cannonball. Per farla breve, apprezzo i primi tre con una particolare predilezione per The Antichrist, dopodiché è come se avessi deciso di mollarli, anche se, per qualche motivo, ho sempre trovato affascinante il tiratissimo Spiritual Genocide. Ma a volte a certi gruppi serve una scossa, e in quel senso loro ed i Sodom hanno optato per una decisione similare.

Nei Destruction è sostanzialmente cambiato questo: ritorno improvviso alla formazione a quattro tipica dei tempi con Harry Wilkens alla seconda chitarra, ovvero Release From Agony, e un veterano assoluto della batteria a completare la line-up. Quest’ultimo è Randy Black, già con gli Annihilator e quindi traumatizzato a vita perché dopo Jeff Waters avrà a che fare con altri tizi che fanno partire una bambola pazzesca per ogni cazzata che succede nel raggio di cento chilometri. Auguri, Randy. In compenso l’album è davvero gradevole, e non ci avrei mai sperato. Parto da cosa funziona di meno: la produzione più asciutta di Under Attack gliela preferivo in tutto e per tutto, e Randy Black, purtroppo, pur essendo dotato di ottima tecnica esecutiva, è uno di quei batteristi che proprio non mi appassionano. È una macchina, una sorta di drum machine umana un po’ come l’ottimo Tom Hunting degli Exodus. Ha una perizia esecutiva che dà quasi noia, e io preferisco i creativi, quelli che in alcuni frangenti abusano di qualche passaggio sui rulli. Adoro Greg Hall ad esempio, e non voglio mettermi a fare la lista proprio oggi.

Born to Perish è un album sostanzialmente pesante, ma in contemporanea meno selvaggio ed estremo di uno Spiritual Genocide. È più vario rispetto a quest’ultimo, sebbene l’ottima triade iniziale non lo lasci affatto intendere. Le chitarre in coppia funzionano proprio perché corrono su due binari paralleli, e non si tratta di una di quelle situazioni necessarie solamente a livello scenico: Damie Eskic non è Mike Sifringer, e quest’ultimo gli ha lasciato la necessaria libertà negli arrangiamenti, affinché potesse esprimersi.

L’album inizia a sorprendere solamente con Rotten: di colpo cambiano i ritmi ed emerge un’anima ottantiana particolarmente tamarra che si distacca dalla volontà di suonare un thrash metal tirato ed a testa bassa. Il pezzo funziona, così come la successiva Filthy Wealth che pur girando dalle parti dei Motorhead offre un favoloso break centrale. L’unico momento in cui ho rischiato il malore è stato in coincidenza con Butchered For Life poiché Schmier la inizia cantandola un po’ alla Steve Sylvester: i Destruction la buttano sull’atmosferico, ne fuoriesce un troiaio di proporzioni immani. Gli altri titoli interessanti sono We Breed Evil, con qualche pattern un po’ scippato da Skeleton Christ degli Slayer, e la successiva Fatal Flight 17. Niente di trascendentale in conclusione, e comunque un significativo passo in avanti rispetto ad Under Attack, ma, se i Destruction si manterranno su questi standard senza rovinare tutto come da consuetudine, andrà benissimo così. (Marco Belardi)

 

2 commenti leave one →
  1. weareblind permalink
    19 agosto 2019 08:49

    Questo album fa cagare. Maledetti bevitori di succo d’arancia.

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  2. 19 agosto 2019 14:46

    Non mi è sembrato granché, come disco, ma c’è da dire che non ho ancora ascoltato il nuovo dei Sacred Reich. Boh, è bello sapere che ci sono ancora, gli uni come gli altri, ma di un disco nuovo non si sentiva un particolare bisogno, credo.

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