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BLACK WINTER FEST XII @Campus Industry, Parma 30.11.2019

2 dicembre 2019

Terza edizione di fila del Black Winter Fest per il vostro affezionatissimo: dopo i Satanic Warmaster al Colony di Brescia nel 2017 e i Marduk al Campus Industry di Parma nel 2018, quest’anno insieme all’inclito Lorenzo ritorno nella location parmigiana per la calata italiana di Tom Warrior e i suoi Triumph of Death insieme a un bel pacchetto di gruppi interessanti. Partiamo da Milano intorno alle 15.30 e arriviamo in tempo per la fine dell’esibizione dei bergamaschi IMAGO MORTIS che stanno sventrando il locale a forza di blastbeat: accusiamo subito la botta, anche se loro verso la fine del concerto scivolano in ritmi più sincopati. Guardandoci attorno vediamo che il posto è già mezzo pieno e la gente pare gradire.

È dunque l’ora dei SELVANS, gruppo che qui su Metal Skunk abbiamo sempre seguito con molta attenzione, nonché uno dei motivi per cui siamo partiti così presto da Milano. Loro (o lui, come preferite) non tradiscono le aspettative, pur se se dal vivo il lato più atmosferico viene giocoforza penalizzato, anche a causa del suono un po’ confusionario del pomeriggio, che però migliorerà sensibilmente dopo. Ad ogni modo gli abruzzesi mi paiono già assai maturi e degni di essere considerati dei validi portabandiera del metal tricolore: personali, sinceri, evocativi, in grado di rendere bene lo spirito della propria terra in musica.

Non conoscevo i LUCIFER’S CHILD, che sono rapidamente diventati il mio gruppo preferito del mese in corso. Loro sono greci, come gli artefici del successo de Gli Occhi del Cuore, e in certi momenti suonano esattamente come i Rotting Christ. E in effetti alla chitarra c’è proprio George Emmanuel, già al servizio dei fratelli Tolis, mentre al basso c’è un altro nome noto della scena, Stathis Ridis dei Nightfall. La cosa più importante è che prendono benissimo: coinvolgenti ed enfatici, riescono a catturare l’attenzione del pubblico grazie a un’ottima presenza scenica e ai molti midtempo perfetti dal vivo. Menzione a parte per il cantante, Marios Dupont, un sosia di Robb Flynn che ha un’attitudine quasi più da cantante thrash che black metal: ringraziamenti in italiano maccheronico (mille gracias! rimarrà iconico), tentativi di coinvolgere l’udienza e contatto con le prime file per stringere mani e dare pacche sulle spalle. Un tizio alla fine gli va vicino, gli prende la testa tra le mani, gli accarezza i capelli zuppi di sudore e poi si passa le mani sulla propria faccia. Una roba tipo quelli che si fanno la foto mentre leccano dove si è seduta Diletta Leotta, però col cantante dei Lucifer’s Child.

 

In effetti la pletora di soggettoni da circo è molto nutrita, caratteristica fondante di ogni evento imperniato sul black metal. Non mi dilungherò in descrizioni approfondite per ovvi motivi, ma penso possiate immaginare. Comunque arriva il turno dei MORK, gruppo norvegese autore di quattro album e che negli anni ha raggranellato un discreto seguito. Di cui non faccio parte io, purtroppo: la band di Thomas Eriksen mi pare un po’ moscetta e così, dopo la prima parte dell’esibizione, mi incolonno per un panino al chioschetto fuori dal locale. Io peraltro pensavo che il nome venisse dal lupo nero de La Storia Infinita, ma il solerte maresciallo Diaz mi corregge perché, effettivamente, quello si chiamava Gmork. E vabbè.

I KAMPFAR sono il gruppo che più mi interessa vedere, perché non li ho mai incrociati. Io poi sono a loro particolarmente legato perché Mellom Skogkledde Aaser è stato il primo disco black metal che abbia mai ascoltato in vita mia, appena uscì. Il vecchio Dolk ripaga la mia più che ventennale attesa con un concerto superlativo da tutti i punti di vista, il migliore dell’intero festival. In molti aspetti la sua presenza scenica ricorda Hoest, anche se quest’ultimo ha un’attitudine più hardcore e meno teatrale; a tal proposito ancora non sono riuscito a capire il senso dei suoi guanti neri che coprivano tutto l’avambraccio, mentre lui era a torso nudo, peraltro. Lorenzo lo definisce un vichingo kinky, e dunque vikinky sarà il suo soprannome da qui all’eternità. Mi è dispiaciuto solo non sentire pezzi dal debutto, a parte un intermezzo qui usato come intro del concerto, ma così va la vita. Quantomeno non hanno mai fatto un disco brutto, quindi la scelta dei pezzi è godibile lo stesso.

Non sono mai stato un fan dei 1349. Ricordo che nel 2003 non si parlava d’altro: il nuovo gruppo di Frost che avrebbe riportato il batterista al black metal puro senza le puttanate degli ultimi Satyricon, e sarà sicuramente una gran figata, promettevano tutti. Poi uscì Liberation e boh. Per carità, non hanno nulla che non vada: tutto è al proprio posto, loro sono bravi musicisti, i pezzi sono ben strutturati, c’è la ferocia, l’atmosfera, tutto quanto. Ma manca la scintilla. E così, almeno per quanto mi riguarda, sono rimasti un gruppo di seconda fascia, uno di quelli per cui, sinceramente, non pagherei il biglietto. Comunque nulla da dire sul loro concerto: fanno il loro dovere con perizia, professionalità e danno ai fan esattamente ciò che questi ultimi si aspettano.

Cambiamo totalmente registro con i TRIUMPH OF DEATH, che io continuo a chiamare Hellhammer anche se mi rendo conto sia una mancanza di rispetto per Martin Ain, quantomeno. Li avevo già visti al Wacken, dove si sono resi protagonisti di uno dei migliori concerti dell’intero festival. Qui giocano in casa, perché Algol (batterista qui e bassista nei Forgotten Tomb) viene da queste zone ed è uno degli organizzatori della manifestazione. Potrei ricalcare gli stessi concetti che ho usato ad agosto: mitologia, magia, sospensione dell’incredulità, e così via. Del resto non si scherza manco per il cazzo: gli Hellhammer/Celtic Frost sono uno dei, boh, cinque gruppi metal più influenti di sempre. La scena estrema senza Tom Warrior non esisterebbe, o quantomeno sarebbe molto ma molto diversa, così come sarebbe diversa se non fossero mai esistiti gli Slayer, per dire.
Un’ora di musica tiratissima, con pochissime pause, a tirare giù i muri con quei riff immortali che siamo abituati a sentire con registrazione da scantinato. Non sono ovviamente gli Hellhammer nel vero senso della parola, né il Tom Warrior di adesso ha alcunché a che vedere con quello di metà anni Ottanta, però vederli in questo tour è una tappa formativa fondamentale.

Finisce tutto in orario, senza sbavature: è l’1.30 ed è tutto finito. Riesco a salutare Simone, glorioso lettore di lunga data che ha resistito tutto il festival attaccato alla transenna, ed è tempo di tornare. (barg)

Il saluto finale degli Hellhammer, foto del suddetto Simone. È sfocata, ma la mettiamo lo stesso perché testimonia come il prode lettore sia riuscito a stare per un numero spropositato di ore attaccato alla transenna, gloria a lui

 

2 commenti leave one →
  1. Cattivone permalink
    3 dicembre 2019 06:59

    I Kampfar non deludono mai.

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  2. Lorenzo (l'altro) permalink
    3 dicembre 2019 11:30

    Come non accennare al fatto che Dolk si è rivolto al pubblico ogni venti secondi con un “ITALIAAAUUUOOOAAAA!!!!” degno di Milva. Una vera Diva. Una vera Jessica Rabbit.

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