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BLACK WINTER FEST XI @Campus Industry, Parma 01.12.2018

3 dicembre 2018


Neanche quest’anno potevamo esimerci dal presenziare al Black Winter Fest, giunto all’undicesima edizione con una scaletta davvero pazzesca che ci costringe a presentarci al Campus Industry prestissimo in modo tale da non perderci nulla o quasi. Arriviamo infatti proprio mentre gli AFRAID OF DESTINY stanno suonando di fronte a qualche dozzina di persone: sono le 15 e qualcosa, in teoria avrebbero già dovuto finire ma, fortunatamente, quella decina di minuti di ritardo sulla scaletta ci permette di goderci un paio di pezzi della promettentissima band veneta, il cui depressive black metal è da tenere assolutamente d’occhio, come immagino confermeranno anche i membri delle glorie locali (e non solo) Forgotten Tomb che già girano per la sala.

Noi abbiamo parecchia curiosità per gli SCUORN, il cui debutto Parthenope è stato votato come disco dell’anno 2017 dai tizi di Metal Skunk (insieme ai Manilla Road) e che personalmente non ero mai riuscito a vedere, dato che quando vennero a Roma insieme ai Rotting Christ arrivai in colpevole ritardo. Stavolta però ci piazziamo strategicamente nelle prime file e ci godiamo lo spettacolo, incentrato sui pezzi più d’impatto del loro finora unico album. I volumi sono decisamente troppo alti, e ad ogni colpo di grancassa mi sembra che qualcuno mi dia un colpetto sul gargarozzo, ma era più di un anno che volevo vedere Giulian’ vestito da Pulcinella che brandisce tamburelli e triccheballacche. La band infatti riesce a rendere benissimo l’atmosfera di Parthenope, nonostante una resa sonora non eccelsa (del resto è il primo pomeriggio e i tecnici del suono devono ancora prendere bene le misure). A questo punto aspettiamo il secondo disco, con buone aspettative visto l’affiatamento live dei cinque.

Non conoscevo invece gli ATTIC, quintetto tedesco piuttosto fuori contesto in quanto unico della giornata a non suonare metal estremo. I crucchi infatti suonano un testosteronico heavy metal classico con la particolarità di un clone di King Diamond alla voce. L’idea sarebbe anche carina ma quel falsetto stridulo rovina un po’ tutto, e a peggiorare le cose il loro nome mi pianta in testa questa canzone durante tutto il concerto. Il risultato è che gli Attic non mi hanno preso, non mi è venuta voglia di approfondirli ma appena tornato a casa ho dovuto rimettere su gli Edguy. 

Ho ascoltato parecchio i SOJOURNER negli ultimi tempi, scoprendo un gradevolissimo gruppo di black metal atmosferico, e avevo quindi parecchia curiosità di vederli. Purtroppo però loro non sono riusciti a rendere dal vivo quanto di buono fatto nei due album Empires of Ash e The Shadowed Road. Tecnicamente non sono il massimo della precisione, specialmente la chitarrista, Chloe Bray, che si occupa anche della voce femminile con risultati non esaltanti, visto il vocino sottile e monotono che si ritrova. Inoltre i Souljourner non sono riusciti ad evocare le loro tipiche atmosfere rarefatte e sognanti, vicine a quelle degli ultimi Summoning, col risultato che a volte sembrava di ascoltare tutt’altro rispetto a quello sentito su disco. Peccato però. E qualcuno dica al chitarrista di tagliarsi quel ciuffo emo.

Tutto l’opposto per la prima data italiana in assoluto degli ANTIMATERIA, one man band finlandese il cui unico disco, Valo Aikojen Takaa, nell’ultimo paio d’anni ha fatto molto parlare di sé. Non condividevo certi eccessi d’entusiasmo, dato che il loro black metal cadenzato, seppure carino, non mi sembrava nulla di particolarmente eccezionale né stilisticamente innovativo. Invece dal vivo sono stati una delle sorprese della giornata. Ahma, qui coadiuvato da altri tre musicisti, riesce ad ammantare i pezzi del debutto di una marzialità glaciale, e dà corpo al concept cosmico del gruppo, grazie anche ad una resa sonora finalmente ad ottimi livelli. Purtroppo ci sono stati alcuni problemi tecnici che hanno interrotto un paio di volte il concerto, spezzando un po’ la magia – e mutilando la scaletta – ma ogni volta ci hanno messo davvero pochissimo a riportarci nei gelidi abissi delle galassie esterne. Quando ritorneranno in Italia non vorrò perdermeli per nulla al mondo.

Un altro gruppo che ho ascoltato parecchio in quest’ultimo anno sono stati i SAOR, one man band di Glasgow che in tre album ha proposto un buonissimo black metal dalla sensibilità profondamente celtica, con melodie bucoliche e un forte risalto dato al violino. La loro è stata un’esibizione splendida sotto ogni punto di vista, aiutati anche qui dalla resa sonora che, specialmente nella seconda parte, è riuscita a rendere bene le loro atmosfere sognanti. L’unica pecca però è secondo me proprio la voce di Andy Marshall, troppo gutturale e monotona per il contesto. Però per tutto il resto sono stati meravigliosi, al punto che la chiusura con Tears of a Nation credo sia stata uno dei picchi dell’intero festival.

Sfortunatamente alcune questioni personali mi obbligano ad allontanarmi dal Campus Industry e perdermi conseguentemente l’esibizione degli ACHERONTAS, la band con più esperienza tra quelle finora in scaletta, che però mi dicono aver suonato piuttosto bene. Torno quasi in tempo per gli svedesi VALKYRJA, che mi fanno pentire di essermi perso l’inizio: black metal melodico svedese novantiano, con ovvie influenze di Necrophobic e Dissection, che dal vivo sembra ancora meglio che in studio. Anche loro vanno recuperati al più presto, possibilmente da headliner.

Arriva quindi la devastante tripletta finale, che comincia in bellezza con i più devoti seguaci del Caprone della serata: gli ARCHGOAT, eroi war metal che a Parma giocano in casa, essendo la città ducale, per qualche motivo, spesso teatro di concerti di questo particolare genere. I tre finlandesi si presentano con un’espressione estremamente distaccata, come se fossero degli impiegati del catasto che ti stanno cercando un documento in qualche faldone impolverato, il che è estremamente in contrasto da un lato col loro aspetto stupramadonne, tra face painting, tatuaggi, crocioni rovesciati e pentacoli con bafometti ovunque, e dall’altro dal fatto che sono gli Archgoat, cazzo, un gruppo che ha scritto cose come Nuns, Cunts & Darkness o Sodomator of the Doomed Venus. Nonostante l’aria come di tre tizi che stiano passando di qui per caso, loro sono ovviamente trucidissimi e vomitano riff marcissimi su un Campus Industry strapieno, deliziato dalla voce a sturalavandini dell’ottimo Lord Angelslayer, uno che potrebbe fare il pifferaio di Hamelin dei caproni semplicemente fischiettando. Il pubblico apprezza moltissimo e fa partire i cori con le bestemmie e gli screaming a caso nei momenti di silenzio, mostrando empatia con lo spirito della band. Menzione d’onore a chi ha guardato l’intero concerto con l’occhiale war metal.

Non mi sono mai piaciuti gli TSJUDER, neanche quando quindici anni fa cercavano di vendermeli come grandissimo gruppo underground che avrebbe raccolto la nera torcia dello spirito dei ghiacci del Nord. Mi hanno sempre annoiato e ritrovarmeli alle undici e mezza di sera, dopo una giornata in piedi a sentire black metal a volumi francamente troppo alti, mi spezza un po’ l’entusiasmo. Loro sembrano anche presi bene, e il pubblico pare apprezzare moltissimo, ma l’ultima cosa che vorrei in questo momento è un’ora di questo black’n’roll cazzeggione da cui non posso neanche scappare, dato che fuori ci sono zero gradi e dentro non c’è alcun posto a sedere. Loro peraltro sul palco ci sanno stare benissimo, e probabilmente in un altro contesto mi sarebbero anche potuti piacere di più, ma è davvero troppo tardi per queste raffinatezze, e io comincio a essere seriamente spossato.

Per i MARDUK riusciamo a sederci su un tavolo in fondo alla sala e cerchiamo di goderci lo spettacolo da lì, combattendo contro il sonno e la stanchezza. Rispetto al concerto di qualche mese fa li ho trovati parecchio scazzati, molto meno chirurgici e penalizzati da un suono pastoso che non è riuscito a rendere l’assalto all’arma bianca di Mortuus e compagnia. Il Campus Industry nel frattempo si è un po’ svuotato: del resto è mezzanotte passata, siamo in ritardo di oltre mezz’ora sulla scaletta (quindi si finirà presumibilmente alle due di notte) e immagino che la gran parte degli astanti dovrà guidare per ore prima di tornare alla base; il che, dopo una giornata di black metal, non è esattamente una passeggiata.

Edizione di altissimo livello comunque, al netto di alcuni problemi tecnici, del volume eccessivamente alto e soprattutto del fatto che è finito troppo tardi. Ma una sequenza di gruppi del genere, dal primo all’ultimo, è davvero da applausi: io personalmente ho affrontato sfacchinate tremende all’estero per concerti molto ma molto meno meritevoli di questo. Arrivederci all’anno prossimo, nel frattempo cercherò di attrezzarmi anche io con l’occhiale war metal. (barg)

4 commenti leave one →
  1. MASSIMO permalink
    3 dicembre 2018 16:58

    Concordo sulla report del concerto ! Attic veramente fuori luogo,Antimateria da risentire e Tsjuder pero’ niente male dai …fredda Norvegia.Grande FEST ma forse un paio di band in meno e si sarebbe arrivati meno spossati alla fine.Per chi arriva da lontano,io da Genova, ritorno a casa senza energie ma sodddisfatti …

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  2. Mike Lamb permalink
    3 dicembre 2018 20:18

    I’ll make sure I remove the ‘emo’ hair for next time 😉

    Piace a 3 people

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