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DEATH TO ALL // OBSCURA @ Traffic, Roma 30.03.2016

4 aprile 2016

Questo concerto è stato vissuto come un grande evento sia dal Traffic, che nei mesi precedenti lo ha pubblicizzato con particolare fomento, sia dal pubblico, che se lo è segnato sul calendario e si è buttato in massa sulla prevendita prevenendo l’inevitabile soldout. Peraltro al Traffic non ricordo di essere mai stato presente a un vero e proprio tutto esaurito con la gente che rimane senza biglietto, forse neanche a un mitologico concerto dei Napalm Death a cui assistetti da fuori alla porta (perché dentro era pieno a pressione) studiando un complicato meccanismo di prospettiva per riuscire a intravedere il crash della batteria e un pezzo di ampli sulla destra. Per i Death To All, invece, il soldout c’è stato. Considerando che sulla carta si tratta di una cover band dei Death con un tizio a caso alla voce, uno si potrebbe far venire pure qualche dubbio. Ne avevo parlato già nel report dell’Hellfest, in cui DiGiorgio e soci mi colpirono come un camion in faccia; ne riparliamo fra qualche riga.

Insomma io e la mia compagna di merende arriviamo al Traffic e ci troviamo davanti una ressa assurda con gente incazzatissima che urla e bestemmia, roba che sembra di stare a una manifestazione sindacale a Termini Imerese durante una conferenza stampa di Marchionne che distribuisce croissant. Nella calca troviamo il prode Gabriele Hammerfall, che per la sua scarsa premura nel seguire gli aggiornamenti sulla pagina facebook dell’evento non si era reso conto che stavano finendo i biglietti. Rimarrà fuori tutto il concerto sperando di entrare di straforo per gli ultimi pezzi, come a volte lasciano fare, ma stavolta è proprio materialmente finito lo spazio, e un altro paio di esseri umani nel Traffic rischierebbero di fare esplodere tutta la baracca. Noi però entriamo in tempo per sentire l’inizio degli OBSCURA, la cui presenza è particolarmente ironica perché trattasi di gruppo clone dei Death che apre per la cover band dei Death. I tedeschi sono idoli indiscussi di Metal Skunk sin da quando indirono quel concorso in cui si vinceva un vaporizzatore col logo della band; adesso sono reduci dal nuovissimo Akròasis, che però non ho ascoltato, e che oggi viene riproposto per metà. Suonano bene, o almeno ci provano: sono infatti un po’ penalizzati dal suono pastoso e dai volumi un filino troppo alti, il che rende difficile seguire bene il filo del loro death metal tecnico e intricato. Il suono migliora con il passare del tempo, ma purtroppo il loro è un genere difficile da rendere dal vivo. 

Quando i DEATH TO ALL salgono sul palco l’atmosfera diventa contemplativa, quasi da celebrazione rituale. Il Traffic è pieno come un uovo, e non c’è rimasto uno spazio libero non dico per pogare, ma neanche per scapocciare. Però credo che nessuno ne senta il bisogno: gli astanti si pongono in contemplazione, e le teste sono tutte ferme, fisse verso il palco, con gli occhi lucidi per l’emozione. Il quintetto parte con la doppietta finale di Individual Thought Patterns (Out of Touch e The Philosopher), e in quel momento viene difficile pensare che si tratti solo di una cover band. La mancanza di Chuck Schuldiner è palpabile, percepita in maniera quasi materiale, ma in qualche modo la sospensione d’incredulità raggiunge un livello tale che, per il paio d’ore successive, sembra davvero che lui sia presente; non sul palco, chiaramente, ma in spiritu: e questa è peraltro la sensazione che chiunque di noi, sin da ragazzino, ha avuto ascoltando i Death nella propria cameretta. La morte di Chuck Schuldiner è stata uno shock perché, al pari di Quorthon, l’Uomo era qualcosa di più di un semplice musicista. Era un genio tormentato e solitario, eppure lo sentivamo come uno di noi, o quantomeno come noi stessi saremmo stati se avessimo avuto le sue capacità tecniche e compositive. La generale atmosfera di contemplazione del concerto, del resto, è la stessa che fonda il rapporto dei Death con l’ascoltatore, intimo e personale come con pochissimi altri gruppi: come spiegò mirabilmente Ciccio, i Death non sono mai stati una band normale da allegra macchinata in compagnia o da sottofondo mentre si cucina; i Death sono Musica, e basta. E questo vale tantopiù per un concerto del genere, in cui Chuck è tributato ad ogni respiro.

Avrebbero dovuto suonare tutto Individual, o almeno così mi era sembrato di aver capito, e invece la scaletta ripercorre tutti i sette dischi. Ogni pezzo suonato è un capolavoro da tempo scolpito nel cuore di ogni persona dotata di cuore, appunto, e la reazione del pubblico a monumenti come Flattening of Emotions, Symbolic o Crystal Mountain è commovente. Tutti pressati, schiacciati come sardine, puzzolenti e felici, con un pensiero al povero Gabriele Hammerfall che impreca chiuso fuori dai cancelli con solo un muro che lo separa da questa cosa bellissima a cui stiamo assistendo. Quando li vidi all’Hellfest c’era più o meno la formazione di Human, con Reinert e Masvidal, e giocoforza l’esibizione è stata più precisa, pulita e tecnicamente impeccabile. Stavolta c’è Bobby Koelble, il chitarrista di Symbolic, e Gene Hoglan, e il suono è più sporco; magari i puristi saranno meno contenti, ma l’atmosfera si fa più familiare, più metallara, il che sarebbe probabilmente piaciuto molto a Chuck. A noi è piaciuto di sicuro. La prossima volta che avrete una birra in mano, sapete a chi dedicare il primo sorso.

Scaletta:

Out of Touch
The Philosopher
Open Casket
Suicide Machine
Overactive Imagination
Trapped in a Corner
Living Monstrosity
Lack of Comprehension
Jealousy
Flattening of Emotions
Destiny
Symbolic
Zero Tolerance
Bite the Pain
Spirit Crusher
Zombie Ritual/Baptised in Blood
Crystal Mountain
Pull the Plug

9 commenti leave one →
  1. Lorenzo (l'altro) permalink
    5 aprile 2016 11:21

    Visti al Brutal Assault 2015, titubante pure io, all’inizio. Dopo solo una canzone i cuori di ventimila persone pompavano all’unisono. Incredibili.

    Liked by 1 persona

  2. 6 aprile 2016 00:17

    Niente “Scavenger”?

    Mi piace

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