Un’infinita, anomala tristezza: WARNING – Rituals of Shame

Forse erano già un’anomalia nel 1999 i Warning di Patrick Walker, da Harlow, Essex, ai tempi del loro primo album, The Strenght To Dream, uscito per la Miskatonic Foundation di un altro Walker, Richard Walker. In un epoca in cui doom, stoner e sludge avviavano i convenevoli reciproci che avrebbero portato alla germinazione di quello che è almeno il settantacinque percento della scena “lenta” odierna, i Warning già iniziavano ad assumere un ruolo diverso, per certi versi marginale. Eppure avrebbero fatto scuola. Pur se sabbathiani fino al midollo ai tempi degli esordi e dei demo, anche nel nome scelto e nel logo, avrebbero proposto una piccolissima rivoluzione del suono derivante dai quattro di Birmingham. Una sorta di grado zero del doom, privo di fascinazione estetizzante per il passato, come della dimensione davvero epica e folk, quella dei Solstice stessi, e pure del folklore generato dall’ascesa degli Electric Wizard: il culto grandguignolesco della droga, del cinema dell’orrore vintage e delle sue eroine scollacciate. Priva di qualsiasi sovrastruttura, la musica dei Warning, già spietatamente lenta, era ancora sostanzialmente legata al riff. Cosa buona e giusta, chiaro. Il disco era composto di cinque brani sulla durata complessiva di cinquanta minuti ed il riscontro era stato anche promettente, ma nel 2001 la prima incarnazione dei Warning si era gia sciolta.

Riunitisi una prima volta nel 2005, l’anno successivo i tre (ai tempi) Warning pubblicarono, sempre per Miskatonic Foundation, il seguito del loro esordio, intitolato Watching from a Distance. Un colpo al cuore per molti. Composto di cinque brani per una durata complessiva di quarantanove minuti, l’album andava ben oltre rispetto ai pur promettenti esordi e lo faceva pure con un suono fragoroso, ancestrale, abbandonando del tutto o quasi la struttura basata sul riff. Lente, lentissime progressioni di chitarra, al servizio non tanto della ripetizione ciclica degli schemi armonici, quanto di inesorabili indulgenze in mestissimi lamenti esistenziali. Album sfiancante, possiamo benissimo dircelo, ma dotato di una magia rarissima. Per quanto paradossale potesse sembrare, visti i volumi delle chitarre, un doom ormai irrimediabilmente contiguo con l’infinita tristezza dello slowcore, non a caso chiamato anche sadcore. Uno strano legame con la scena post-rock americana, quindi, ma non dimentichiamo che su “questa” costa dell’Atlantico nel frattempo si era consolidata sia la proposta “confidenziale” degli Arab Strap, come anche la deriva post di Justin Broadrick con i suoi nuovi connotati.

Poi i Warning si sciolsero di nuovo, nel 2009, e Patrick Walker intraprese con la ragione sociale 40 Watt Sun un percorso perfettamente coerente con il discorso iniziato con Watching from a Distance, per quanto quasi o del tutto altro, rispetto al mondo metal. L’ultimo album, l’ottimo Little Weight, in fondo è uscito solo un paio di anni fa e lasciava quasi presagire un ritorno alla distorsione delle chitarre. Tutto questo mentre nel frattempo Watching from a Distance assurgeva allo status di pietra miliare, per molti, complice anche una copertina iconica come poche altre: mesta, misteriosa, pare rappresentare il fantasma del contadino/boscaiolo che in quella dell’album omonimo dei Led Zeppelin sembra essere lì solo per caso. Pietra miliare minore, forse, ma intanto, consolidando anno dopo anno un seguito di ammiratori e discepoli, quanti nella scena doom/sludge preferivano non accodarsi all’esuberanza dei Mastodon o all’anarchia “fumata” dei Kylesa, magari guardavano proprio all’esempio dato dai Warning di Patrick Walker. Tra questi, sicuramente i Pallbearer, meravigliosi agli inizi quanto oggi, i veri eredi e prosecutori di quella via intimista e confidenziale all’ortodossia doom.

Con relativo clamore e malcelate (per quanto inconfessate) aspettative, dopo una seconda reunion e alcuni concerti autocelebrativi, è arrivato finalmente il momento di dare seguito, stavolta su Relapse, a quel difficile precedente. Rituals of Shame dura lievemente meno, quarantacinque minuti, ed è ancora una volta composto di soli cinque brani. Ed è un disco meraviglioso e sfiancante, anche questa volta. Sfiancante, certo, anche questa volta, possiamo dircelo, con quella lentezza, quasi immobilismo, che senza appigli estetici, squisitamente funeral o gotici, ci mette tempo ad entrare sotto pelle. Lo fa, ci vuole solo tempo. E meraviglioso, perché lo è. Semplicemente, è così. Con un avvio, il brano che dona il titolo alla collezione, che è groppo in gola allo stato puro. Incedere maestoso e mesti tratteggi. Profondo come l’animo umano. Una melodia disperata che si dipana per quasi tredici minuti, evolvendo, mostrando differenti sviluppi di disperazione e una debolezza quasi grandiosa. L’ascoltatore intanto abbandona o resta ipnotizzato, non vedo possibili alternative. Chi resta, magari osserva due cose. La prima è che il gioco di arpeggio/silenzio/corde che vibrano/(rin)tocco funebre di batteria, a tratti, è praticamente lo stesso gioco di Dylan Carlson. La seconda è che stavolta il suono è perfetto. Non che non lo fosse, quello di Watching from a Distance, anzi, era parte della magia del tutto: sfumato, zanzaroso, in parte sbagliato, anarchico, indefinito. Stavolta i Warning hanno però un suono definito, profondo, avvolgente. Lo stesso proprio degli ultimi, per me meravigliosi Pallbearer.

Intanto, mentre si osservano queste cose, Ritual of Shame, il brano, prosegue con enfasi fino al finale. Seguono melodie che, con altro suono e soprattutto il doppio dei BPM, potremmo quasi immaginarcele nel repertorio di un Morrisey di nuovo ispirato e disperato. Seguono immersioni in un esistenzialismo meno autocompiaciuto, melodicamente, che a tratti lambisce se pure liminalmente una dimensione gotica. Sorprendono ancora una volta i Warning, con un album coeso, monolitico, fatto di sola tristezza, profondamente coerente tanto con la storia portata avanti con questo nome che con quella dei 40 Watt Sun. A questo punto, ancora più chiaramente due facce di un unico percorso, quello di Patrick Walker, costantemente in ombra. Costantemente a passo lento, abbandonato. Difficile essere creduti se si dice poi che si riesce in realtà anche ad intravedere un qualche barlume di luce, non dico speranza. Eppure vi dico che è così, credeteci o meno. Teacher, nel finale, tira fuori da un baule di ricordi mesti, watt e speranze disattese, una melodia potente, emozionante. Degna conclusione di un album significativo per davvero. (Lorenzo Centini)

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