Satanassi, tupatupa e arrosticini: la terza giornata del LUPPOLO IN ROCK 2026

Foto di Marco Belardi

Il Luppolo è ormai diventato un appuntamento identitario per gli appassionati di buona parte della Penisola, non solo per il lato puramente concertistico ma anche per la sua organizzazione diciamo così laterale, con l’ambientazione agreste e tutta la cosiddetta area ristorazione che in realtà sembra più una splendida sagra per metallari. Il fascino dell’evento ha fatto sì che quest’anno il blog preferito dai guerrieri muscolosi con grosse spade fosse presente con una corposa delegazione: oltre al sottoscritto e al Maresciallo, reduci dell’anno scorso, sono venuti per la prima volta pure Ciccio Russo da Roma, Marco Belardi da Firenze e il redivivo Luca Bonetta dalle asperità dolomitiche, la cui sete di blast beat e tupatupa non viene spenta neanche dalle pesanti responsabilità di neogenitore; e c’era anche Andrea, uno dei nostri lettori più affezionati e possenti. Nessuno di noi era presente ai primi due giorni del festival, quindi possiamo dare testimonianza solo dell’ultimo giorno, quello estremo.

Purtroppo per questioni puramente logistiche ci perdiamo il primo gruppo, ovvero i BID ZOGO, che iniziavano poco dopo le due e mezza. Siamo costernati, ma purtroppo con Ciccio e Belardi ci eravamo dati appuntamento all’agriturismo dove alloggiavamo e, arrivando da tre parti diverse d’Italia, non siamo riusciti a coordinarci alla perfezione per spaccare il secondo. Quando arriviamo hanno appena iniziato i CRISALIDE, da Vicenza, molto penalizzati dalle condizioni atmosferiche subsahariane del primo pomeriggio. Questo è infatti l’orario in cui il palco è ombreggiato e lo spiazzo davanti completamente esposto al sole, quindi abbiamo una band bella carica e un pubblico che boccheggia e darebbe un alluce per farsi chiudere qualche minuto in una ghiacciaia. La maggior parte dei convenuti, peraltro, preferisce non schiodare dalle panche al fresco sotto agli alberi, quindi l’enorme sforzo fatto dai suddetti Crisalide per coinvolgere il pubblico va a sbattere contro questa infausta combinazione di circostanze. Fa veramente un caldo cane, amici del vero metal, e lo soffriamo pure noi che siamo rimasti un po’ defilati, sfruttando la poca ombra che c’è a quell’ora nell’area concerti. Non aiuta neanche il genere da loro proposto, un death metal abbastanza sepulturiano che dal vivo risulta particolarmente violento. A un certo punto annunciano un pezzo che si chiama Apocalyptic e io penso che è esattamente la parola adatta per descrivere la situazione attuale. Dopodiché, appena annunciano la cover di Roots Bloody Roots, andiamo anche noi a prendere un po’ di fresco per salvarci da una probabile insolazione.

Nel frattempo arrivano anche Luca Bonetta e la sua signora e ci dirigiamo verso i veterani INFECTION CODE, stakanovisti della sala di registrazione (11 dischi in 24 anni) e anche del palcoscenico, data la loro incessante attività dal vivo. Vale anche qui il discorso fatto prima: il caldo insostenibile e il sole a picco sul pubblico li penalizzano, e la loro proposta piuttosto violenta non riesce proprio a smuovere gli eroi presenti sotto al palco, che a stento si reggono in piedi. Noi rimaniamo sempre in quel piccolo spazio ombreggiato un po’ defilato, salvandoci forse da un edema solare ma perdendo tutti gli svariati punti-Valhalla guadagnati da chi è riuscito a stare tutto il tempo tra le prime file senza collassare. Sarà per la prossima volta, tanto ci si ribecca in giro.

Mentre io e Ciccio continuiamo a prendere cibo dal banchetto abruzzese (da cui a questo punto a Natale ci aspettiamo minimo uno di quei cestini di ringraziamento coi salami e il prosecco), il Belardi quasi si commuove quando il dj mette Remember the Fallen dei Sodom. E, se noi pasteggiamo ad arrosticini e pecora stufata, lui sceglie un desolante tramezzino con la Nutella che a causa del caldo gli si appiccica alla trachea e gli impedisce di parlare per almeno due minuti e mezzo. Approfittando del momento di quiete prendiamo posto per i CRIPPLE BASTARDS, monumenti nazionali visti già una decina di volte nell’ultimo quarto di secolo ma che non ci perderemmo comunque per nulla al mondo. Sulla prestazione non c’è molto da dire, perché hanno fatto il solito loro concerto tutto calci in bocca e con pochi secondi di pausa tra un pezzo e l’altro. È però da notare che ora il sole batte pure sul palco: ancora più gloria a Giulio e compari che hanno spaccato tutto con il sole in faccia. Questa è una strada a senso unico.

Foto presa dalla pagina dell’evento

Durante il cambio-palco io e Ciccio continuiamo a prendere pezzi di pecora arrosto dall’abruzzese, che ormai appena ci vede sfoggia sorrisi a trentadue denti. Le scelte alimentari di Belardi sono invece molto meno invitanti, dato che dopo il tramezzino alla Nutella opta per un panino con porchetta e maionese, abominio per il quale tenta di giustificarsi dicendo di aver sbadatamente risposto “fai tu” alla fatidica domanda “cosa ci metto dentro?”. Vorrei cogliere l’occasione per specificare che nel panino con la porchetta non ci va niente dentro, solo la porchetta. Vedere salsine e contorni vari associati alla porchetta mi provoca lo stesso brivido di quando vedo i tedeschi che ordinano il cappuccino insieme agli spaghetti con le vongole. Un’altra cosa che mi ha dato i brividi è una signora di età avanzata, che non descriverò per ovvi motivi, che sembrava uscita da un horror di Pupi Avati e che temevo sinceramente di ritrovarmi sotto al letto dell’agriturismo. A tal proposito mi si permetta di specificare che la quantità di soggetti strani oggi è talmente notevole che si meriterebbe un report a parte, o quantomeno un articolo del Masticatore. Purtroppo non si può fare, mannaggia.

Presi da queste considerazioni rimaniamo all’ombra un po’ più del solito per prepararci alle sei ore di tour de force che ci si prospettano davanti, e in questo modo ci perdiamo purtroppo gran parte dell’esibizione dell’unico gruppo della giornata non definibile come estremo: i DARKHOLD, per i quali possiamo testimoniare di un paio di pezzi appena. Loro esistono da pochi anni, hanno fatto uscire due dischi (Tales from Hell del 2023 e il nuovissimo Centuries of Purgatory) e in formazione vedono due membri storici dei Methedras, ovvero il cantante Claudio Facheris e il chitarrista solista Eros Mozzi. Speriamo di ribeccarli in condizioni più tranquille.

Il suddetto tour de force parte con i ROTTING CHRIST, e non sono neanche le sette di pomeriggio. Mi sembrano perfetti per il contesto, perché ormai dal vivo hanno un approccio estivo che sarebbe perfetto per l’aquagym in una di quelle crociere con i gruppi metal. Prediligono per la maggior parte i pezzi zumpettoni da marcetta, tipo Dies Irae e Grandis Spiritus Diavolos, e pure quelli che in origine avevano tutt’altra finalità, come King of the Stellar War o Non Serviam, sono riproposti in stile animazione da villaggio turistico, con Sakis che fa il mattatore e il bassista che invita tutti a saltellare a tempo. Considerando sempre il caldo devastante e l’umidità a mille, devo a questo punto fare una breve descrizione del loro abbigliamento, che andrebbe letta con la voce fuoricampo dei film di Fantozzi. Un crescendo in senso antiorario: lo spudorato Themis Tolis, batterista, con canotta nera e pantaloncini neri; il temerario Kostas Spades, bassista, con canotta nera e jeans lunghi neri; l’intrepido Sakis Tolis, cantante/chitarrista, con maglietta, giacca di pelle e pantaloni di pelle, ovviamente neri; e il milite ignoto Kostis Foukarakis, chitarrista solista, con un asfissiante vestito borchiato aderente con maniche lunghe, ovviamente di pelle e ovviamente nero.

Tornando al concerto, non può mancare l’inspiegabile cover di Societas Satanas dei Thou Art Lord, la cui unica plausibile giustificazione è perpetuare il concetto dei Rotting Christ come gruppo da festa a bordopiscina. Cioè, già avete solo tre quarti d’ora a disposizione e vi sentite in dovere di fare una cover, ma poi, con tutti i pezzi belli dei Thou Art Lord, perché proprio Societas Satanas che, mi addolora dirlo, non è tutto sto granché? I Rotting Christ li avrò visti una decina di volte, e tutte le volte mi tocca rassegnarmi al fatto che sacrificheranno il tempo di una canzone per suonare Societas Satanas, che ormai associo irrimediabilmente al peruviano del cazzo di Boris.

Mi pare comunque palese che a questo punto si possa parlare di serio problema nella scelta della scaletta da parte di Sakis. Ad esempio si ostina pervicacemente a suonare Elthe Kyrie, che non è assolutamente un pezzo da concerto, dato che è tutto un VUMVUMVUMVUMVUM monocorde con un campionamento vocale che su disco è molto affascinante ma che dal vivo sembra riprodurre le urla di una vecchia napoletana che si lamenta perché lo Stato l’ha abbandonata. Peraltro non si sposa per niente con lo stato d’animo generale: a sto punto perché non riprendere un bel pezzo melodico del periodo gotico, tipo A Sorrowful Farewell, Cold Colours, After Dark I Feel, che so io, oppure se proprio devi fare qualcosa di malvagio che spezzi l’atmosfera tanto vale che ripeschi Exiled Archangels o Transform all Suffering into Plagues e non sbagli, no? Ma pure qualcosa da Theogonia, che per qualche motivo viene sempre trascurato. Che poi alla fine gran concerto come sempre, i Rotting Christ sono un mio gruppo della vita, però come dire, smettetela con ‘sto cazzo di peruviano.

Se con i Rotting Christ si balla, si salta e si battono le mani, con i MARDUK, come noto, è vietato ridere. Purtroppo la loro esibizione è stata danneggiata da problemi tecnici, o almeno credo, dato che cominciano in ritardo e fanno lunghe pause tra un pezzo e l’altro. A dire la verità quando avrebbero dovuto iniziare noi eravamo nell’area ristorazione e temevamo che il concerto fosse saltato perché qualcuno si era presentato con un gonfiabile di dinosauro, un gommone di Hello Kitty o qualcosa del genere. Poi aprono davvero e lo fanno con Werwolf, che vabbè. Però dura solo due minuti, quindi passa subito. I Marduk sono un gruppo che ho visto una quantità di volte (solo una con Legion, purtroppo) e non mi sono mai sentito deluso, ma anche qui ho delle rimostranze sulla scaletta, rimostranze da intendersi come molto personali e non oggettive in senso assoluto.

Il concetto è che, tra le varie fasi che hanno avuto, quella secondo me migliore da riprodurre dal vivo è quella tamarra con appunto Legion alla voce. Invece loro tendono a scegliere pezzi o dalla primissima parte della discografia oppure dall’ultima parte, tralasciando il periodo di mezzo che a mio parere sarebbe quello più efficace. A un certo punto mi sono dovuto allontanare per pochi minuti e mi sono perso un paio di pezzi, ma mi pare che da quel periodo ne abbiano fatto solo due, entrambi da Panzer Division Marduk (l’omonima e Baptism by Fire); niente da Nightwing né dagli altri. Rimane fuori anche Materialized in Stone, che tra le canzoni dei primi album è quella che mi piace maggiormente sentire dal vivo. A parte questo, Morgan Håkansson ha un gran carisma e regge il palco da solo, Mortuus è il solito animale da guerra e gli altri due fanno benissimo il proprio mestiere. Specifico anche che tutti i miei sodali sono stati entusiasti del concerto, quindi magari è un problema mio.

Se per i gruppi precedenti mi sono dilungato, diversamente sarà per gli OVERKILL, perché non c’è altro da dire se non che hanno spezzato culi facendo esattamente il concerto che si sperava facessero. Dopo un Agglutination di qualche anno fa li ricordavo come uno dei migliori gruppi dal vivo che avessi mai visto, e ricordavo benissimo. Bobby sta ultimando la sua trasformazione in Fast Eddie Clark e passa metà del tempo lontano dal palco, ma con i guai che ha passato è perfettamente comprensibile. Gli altri non perdono un colpo, e a proposito: la formazione è rimaneggiata, con una sola chitarra (Derek Tailer non c’è) e nientemeno che Christian Olde Wolbers al basso, quando si dice il turnista di lusso. Sulla scaletta qua non c’è niente da dire perché qualsiasi cosa suonino riescono sempre a spaccare i pilastri di cemento, e pure i pezzi degli ultimi dischi ti fanno venire voglia di prendere a testate un ippopotamo. L’ovvia Fuck You in conclusione è la ciliegina finale che ci fa sentire a casa. Dieci e lode, niente da dire.

Infine, i VENOM. Parliamoci chiaro: sono le undici passate, la giornata è stata lunga e intensa, e noi siamo stanchi. Però rimaniamo fino alla fine, nonostante la gente inizi a defluire e continuerà a farlo anche durante il concerto, tanto che verso la conclusione il pubblico sarà praticamente dimezzato rispetto agli Overkill. Loro cominciano con quella paraculata di Lay Down Your Soul, dall’ultimo Into Oblivion, per poi proseguire con un filotto di pezzi dai tempi antichi, tra cui Welcome to Hell e One Thousand Days in Sodom, intervallati da due estratti da From the Very Depths del 2015, che non era malaccio – e infatti il Messicano ne parlò bene, quando ancora scriveva di musica. La parte centrale mette a dura prova la nostra resistenza fisica, dato che suonano tre estratti dall’ultimo e due dal penultimo. Poi c’è Countess Bathory, dilatata parecchio per far cantare tutti in coro, e una serie di pezzi vecchi e nuovi che si conclude con l’ovvia Black Metal, che mette la parola fine al concerto e pure al festival.

Cronos è in formissima. Sulla pagina del Luppolo avevano pubblicato un videomessaggio dei Venom in cui lui sembrava invecchiato maluccio e preoccupantemente scavato, ma dal vivo tiene botta, ha parecchia cazzimma ed è pure palestrato. Mentre lo guardo penso che al momento esistono due gruppi che si chiamano Venom, ma di sei membri totali Cronos è l’unico della formazione originale. Capisco anche chi se n’è andato, perché, tutto considerato, c’erano le condizioni per un disastro o quantomeno per uno spettacolo non all’altezza. E invece è stata una bella sorpresa, al netto dei troppi estratti dagli ultimi due trascurabili album; e sono stati tutti contenti, anche Ciccio, Belardi e Bonetta per il quale questo è stato il battesimo del Luppolo. Vedremo di esserci anche l’anno prossimo. (barg)

3 commenti

  • Avatar di Bacc0

    Per quanto riguarda i soggetti strani presenti domenica direi che l’uomo Kreator, vestito con calzettoni di spugna, pantaloncini e maglietta in puzzosissimo poliestere,tutto rigorosamente griffato Kreator e che si aggirava per il parco da solo con sguardo spento e di età approssimativamente vicina alla pensione merita il primo premio. Peccato per la bandana degli iron, quella evidentemente non l’ha trovata in coordinato

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  • Avatar di Melvin Devereux

    Peggior concerto dei Venom mai visto (e sono il mio gruppo preferito).
    Un’ora e mezza a ciondolare sul palco e ammorbare le palle con pezzi lenti e brutti e suonati come se ti stessero facendo un favore, grazie al cazzo che la gente se ne andava.
    Cronos rimane a galla perchè ha ancora la voce e il carisma e gli si vuole bene , tutto il resto incommentabile.

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  • Avatar di Silver

    sogno un mondo dove i tramezzini con la nutella saranno finalmente debellati.

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