Avere vent’anni: THOU ART LORD – DV8

Personalmente conobbi i Thou Art Lord con il loro demo The Cult of the Horned One. Lo acquistai nell’estate del 1993 da un distributore amatoriale che gestiva un catalogo per corrispondenza, di cui purtroppo non ricordo il nome. Penso fosse di Roma, ma ne ho soltanto dei ricordi molto vaghi. Come già ricordato altre volte, i Thou Art Lord erano una creazione di Magus Wampyr Daoloth e di Sakis Tolis, con l’aggiunta di alcuni elementi dei Septic Flesh. Erano un gruppo pensato per dare sfogo alle sperimentazioni e, soprattutto, alle voglie del momento. Ai loro esordi facevano un black alla greca che suonava simile sia ai Rotting Christ che ai Necromantia. Nonostante questa natura estemporanea si fecero rispettare fin da subito, diventando una specie di riassunto del meglio dell’offerta black metal greca esistente all’epoca.

tal93bThe Cult of the Horned One, 1993. This release is an answer to all the trendies that nowadays poison our precious music: BLACK METAL

Il loro percorso era sempre stato abbastanza lineare, all’insegna del black mediterraneo ma con la prerogativa di ampliare le loro possibilità compositive, in particolare di aggiungere un piglio più contemporaneo. Già con Eosforos (1994) e, ancor di più, Apollyon (1996) questo aspetto era chiaro, anche se l’atmosfera generale restava all’interno di un discorso inequivocabilmente black, con la tendenza a divagare di cui abbiamo già parlato. Nel 2002, dopo una pausa di otto anni, arrivarono a DV8, che pronunciato all’inglese suona come l’imperativo “deviate” e che, una volta trascritto, resta valido anche in italiano. Questo titolo non fu casuale, giacché l’album fin dalle prime note suona lontano dal black mediterraneo originario, rappresentando una decisa deviazione di percorso, appunto. È anche un disco che si riesce difficilmente a inquadrare in un unico sottogenere, dal momento che contiene vari stili.

talgruppo

Un’influenza che salta subito all’orecchio è quella di un death-thrash metal di vecchio stampo, spesso variegato da cambi di tempo e di tonalità, tastiere ed effetti elettronici. A volte si rasenta il brutal, come in alcuni tratti di Society of the Dilettanti, che contiene però anche un ritornello decisamente hardcore, dandoci un chiaro esempio di come si possa passare con disinvoltura da uno stile all’altro, però mantenendo una coerenza compositiva credibile. In altre canzoni si resta in un regime più tradizionalmente black sinfonico e velocissimo, come in Crowning of the Winged Skull. In alcuni casi questo black-death si ibrida con l’industrial, per esempio in The Shadow Doctrine o in Baphomet’s Meteor, anche se la melodia è sempre al centro del materiale sonoro, come da tradizione greca. Uno degli elementi che aiutano a variegare lo stile di DV8 è l’uso della voce, o meglio, delle voci, che si modulano fra lo screaming, il growl e il semplicemente roco, a seconda del registro che devono interpretare. Per concludere, DV8 è senza dubbio un disco composto con una certa dose di follia, la qual cosa è sempre da elogiare e, dall’inizio alla fine, esibisce una natura multiforme e indomabile. La proposta dei Thou Art Lord riuscì a superare i confini delle loro origini, senza buttarsi in sperimentalismi eccessivi o ibridi troppo spinti, riuscendo a produrre uno stile interessante e originale, che all’epoca fu poco compreso, ma che risulta coerente e interessante riascoltato anche adesso. (Stefano Mazza)

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