Avere vent’anni: ROTTING CHRIST – Genesis

Genesis viene da sempre definito il disco con cui i Rotting Christ uscirono definitivamente dalla fase gotica per ritornare ad un approccio più estremo. In realtà questo fu un album di transizione, dato che il passaggio tra i due periodi non fu netto, e del resto c’è dibattito sull’inizio della stessa fase gotica o più nello specifico se Triarchy of the Lost Lovers possa esserne considerato il primo capitolo. Per quanto riguarda la fine, invece, possiamo dire che già Khronos aveva apportato alcuni cambiamenti al canone di A Dead Poem e Sleep of the Angels, pur rimanendo stilisticamente affine a questi ultimi; ed è vero che Genesis compie il definitivo scatto in avanti, lanciandosi in territori decisamente più affini al black metal, per quanto peculiari. Eppure qualche prodromo della fase gotica è ancora riconoscibile in certe soluzioni, in certe atmosfere e in certe scelte compositive, tanto che alcuni dei suoi pezzi sembrano usciti dalle sessioni di registrazione di Sleep of the Angels: parliamo soprattutto di Nightmare, Release Me e Dying, separate stilisticamente dal resto dell’album. Paradossalmente questi ultimi sono tra gli episodi più riusciti dell’album, dato che appartengono a uno stile rodato e canonizzato, mentre gli altri si lanciavano in territori più o meno inesplorati.

Escludendo i tre episodi citati, Genesis è infatti un coacervo di sperimentazioni e proiezioni in avanti. Il suo black metal non ha nulla a che vedere con quello di Thy Mighty Contract, essendone un ripensamento moderno – nel senso che questo termine aveva nel 2002. I Rotting Christ tastano il terreno intorno a sé cercando di capire le possibili strade da percorrere, e pezzi come Ad Noctis e The Call of the Aethyrs anticipano il suono meccanico e quasi industrial del successivo Sanctus Diavolos. L’episodio migliore rimane comunque Quintessence, con quell’andamento robotico che fa da contrappeso alle chitarre morbide sotto alla strofa e al ritornello in pulito.

Ma soprattutto Genesis è l’album in cui esplode definitivamente una caratteristica che poi diventerà una costante e quasi una macchietta: l’uso di ripetizioni, anafore, allitterazioni e invocazioni ritualistiche, che successivamente sfocerà nelle elencazioni martellanti di divinità precristiane. I Rotting Christ che ripetono ossessivamente nomi astrusi e requisiti individuali di demoni gnostici nascono qui, in pezzi come In Domine Sathani, Daemons o la citata Quintessence. Anche in questo senso possiamo riconoscere in Genesis l’atto di nascita dei nuovi Rotting Christ e di quella fase che, nonostante le ovvie differenze, dura tuttora.

Genesis rimane comunque un disco sottovalutato e molto poco considerato. Sia dai fan che dalla band stessa, dato che molto difficilmente i suoi pezzi vengono ripresi dal vivo. Eppure, nonostante sia come detto una tappa transitoria, non è in alcun modo un disco minore, e il tempo non ha sminuito il suo fascino oscuro. (barg)

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