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Avere vent’anni: ROTTING CHRIST – Sleep of the Angels

31 gennaio 2019

Culmine del periodo gotico dei Rotting Christ e, per chi scrive, miglior album di quella fase, Sleep of the Angels viene immediatamente dopo quell’A Dead Poem che li proiettò altissimo, con un tour infinito e una quantità di copie vendute impressionante, che la band di Atene non avrebbe mai più replicato. Ormai solidamente una one-man band, con Sakis a occuparsi di tutto con la sola eccezione del fratello alla batteria, Sleep of the Angels è anche il secondo album con Xy dei Samael come membro aggiunto, sia dietro le tastiere sia dietro la consolle di produzione, e il suono gotico di questa fase della discografia dei Rotting Christ è essenzialmente opera di quest’ultimo. Sakis, sin dai tempi di Non Serviam, continuava a scrivere riff sempre più tendenti al metal classico, ma è stato Xy, con i suoi arrangiamenti e le sue scelte di produzione, ad aver reso A Dead Poem e Sleep of the Angels ciò che furono.

La risultante di questi fattori è uno dei dischi in assoluto migliori di tutta quella corrente che alla fine dei ’90 aveva portato una moltitudine di gruppi partiti come più classicamente estremi a suonare, diciamo, gotico. Anathema, My Dying Bride, Paradise Lost, gli stessi The Gathering e Sentenced: la lista è lunga, e in questa rubrica ne abbiamo parlato abbondantemente. In questo senso molti non considerano Sleep of the Angels un disco dei Rotting Christ: posso capirli, anche se certe atmosfere portano l’inconfondibile marchio della band, e considerando anche che, col senno di poi, una deriva simile era già intuibile in Non Serviam e soprattutto nel capolavoro Triarchy of the Lost Lovers

Al di là di tutto, davvero non si può rimanere indifferenti di fronte a un album praticamente perfetto, che comincia con quei due capolavori di Cold Colours e After Dark I Feel e continua senza mai abbassare la guardia. Splendido il singolo scelto per l’occasione, Der Perfekte Traum, per cantare il cui ritornello era stato inizialmente scelto Till Lindemann dei Rammstein (all’epoca non così famoso), ma non c’è davvero un pezzo sotto la media. L’unico vago accenno al passato è in The World Made End, tre minuti di blastbeat resi totalmente inoffensivi da Xy, ma in generale Sleep of the Angels rimane il disco con meno punti di contatto col resto della discografia dei Rotting Christ. L’unico anello che lo collega al resto è l’ultima apparizione in assoluto di Jim Mutilator, che qui firma il testo di You My Flesh per poi sparire definitivamente dalle scene per stare appresso alla famiglia.

Ascoltare Sleep of the Angels senza pregiudizi potrebbe aiutarvi a farvi scoprire un disco davvero meraviglioso, al di là del genere suonato. Già dal successivo Khronos la band dei fratelli Tolis ritornerà sui propri passi, iniziando un percorso tortuoso che li riporterà su territori che evidentemente hanno sempre sentito come più congeniali. Ma non c’è alcun imbarazzo in Sleep of the Angels, e Sakis, grazie anche all’apporto di Xy, appare perfettamente a proprio agio in questo unicum della sua discografia. E, per quanto mi riguarda, quest’album è uno dei loro migliori, insieme a Thy Mighty Contract, Triarchy of the Lost Lovers e Theogonia. (barg)

3 commenti leave one →
  1. Bacc0 permalink
    31 gennaio 2019 16:45

    Bel disco, però non un classico per me. A Dead Poem forse aveva più pezzi che ti rimanevano in testa, questo tende un po’ a scivolare nel compito ben fatto ma non oltre. Diciamo che, per quanto gradevoli, i Rotting Christ in questa veste non potevano ambire al livello di un Sin Pecado o One Second, restavano in una onesta seconda fascia.

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  2. 31 gennaio 2019 18:21

    Disco stupendo.

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  3. 1 febbraio 2019 10:35

    Raramente mi è capitato di essere più d’accordo con la valutazione di un disco, mentre leggevo facevo sìsì con la testa. Del resto, quando mai i RC hanno sbagliato un disco?

    Restando in Grecia, ho riscoperto l’ultimo dei Dødsferd dell’anno scorso. Profuma di Bathory, lo consiglio

    Piace a 1 persona

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