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EARTH – Primitive And Deadly (Southern Lord)

2 gennaio 2015

Earth-Primitive-And-Deadly-ArtworkA volte, trascinati da una quotidianità frenetica e insensata, tendiamo a dimenticare l’essenziale. I giorni, gli attimi, i frammenti di quel tutto che costituisce la vita. Annacquiamo la nostra esistenza in futilità, senza mettere a fuoco immagini degne di essere salvate e archiviate nella cartella “Bellezza”. E così ci ritroviamo spesso senza nulla in mano, chiedendoci cosa abbiamo fatto di tutto quel tempo che ci era stato concesso. Qualche giorno fa, mia sorella mi ha chiesto di badare a suo figlio per un paio d’ore mentre lei sbrigava alcune commissioni. Riccardo ha otto mesi e una panza da futuro alcolista. Sorride sempre e spalanca i suoi occhioni scuri ogni volta che vede avvicinarsi la mia barba. Ha un destino da metallaro, me lo sento. Non trascorrevamo un po’ di tempo insieme da parecchio e guardandolo giocare tranquillo, forte di quella serenità ormai preclusa a noi adulti, ho cercato di fare mente locale su cosa mi avesse impedito di venirlo a trovare prima. Adesso è un piccolo ometto, sempre più consapevole dell’ambiente che lo circonda e dei soggetti con cui si relaziona. L’ultima volta, invece, era ancora poco più che un neonato. Cos’è successo da allora? È trascorso del tempo, naturalmente. In maniera obbligata e inconsapevole, a fatti si sono succeduti fatti, a minuti altri minuti e poi altri e altri ancora.

Un album come Primitive And Deadly obbliga a bloccare questo flusso ininterrotto di eventi e a illuminare il momento che conta, quello che fa la differenza fra l’ordinario e lo straordinario. Ti stringe il braccio sulla soglia di casa, mentre esci verso un’altra giornata uguale a se stessa, e ti domanda: “Ehi amico, dove stai andando?”. E lo fa nella maniera più sorprendente, dilatando oltremodo l’ordinaria misura del tempo. Non che quest’aspetto rappresenti una sorpresa nell’opera degli Earth, anzi. Dylan Carlson ha sempre considerato l’orologio un oggetto sostanzialmente inutile e la sua carriera altro non è che una meticolosa destrutturazione di categorie temporali acquisite. Però in Primitive And Deadly si sente subito qualcosa di diverso e sorprendentemente fresco. L’iniziale Torn By The Fox Of The Crescent Moon suona oscura, ermetica, molto più cupa rispetto a ciò che le due parti di Angels Of Darkness, Demons Of Light avevano lasciato intuire potesse diventare la nuova direzione musicale degli Earth. Ma è un fuoco di paglia. Già nella successiva There Is A Serpent Coming l’orizzonte si espande. Il sound viene spogliato in una polverosa epifania desertica da cui emerge la Voce per eccellenza, Mark Lanegan. Intendiamoci: Markone nostro, con l’ugola che si ritrova, potrebbe pure declamare l’elenco telefonico e i brividi scorrerebbero comunque copiosi lungo la schiena. Ma qui abbiamo a che fare con una struttura di brani priva di linee vocali da quasi due decenni (bisogna tornare indietro al sublime Pentastar: In The Style Of Demons del 1996) sulla quale viene innestato il contributo di uno dei personaggi cardine dell’intera scena di Joshua Tree. Roba da allineamento dei pianeti, come peraltro lascia intendere il meraviglioso artwork di Samantha Muljat.

dylan-carlson-Photo-by-Samantha-MuljatSembra quasi che Carlson abbia finalmente fatto pace con i suoi fantasmi e guardi ora l’universo in modo meno angosciato e fremente: ne rappresentano una prova le numerose collaborazioni che rendono Primitive And Deadly un unicum nella discografia degli Earth. Gli oltre undici minuti di From The Zodiacal Light sono dominati dal cantato ammaliante di Rabia Shaheen Qazi, che ondeggia docile su un brano capace di eguagliare i picchi emotivi di The Bees Made Honey In The Lion’s Skull. I contributi chitarristici di Brett Netson dei Built To Spill e di Jodie Cox dei Narrows affiorano soprattutto nella seguente Even Hell Has Its Heroes, che ha un piglio stoner assai marcato: l’atmosfera del Rancho De La Luna, il mitico studio in cui l’album è stato registrato, deve aver inciso parecchio sull’umore generale. Uno scampanellio lontano introduce Rooks Across The Gate, summa del nuovo corso della band di Seattle. La forma canzone non viene più rinnegata ma solo rielaborata all’interno di un incedere maestoso: l’effetto trascende quello soporifero e alienante delle ultime produzioni, probabilmente vittime della stessa grandiosa aspirazione che le aveva generate. No, qui non c’è più nulla di autocompiaciuto o fine a se stesso. Le note scorrono lente e solenni, aprendo un varco temporale ascendente e luminoso. Quando poi riappare Lanegan… Beh, che ve lo dico a fa’?  

Primitive And Deadly è la colonna sonora del film che Malick non girerà mai. Interrompe il folle accumulo delle nostre consuetudini e spalanca la finestra della stanza buia in cui sprechiamo attimi preziosi. È un disco intimo e splendido, da assimilare con la dovuta calma e riascoltare quando il caotico affastellarsi di inutilità intorno a noi sta prendendo il sopravvento. È pura linfa per l’anima.

Penso che aspetterò ancora un po’ prima di proporlo a Riccardino. Lui, per adesso, sembra preferire lo Zecchino d’Oro. Arriverà anche il suo tempo. (Enrico Mantovano)

P.S. Il 29 gennaio gli Earth suonano all’Init di Roma. Se non venite, vi meritate gli Avenged Sevenfold.

12 commenti leave one →
  1. Saturnalia permalink
    2 gennaio 2015 11:30

    Questa è una Signore Recensione.
    L’album è stellare e mi ha fatto provare le stesse emozioni descritte dal recensore.
    \m/

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  2. sergente kabukiman permalink
    5 gennaio 2015 14:07

    recensione bellissima per un disco che ahimè devo ancora ascoltare(ma conoscendo i soggetti ho poco da dubitare)…bravo!

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    • Enrico permalink
      6 gennaio 2015 13:04

      Troppo buono!

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    • Piero Tola permalink
      7 gennaio 2015 00:30

      ascoltalo dunqe, perche’ a mio personale parere questo e’ davvero il disco dell’anno… fin dal primo ascolto mi sono accorto che e’ davvero incredibile

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  3. Tonino permalink
    10 gennaio 2015 19:30

    A me il discorso del guardare i particolari viene quando mi sento male ( depressione, malesseri fisici vari ) allora noto tutte le cose, dagli insetti alle mattonelle ( di solito le conto ) e mi accarezzo i peli della barba uno ad uno
    nonostante tutto ed anche se non e’ chiaro il perche’ c’e’ in fondo qualcosa per la quale vale vivere; chissa’ magari sono solo strascishi evoluzionari

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  4. Lorenzo (l´altro) permalink
    30 maggio 2016 11:27

    Bella Enri´, l´avevi scritta te la recensione di questo capolavoro.
    Sono Lorenzo “Roadburn/Buzzcocks/Rome Psych Fest”
    Ci si ribecca.

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