Non escludo il ritorno: Arab Strap – As Days Get dark

Una delle cose più difficili per una band che ha lasciato (in assoluto o nella sua nicchia) un segno nella storia di certi generi, è senz’altro il problema del “ritorno” sulle scene. Sia nei casi di una vera e propria reunion, sia quando si pubblica un disco dopo tanti anni di inattività, o quando un gruppo ritorna nella sua formazione “storica”, il frutto di quel rientro sulle scene sarà accolto con un carico di aspettative da far venire un attacco di panico anche al Dalai Lama, tra gente in adorazione e gente pronta ad accogliere il gruppo con i fucili spianati.

In alcuni casi il nuovo disco non convince perché ci si aspettava qualcosa di diverso, in altri casi – soprattutto con le band storiche – perché non è all’altezza dei fasti del passato (magari di decenni prima), in altri ancora perché (e capita di frequente) il nuovo album è a tutti gli effetti una scusa per andare in tour.

Insomma, per farla breve, nella maggior parte dei casi i ritorni non sono mai graditi ai fan. È come quando torna un allenatore che ha fatto la storia di un club dopo tanti anni: non è la stessa cosa. Per fortuna, esistono sempre le eccezioni alla regola, come nel caso di questo As Days Get Dark.

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Gli Arab Strap, che si erano sciolti all’improvviso nel 2006, al decennale del loro esordio, sono tornati dopo 10 anni con una serie di concerti e dopo altri 5 anni hanno pubblicato il loro primo nuovo lavoro.

Inutile disquisire dell’importanza e dell’impatto che gli Arab Strap hanno avuto nel corso della loro carriera: gli scozzesi hanno sempre avuto la capacità, non indifferente, di inglobare diversi stili e generi e rielaborali in modo coeso, coerente e personale e fin dal meraviglioso esordio The Week Never Starts Round Here (che personalmente reputo insuperabile), hanno saputo imporsi sulla scena alternative contribuendo a rendere “grande” la Chemikal Underground. È facilmente intuibile, pertanto, che le aspettative riposte sul nuovo primo disco di inediti degli scozzesi fossero alte: e non sono state disattese.

Per capire un disco come As Days Get Dark basta attendere poco più di un minuto dell’iniziale, spettacolare, The Turning of our Bones: ritmi nervosi più vicini all’ultimo Leonard Cohen che alle atmosfere di The Last Romance ed un testo in cui Aidan Moffat e Malcolm Middleton mettono subito le cose in chiaro. Niente nostalgia, niente ritorno ai fasti del passato o voglia di anni ’90, ma al tempo stesso, massima coerenza con ciò che gli Arab Strap sono sempre stati: “I don’t give a fuck about the past /Our glory days gone by / All I care about right now is that wee mole inside your thigh /And my confidence might crumble but my brio is unbroken / Let me loosen all your knots / Let our bodies be awoken”. Insomma, sesso, desiderio, alcool, rimpianti, risentimento, humor caustico in salsa scozzese.

Ma, come dicevo inizialmente, non è una semplice rimpatriata: sono sempre gli Arab Strap, ma il sound è più ricco, contemporaneo, la voce di Moffat è meravigliosamente segnata dagli anni e i testi, pur trattando i classici temi affrontati dagli scozzesi, sono più maturi e disincantati.

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Soprattutto, questo è forse il primo album degli Arab Strap che non ha un pezzo anche leggermente sottotono. Dalla già citata opener in poi, i nostri azzeccano tutto: sia quando le rimiche sono più martellanti e si basano sul parlato/crooning di Moffat come in Comperison pt. 1 e I was once a Weak Man, sia quando l’attenzione si sposta sulla melodia come nelle splendide Bluebird e Just Enough, o nell’intensissima Tears on Tour.

Tutto è incredibilmente al proprio posto e, probabilmente, così come nel 2005 i nostri hanno deciso di mettere la parola fine al proprio progetto perché non avevano più niente da dire, allo stesso modo oggi hanno deciso di pubblicare un nuovo album perché di idee ne avevano da vendere. E, in fondo, non serve molto di più e quando le cose girano davvero bene, come nel caso di As Days Get Dark, ti puoi ritrovare tra le mani uno de dischi migliori della tua carriera. Perché se decidi di pubblicare un nuovo disco dopo anni e non lo fai –solo- per motivi economici, non devi per forza sconvolgere l’ascoltatore, basta una manciata di buone idee e non risultare ridicoli o anacronistici. Perché, in conclusione, in questi casi, quando non c’è stanchezza, ed “è stato un errore pensarlo“, si fa sempre bene a “non escludere il ritorno“. (L’Azzeccagarbugli)

One comment

  • Disco strepitoso! Non mi sembra vero che sono tornati. E bravi voi di Metal Skunk per averne parlato. Applausi a tutti e due ( voi e gli Arab).

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