Avere vent’anni: ELECTRIC WIZARD – Dopethrone

Matteo Cortesi: Il primo era un plagio dei Black Sabbath parecchio tristo – nelle intenzioni i primi due, a partire dal nome che il gruppo si è scelto, nel ben misero risultato finale una robetta dalle parti del bollito istantaneamente archiviato e mai più coperto dei Technical Ecstasy e Never Say Die – oltre che dei Cathedral di The Ethereal Mirror, quindi un plagio del plagio; il successivo Come My Fanatics invece il sottofondo perfetto per stonarsi in compagnia senza troppe pippe, la brace sempre ardente, prossima destinazione massima sfattanza e bella lì. Dopethrone è diverso, dagli altri dischi degli Electric Wizard e da quasi tutto il resto in realtà. Un buco nero. Spiritualmente vicino a Come My Fanatics, lo supera di infinite lunghezze in cattiveria, qualità e quantità della presa a male che da delimitata e circostanziata diventa cosmica, un vortice senza inizio né fine. È un disco tossico fatto da tossici che però, miracolosamente, non parla solo ed esclusivamente ai tossici (anche se di sicuro a questi ultimi arriva prima). Da un punto di vista personale è rivedere scorrere una serie di immagini sfocate e distorte di tempi lontani, ogni volta in cui la percezione ha deviato verso il lato maligno dell’esistere: la moltiplicazione delle migliaia di momenti esatti in cui la merda (o la roba troppo buona) è salita al cervello, quando Aziz ha rifilato del lucido da scarpe o l’amico con le bazze ha portato del marocchino allucinogeno o l’acqua nella bottiglietta era amara e via a scendere, in qualunque caso quando la botta diventa complessa da gestire ed è troppo tardi per tornare indietro. Poi arrivano i dolori, la paura della luce, altre false razionalizzazioni per la mente che si sta disintegrando. Tornare su è impegnativo anche senza questa colonna sonora. Infatti a Come My Fanatics, Supercoven, Let Us Prey torno sempre volentieri; Dopethrone non lo ascolto più da anni.

Stefano Greco: Pietra angolare e fondante del narcosatanismo, Dopethrone è il disco della perfetta identità tra contenitore e contenuto: la copertina raffigura Satana che fuma un bong e le sue otto canzoni suonano esattamente come Satana che fuma il bong. A livello di disagio non ha rivali. A livello di pura pesantezza nemmeno. Jus Oborn canta (sbraita?) come uno a cui stanno mettendo la camicia di forza e il disco sembra suonato ad un volume assurdo anche quando viene riprodotto a livelli tutto sommato accettabili. Ogni volta che lo metti su l’impressione resta sempre la stessa: le mura tremano e gli amplificatori sono sul punto di saltare per qualche sovraccarico elettrico. Se da quel punto di vista il suo impatto rimane immutato, per altri versi il disco nel tempo cambia parecchio: una volta superata la soglia del dolore se ne apprezzano passaggi che il marasma generale tende a soffocare. Se lo conoscete sapete di cosa sto parlando, se non lo avete mai sentito e avete intenzione di farlo allora armatevi di santa pazienza, perché ai primi ascolti obiettivamente non si capisce un cazzo di niente di quello che succede e le linee vocali in particolare sono al limite dell’intellegibile. Quasi inevitabilmente, a seconda dei casi, tutte le lodi sperticate che avrete letto nel corso del tempo vi sembreranno ingiustificate o vi faranno sentire inadatti a questa roba. Ma Dopethrone è contemporaneamente il disco più ostico e semplice che si possa immaginare. Inascoltabile fino a che non si lo si è codificato, diviene poi quasi lineare una volta che ne viene trovata la chiave. E solo a quel punto svela un suo terzo livello e palesa in tutto e per tutto il suo essere un qualcosa di profondamente malsano. Se oggi gli Electric Wizard suonano come un sanguinolento horror anni ’70, pauroso ma in qualche misura sempre finto, nel 2000 erano uno snuff movie di quelli illegali. Il livello di esasperazione di pezzi quali We Hate You o I, The Witchfinder rimane insuperato e insuperabile. In genere si pensa al doom metal come un filone passatista fino all’eccesso, è tutto vero. Non è però questo il caso di Dopethrone, che riesce ad essere un megaclassico del genere e, in totale controtendenza, spinge il tutto ad un altro livello estremizzando suono e contenuti. E, come tutta la roba che è avanti al momento della sua uscita, resta avanti per sempre.

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