Avere vent’anni: DEVIN TOWNSEND – Terria 

L’Azzeccagarbugli: Terria è, insieme a City, la più fulgida rappresentazione dell’estro di Devin Townsend, ma a differenza del disco degli Strapping Young Lad non ha mai goduto della sua stessa fama. Terria, infatti, è sempre stato relegato tra quei dischi “buoni”, di cui raramente si sente parlare male, ma neanche particolarmente bene: forse perché non possiede, obiettivamente, la stessa portata innovatrice di un City, o forse perché quando si parla di Townsend solista si citano solitamente altri dischi più “d’effetto”, ma il risultato non cambia.

Questa cosa mi ha sempre fatto impazzire, non solo perché mi sono innamorato del quarto disco di Townsend sin dal primo ascolto e questa sensazione non è cambiata di una virgola nel corso di vent’anni, ma perché penso che sia il suo lavoro più personale, ricco ed incatalogabile. Così come City – oltre ad essere “il suono della metropoli che cresce” (cit.) – costituisce la migliore espressione della componente più violenta, cupa e pessimista dell’animo di Townsend, Terria rappresenta quella più riflessiva, imprevedibile, profonda e ricca.

Se la furia cieca degli Strapping Young Lad si fa sentire in alcuni sparuti momenti (soprattutto in Mountain e in Earth Day), il resto del disco si muove su territori che, solo al fine di offrire qualche coordinata, vanno dalla psichedelia al progressive, pur se inseriti in un contesto di suoni di chiara estrazione metal. Ma c’è spazio anche per il rock più tradizionale, per momenti chiaramente pop (come la conclusiva Stagnant o alcune porzioni di The Fluke) e per passaggi acustici che contribuiscono a creare un mood costantemente malinconico, anche nelle composizioni più ritmate. Un’unione di diversi stili e atmosfere che – cosa più unica che rara – non si risolve in un effetto “compilation” o, peggio ancora, in una raccolta di brani slegati anche al loro interno e creati per suscitare sensazione nell’ascoltatore attraverso la contrapposizione di sonorità apparentemente inconciliabili. Al contrario, nel disco di Townsend ogni componente è fondamentale ed insostituibile, ognuna non sovrasta mai l’altra e tutto scorre in modo perfettamente naturale.

Tale pregio emerge particolarmente nei brani più articolati come Deep Peace o Tiny Tears (capolavoro del disco) semplicemente inclassificabili, in cui il buon Townsend riesce a far convivere Pink Floyd, metal, progressive e momenti da guitar hero nell’arco di una manciata di minuti.

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Canzoni alle quali si contrappone l’immediatezza delle altrettanto riuscite Nobody’s Here, catartica e tristissima, e della conclusiva Stagnant che apre uno spiraglio di luce tra le ombre che caratterizzano Terria. Un brano magnifico che, per chi conosce Townsend e le sue problematiche personali, sa quasi di una promessa fatta a sé stesso per il futuro:

Summer’s here, the sunlight greets the day / The winters gone, there’s no more rain today / And if I could, I’m sure that I would take your breath away/ So ain’t it funny how, after trying to find my way home / I’m in the middle now and I won’t get lost again”.

Un disco incredibile e, di fatto, irripetibile.

Perché, per quanto Townsend abbia continuato a pubblicare tanta (a volte decisamente troppa) musica di livello, e dischi come Alien ed Empath sono qui a ricordarcelo, la spontaneità di quanto costruito dal canadese dal 1995 al 2001 resta qualcosa di impareggiabile.

E Terria, in tal senso, rappresenta sia la sintesi di questo percorso, che, per alcuni aspetti, il suo apice.

Marco Belardi: Per molti anni ho lasciato completamente perdere le uscite soliste di Devin Townsend: ero incazzato con lui per il semplice fatto che gli Strapping Young Lad fossero stati messi barbaramente in pausa. L’aggravante stava tutta nel nome di City, uno dei titoli più ingombranti di fine decennio. Accaddero però ben due cose: al ritorno degli Strapping Young Lad con l’omonimo del 2003, l’album non mi piacque affatto; conseguentemente, cominciai a dar retta ai miei amici, invasatissimi nei riguardi dell’amato e sempre prodigi di pacati consigli: “SENTITI TOWNSEND SOLISTA – TERRIA – TERRIA – È ATMOSFERICO È TECNICO È BIPOLARE – È NIENT’ALTRO CHE IL CANADA”

 

Che giganteschi rompicazzo che erano. In compenso avevano una certa ragione, e io, inconsciamente, lo sapevo pure. Il debutto da solista di Devin Townsend mi era piaciuto parecchio, il secondo così così. Physicist, paradossalmente, me lo persi un po’ per partito preso: suonava molto più pesante del futuro SYL degli Strapping Young Lad, ad allora un semplice embrione, ed era stato decisamente un buon album. Ma il meglio oltre il debutto Ocean Machine vide la luce nel 2001.

Terria era tutto quello che non desideravo ottenere da Devin Townsend, almeno sulla carta. Atmosfera, canzoni dilatate, l’impressione di grandi spazi aperti, di vaste vedute. La colonna sonora per partire con solo un pieno di benzina e arrivare in mezzo alla natura incontaminata per poi renderti conto di non aver preso né una boccia d’acqua né un cazzo di nient’altro per campare. Terria mi diede anche modo di comprendere alcuni aspetti già presenti, se non addirittura lampanti, sottolineati da Infinity: il bipolarismo in musica, l’alternanza di canzoni aggressive ad altre di natura opposta, tradottasi poi nell’alternanza di interi album aggressivi ad altri come Terria. Sono fermamente convinto che Townsend fosse già completamente consapevole della natura del proprio personaggio, e che ci stesse giocando a proprio piacimento. Non ci credo neanche per il cazzo all’artista che vive i propri demoni e sputa fuori IL FLOW così come gli viene fuori, almeno, non a lui. Townsend è uno mezzo grullo ma anche particolarmente furbo, che sugli aspetti emersi in Infinity giocherà per una carriera. Gli Strapping Young Lad fanno eco davvero raramente in Terria, e un episodio che li riguarda è The Fluke, che non a caso figura fra le mie preferite. Menzionerei poi l’accoppiata Deep Peace/Canada, meravigliose entrambe, la seconda contenente il miglior ritornello di tutto l’album. Terria è anche un album in cui emerge il Devin Townsend chitarrista, ed eccellenti sono alcuni suoi assoli, fra cui quello presente in Stagnant. Non ho nient’altro da rammentare: Townsend ci aveva presi per il culo anche stavolta? Certe volte non tutto il male vien per nuocere.

Semplicemente perfetto a livello compositivo, a tratti, e non mi vergogno di dirlo, emozionante. Che Terria sia uno dei picchi più elevati toccati da Townsend in carriera, una paccottiglia a tratti noiosa o la madre di tutti i suoi mali in musica (per gli altri occorre procedere a ritroso fino a quella rovinosa caduta dal seggiolone, di fronte), è una questione su cui non m’interpello più. Comunque me lo sono riascoltato con relativo piacere: buoni vent’anni a te, Terria, il penultimo capolavoro di Devin Townsend prima dell’uscita di Alien.

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