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Avere vent’anni: DEVIN TOWNSEND – Infinity

22 novembre 2018

Non molto tempo fa ho letto un libro di Stephen King, Cell, il classico catastrofico sul filone zombie in cui la gente svalvolava in massa dopo avere utilizzato lo smartphone. Sarei curioso di ritrovarmi fra le mani uno spin-off in cui ai possessori di prodotti Apple non accade assolutamente nulla perché sono già dei fanatici allo stato terminale, ma non credo che qualcuno lo realizzerà mai. Affrontando gli ultimi anni Novanta e i primi Duemila con questa rubrica, rivedo però le gesta dei pazzi di Cell in due personaggi chiave del metal di allora: Timo Tolkki e Devin Townsend. Del primo è tutto quanto risaputo: la coltellata, il marchio Stratovarius ceduto per un casco di banane, i progetti con millemila amici che non decollavano, il degenero mentale. Townsend invece te lo diceva con la musica che era un chiaro affetto da bipolarismo, e per l’appunto ti alternava la furia dei suoi Strapping Young Lad, fuori controllo in City ed ottimamente controllata in Alien a dispetto di qualche altro capitolo meno riuscito, al suo progetto personale. Devin Townsend era il suo semplice nome, Infinity la sua seconda opera in studio… 

Che dire di Infinity? Venne fuori un anno dopo Ocean Machine, ma, in realtà, il materiale del debutto Townsend l’aveva composto a partire dalle annate trascorse con lo Steve Vai di Sex & Religion. Tutto il tempo a disposizione per mettere a punto quel lavoro, avrebbe dato modo a Townsend di realizzare il suo migliore album di sempre insieme a City stesso. L’eccessiva vicinanza con quest’ultimo lo avrebbe penalizzato un po’, nonostante il suo peggiore aspetto in assoluto fosse senza ombra di dubbio la copertina. Non potevi comprare un cd che si presentava in quel modo, sapendo che era roba appartenente a quel tipo lì, raffigurato con delle ombre applicate in post-produzione per oscurarne il cazzo in bella mostra. Ma lui puntava tutto sul fatto che l’avresti acquistato esattamente per quel motivo, perché era un pazzo furioso. La sostanza e le atmosfere erano le stesse degli Strapping Young Lad, ma l’identità della nave madre l’avremmo ritrovata più che altro nel successivo Physicist sia per motivi di line-up, sia per la sua dichiarata pesantezza. Adoro la voce possente di Devin Townsend, e il timbro atmosferico e talvolta radiofonico che permeava dischi come questo: ma nonostante episodi come Christeen, l’esito di Infinity fu quello di risultare un lavoro che non teneva assolutamente botta col suo predecessore. Non male, ma in molti frangenti più una lezione di stile che un capitolo particolarmente riuscito, e con gli alti e bassi della sua prolifica carriera, Devin Townsend ci avrebbe fatto sfoggio molte altre volte del suo tanto chiacchierato cervello diviso in due metà. (Marco Belardi)

2 commenti leave one →
  1. El Baluba permalink
    22 novembre 2018 11:30

    Insieme a Terria, il mio preferito del buon Devin. Me lo ascolto volentieri ancora adesso, sebbene Terria e’ piu’ personale. Continuo ad avere invece problemi con Physicist…boh

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  2. Dave permalink
    22 novembre 2018 19:25

    Più che altro io non ho mai capito la differenza fra gli album in solo, quelli con la Devin Townsend Band e il Devin Townsend Project…. Lui però è un genio, e ha delle doti vocali assolute.

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