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Destiny: Timo Tolkki per l’ultima volta nella stratosfera

20 ottobre 2018

I prodromi del declino di Timo Tolkki, e conseguentemente degli Stratovarius, si ravvisarono con questo disco. Allora non diedi poi troppa importanza a quelli che mi sembravano giusto degli svarioni qui e lì in quello che era comunque un buonissimo lavoro e che veniva dopo quasi dieci anni di dischi progressivamente migliori uno dell’altro, culminati con due gemme clamorose ed irripetibili come Episode e Visions, uscite entrambe nel giro di soli due anni e che, assieme ad altri capolavori usciti in quel periodo, segnarono quella stagione d’oro del power metal di cui spesso si è scritto qua sopra. Tanto per dire, immaginatevi l’effetto che possono provocare il successo improvviso, massiccio e inatteso, due anni (che poi sarebbero tre, se consideriamo anche Fourth Dimension) senza soste divisi tra tournée mondiali e studi di registrazione, oltre a tutta la pressione possibile da parte della casa discografica, sulla mente di qualcuno emotivamente molto, molto fragile com’era (e com’è) Timo Tolkki. Se vent’anni fa avessi avuto nozione di sindrome bipolare, ammesso che me ne fosse fregato alcunché, avrei potuto dire che su Destiny si sentiva molto bene il momento di down in cui era entrato Timo e da cui sostanzialmente non è più uscito, tranne che per brevi periodi e aiutato dai farmaci. Peccato. 

D’altronde, la chiave del successo degli Stratovarius era e rimane Timo Tolkki, che è stato capace, almeno fino ad un certo punto, di incanalare tutto il suo tormentato vissuto emotivo in canzoni – per lo più bellissime –  che trasudano la glaciale e vuota ineluttabilità del fato e dell’universo laddove, al contrario, non si tratti di inni alla vita e all’amore. Senza mai nulla in mezzo, bianco e nero, su e giù, Timonellastratosfera e Timosulfondodegliabissi.

I bipolari sono persone delicate, non reggono lo stress e sicuramente non per periodi prolungati, cari lettori, sicché tre anni intensi come quelli vissuti dagli Stratovarius a metà anni Novanta sono costati a Timo molto, moltissimo. Ne è valsa la pena? Per lui direi proprio di no, da ascoltatore e fan (almeno fino ad un certo punto) sicuramente di sì, visto che anche su Destiny di pezzi belli ce ne sono molti, a partire da Venus In The Morning, continuando con le varie Rebel, Years Go By, 4000 Rainy Nights (molto alla Queensryche di Empire) e blablabla. I macroscopici difetti del disco sono i due pezzi più lunghi, inutilmente prolissi, posti in apertura e chiusura, cioè Destiny e Anthem Of The World: la prima inconcludente, la seconda castrata da un ritornello stupido e insipido, di quelli composti, appunto, dal Tolkki peggiore nel prosieguo di carriera. Diciamo che, insieme a poco altro di Infinite, questo è l’ultimo disco degli Stratovarius a cui sono affezionato e che ogni tanto riascolto volentieri. Già che ci siete riascoltatelo anche voi. (Cesare Carrozzi)

3 commenti leave one →
  1. Fanta permalink
    20 ottobre 2018 13:24

    Alcuni non accedono mai a una dimensione di pura maniacalità, di esaltazione sconsiderata e spesso autolesionistica. Vivono piuttosto cicli tremendi di abbattimento del tono dell’umore, un malessere che può essere annichilente. Le persone con disturbo bipolare di tipo due non riescono nemmeno a godere di una felicità grottesca come può essere l’effimero entusiasmo dello sperperare ventimila euro in tre giorni. È un male che sembra arrivare dal nulla. Molti di noi, perché ognuno di noi è immerso in una normale ciclotimia, sanno erigere difese. Quando le cose vanno di merda, quando si è sotto pressione si può imparare a fregarsene. Maschere, già. Maschere che altri invece non riescono ad indossare.
    Così quando arriva quel treno a travolgerti non ti scanso nemmeno di un passo. Ti lasci andare alla disperazione. Anzi, la attraversi in un crescendo esponenziale di sgomento. Senza pelle, senza speranza.

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  2. 20 ottobre 2018 15:20

    Un Carrozzi sorprendentemente “umanista” che si fa leggere volentieri.

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  3. weareblind permalink
    20 ottobre 2018 21:54

    Mai piaciuti musicalmente, ma vicino nella malattia.

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