STRATOVARIUS – Elysium (Armoury)

Gli Stratovarius sono stati un po’ tutto. Il futuro del metal, la rovina del metal, l’evoluzione, l’involuzione, uno stereotipo positivo e uno stereotipo negativo; e si sono meritati la maggior parte di tutto questo. Sono stati un gruppo enorme, unico, seminale, per poi lentamente accartocciarsi su sé stessi fino a finire nel più profondo e buio dei baratri proprio a causa di chi più di ogni altro li rappresentava e li aveva fatti diventare quelli che erano. Nessun gruppo avrebbe potuto rialzarsi da quell’abisso, e difatti non ce l’hanno fatta.

Questi non sono più gli Stratovarius. Elysium esiste solo perché Timo Tolkki, in uno dei suoi momenti di depressione più nera, ha ceduto a titolo gratuito i diritti della band agli altri membri. Letteralmente. Nel senso, è andata proprio così, se qualcuno non c’era o non se lo ricorda. All’epoca lo stesso Tolkki ci aveva abituato a dichiarazioni di ogni tipo, da Gesù Cristo che gli parlava all’orecchio alla foto in cui mostrava il suo braccio fasciato con carta igienica e scotch da imballaggio a suo dire opera di un fan impazzito a Madrid che lo aveva accoltellato. Proprio in quel periodo andò da un notaio e cedette tutti i suoi diritti agli altri. Tolkki era chiaramente incapace di intendere e di volere, eppure gli altri si affrettarono ad arraffare l’arraffabile. 

Risultato? Due dischi a nome Stratovarius. Un gruppo che fa finta di niente, si prende un altro chitarrista-compositore e avanti così. Neanche lo sforzo di scriversi i pezzi da soli: scrive quasi tutto il chitarrista come succedeva prima, solo che prima il chitarrista era il membro fondatore e anche l’unico rimasto della formazione originaria; adesso invece si chiama Matias Kupiainen e proviene dai Fist in Fetus.

Magari per molti di voi gli Stratovarius sono un gruppo che ha fatto dischi intercambiabili e che è esso stesso intercambiabile –musicalmente e concettualmente- con un qualsiasi altro gruppo alla Stratovarius venuto dopo; capirei questo pensiero, perché per un determinato periodo della loro vita se lo sono meritato, ma non è così. Gli Stratovarius era un gruppo finlandese fino al midollo, inteso nel senso di aderenza ad un modo di essere, di suonare, di approcciarsi alla vita così come alla fase compositiva. Avevano una loro unicità che era non solo musicale, ma pure concettuale.

MA –e c’è un MA grosso quanto una casa- innanzitutto per quello che erano diventati a un certo punto è anche meglio che non siano finiti così tanto ingloriosamente, e poi il weltschmerz di Tolkki è sempre venuto fuori involontariamente, quello che a lui interessava erano le canzoni. Quindi abbiamo ascoltato il disco ed abbiamo sentito le canzoni.

Che non sono male. Il precedente Polaris era piuttosto anonimo, ma qui il livello è mediamente alto. La produzione è piuttosto secca, e la voce di Kotipelto con gli anni è migliorata. A parte la noiosetta Fairness Justified non si ha mai voglia di premere il tastino di skip; anche Infernal Maze, in realtà troppo strombazzante per il mood dimesso del disco, è il classico pezzo che in un disco degli Strato ci sta. L’unica canzone secondo me davvero degna di essere suonata dal vivo affianco ai vecchi classici è The Game Never Ends, scritta da Johansson: semplice, orecchiabilissima e con un testo meraviglioso:

Per il resto è molto meglio del precedente, e di un altro pianeta rispetto ai due Elements e all’agghiacciante album omonimo. La suite finale da diciotto minuti fa schifo, ma anche questa è tradizione. (Roberto ‘Trainspotting’ Bargone)

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