Eternal Hails: i Darkthrone hanno rotto le scatole?

Ciccio Russo: C’è un limite a quanto l’attitudine, il valore simbolico, il ruolo nella scena, la coerenza (che non è quasi mai un pregio di per sé, anzi, è spesso vero il contrario) possono fungere da alibi per la sterilità compositiva e questo limite i Darkthrone lo hanno superato da un pezzo. La band norvegese ha smesso di essere artisticamente vitale dopo The Cult Is Alive, ovvero da quando sono diventati una sorta di karaoke nerdistico teso a celebrare la collezione di dischi di Fenriz, che a me sta simpaticissimo e del quale trovo commovente la passione genuina e adolescenziale con la quale tributa le band più improbabili delle scene più astruse, ci mancherebbe. Non riesco però a considerare fecondo, interessante o salutare un approccio che, per eterogenesi dei fini, diventa il più postmoderno dei giochetti, a partire dalla caccia alla citazione non si sa quanto volontaria o frutto di sciatteria.

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Se un gruppo underground thailandese al primo Ep avesse infilato pari pari il riff di Let Me Put My Love into You degli Ac/Dc all’inizio di un pezzo, come avvenuto in The Hardship of the Scots dal precedente Old Star, lo avremmo preso tutti a pernacchioni. Invece, non si sa bene perché, ai Darkhtrone tutto è concesso e ogni loro uscita, per quanto mediocre e insulsa, viene accolta da plausi pressoché unanimi, con uno sconfortante conformismo che è anch’esso postmoderno, giacché non riesco a non vederlo in parte legato alle dinamiche da social network che – invece di premiare i punti di vista critici e personali – fomentano gli istinti tribali più primitivi, le stesse dinamiche pecorone in virtù delle quali affermare che forse i Blood Incantation sono sopravvalutati suscita le stesse reazioni del bestemmiare la Madonna ruttando all’interno di Notre Dame mentre viene eseguito l’Ave Maria di Schubert alla presenza del Papa.

Non sono un fautore dell’innovazione a tutti i costi e alcuni dei miei gruppi preferiti, dai Ramones ai Motorhead, hanno grossomodo inciso sempre lo stesso disco. Solo che i Ramones e i Motorhead furono band rivoluzionarie che rivoltarono la musica rock come un calzino, influenzarono migliaia di band e poterono quindi permettersi di ripetere loro stessi fino alla fine. Potremmo dire le stesse cose dei Darkthrone se oggi si limitassero a rifare Transilvanian Hunger con minime variazioni. Il bello è che i norvegesi per i primi quindici anni della loro carriera discografica, pur restando nel solco di una tradizione che contribuirono loro stessi a inventare, addirittura non incisero mai un Lp davvero uguale all’altro. Anche per questo l’ennesimo collage di riff stantii presi dai Celtic Frost che è questo Eternal Hails imbarazza e deprime.

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La cosa migliore è l’outro di Lost Arcane City of Uppakra, quantomeno perché poi l’album finisce. L’iniziale His Masters Voice è sopportabile ma serve un notevole sforzo di volontà già per arrivare al termine della successiva Hate Cloak, una sequela di power chord a casaccio che si trascina a tentoni senza una direzione, come un ipovedente sbronzo intrappolato in un cunicolo. Pure Arctic Thunder era brutto e inutile ma lì almeno i pezzi duravano pochi minuti. Qua invece ci vengono serviti cinque interminabili saggi di vuoto pneumatico, noiosi, stanchi, mosci, senili, senza vita e senz’anima, il cui ascolto reiterato si rivela una tortura che manco i supplizianti di Hellraiser sarebbero riusciti a escogitare. Una roba come Eternal Hails la sa scrivere un qualsiasi quattordicenne in fissa con Morbid Tales che abbia imparato a strimpellare i primi bicordi l’altro ieri. Parafrasando l’arcigno Carrozzi, i Darkthrone hanno rotto il cazzo.

Barg: No, i Darkthrone non hanno rotto il cazzo. Specifico che nel titolo abbiamo scritto “scatole” perché altrimenti gli algoritmi di Google e dei social network ci penalizzerebbero e da quel punto di vista già stiamo sulla lista nera.

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Comunque: i Darkthrone non hanno rotto il cazzo perché, a parte tutti i discorsi di principio e di concetto, Eternal Hails non è male. In particolare le ultime due tracce sono belline. Certo, non è un capolavoro, come non lo è nessun disco dei Darkthrone dopo Panzerfaust (con l’eccezione di Plaguewielder), né è un disco in alcun modo memorabile, proprio come gli altri – in senso letterale, dato che i loro album degli ultimi vent’anni li ho sentiti parecchie volte e a parte qualche pezzo qua e là non li ricordo minimamente. I Darkthrone avevano effettivamente iniziato a rompere un pochino il cazzo quando erano in fase cazzeggiona, con tutti quei riferimenti allo speed metal, gli urletti in falsetto eccetera, e infatti lo avevo scritto nella recensione di The Underground Resistance. Ora però mi pare che siano tornati in carreggiata, e sinceramente da un gruppo con 35 anni di carriera non è che mi aspetti un capolavoro. Sarei peraltro molto più indispettito se avessero inscenato un ritorno al black rifacendo i primi album in copia carbone, come si sono ridotti a fare i Mayhem o svariati altri.

Comprendo il fastidio sull’aura di intoccabilità attitudinale di Fenriz, in un certo senso diventato un personaggio da social, ma alla fine, al di là di ogni discorso di principio, resta che Eternal Hails è un dischettino caruccio, che si lascia sentire dall’inizio alla fine senza problemi. Certo, è una riproposizione scolastica di vecchi stilemi anni Ottanta, ma sinceramente non saprei cosa pretendere di più da loro. Alla fine penso sia semplicemente questione di gusti e nient’altro. E credo anche che, alla lunga, il loro ostinarsi a non salire mai su un palco gli abbia nociuto: questa roba, nelle giuste condizioni, dal vivo avrebbe tutto un altro effetto.

6 commenti

  • I Celtic si sentono come la puzza di baccalà a casa mia la vigilia di Natale ! D’accordo, può dare fastidio agli ospiti ma a me fa venire solo l’ acquolina in bocca. Bentornati 🤘

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  • Ho trovato questo disco piuttosto noiosetto, una specie di versione scarsa dei candlemass (o di qualsiasi gruppo X doom) con una produzione ovattata ; e rispetto agli ultimi è probabilmente il peggiore. A me non dà fastidio il loro citazionismo spinto, finché i pezzi sono validi e ci sono dei bei riff, cosa che manca in questo ultimo lavoro. Se poi la gente non si rende conto di plagi palesi ( appunto il riff di Let me put my….degli AcDc sul disco precedente, e non mi pare che in giro lo avessero notato in molti ai tempi) è perché il medio ascoltatore metal al giorno d’oggi non sa un cazzo dei classici. Altrimenti non si spiega il proliferare di band di merda che non hanno la minima personalità

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  • Ma i Darkthrone,che io ho incominciato ad amare pochi anni fa, se mi posso permettere, vanno amati se uno lo vuole proprio per la loro intera opera, per l’insieme delle idee, per il loro essere underground resistent, per i titoli e i nomi e dei dischi e delle canzoni, titoli e nomi evocativi.Ormai ci è rimasto questo, nel metal: nomi che tributano, titoli che osannano, dischi e canzoni che sono altari di un ideale perduto; è risaputo che i poeti si immolano giovani, bruciano e si bruciano e ci lasciano, e se non muoiono e smettono di darci capolavori è come se fossero morti lo stesso, morti comunque per noi, al nostro posto. Se uno non sopporta i Darkthrone non li ascolta. Se fanno altri dischi “nonmemorabili” ma che comunque non intasano gli autogrill e non sono certo “Mainstream”, chi siamo noi per impedirglielo? Fenriz è un personaggio da social se tu segui i social; se tu non segui i social allora Fenriz non lo è. Che cosa vogliamo, la purezza? Che senso ha criticare Fenriz? Che senso ha criticare Max Cavalera?, o Nergal? Sarebbe come criticare Francesco Rosi perchè negli anni settanta ha fatto “Il caso Mattei” e poi negli anni ottanta non ha fatto altri film di quello spessore.

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  • @Trainspotting: Ma quindi è colpa degli algoritmi di Google se non scrivi altre puntate del Blog Di Donne Belle?

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