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Il più grande disco rock degli anni ’90: TURBONEGRO – Apocalypse Dudes

28 dicembre 2018

Se lavori nel pronto soccorso psichiatrico di una grande città come Milano, sarai abituato a vederne di ogni. Ma comunque dovrà aver fatto il suo effetto trovarsi davanti in piena notte un ciccione norvegese con la faccia pittata, farneticante e strafatto di eroina. Chissà se chi era di turno quel 1 dicembre 1998 sapeva che quel ciccione era nientemeno che Hank von Helvete, il frontman di quella che allora era indiscutibilmente la più grande rock band sulla piazza. Molto probabilmente no; l’Italia fu uno dei Paesi europei dove Apocalypse Dudes vendette di meno, il che dimostra quanto ci meritiamo il ruolo marginale che ci tocca nella scena. Tuttavia un posticino nella storia ci spetta, perché fu in quel pronto soccorso psichiatrico che i Turbonegro si sciolsero, come raccontò Happy Tom nell’unica intervista rilasciata dopo lo split.

Trovatemela una storia più rock’n’roll di questa. Un gruppo all’apice del successo e della creatività che va a puttane in questo modo dopo aver pubblicato il disco con il quale avrebbe dovuto prendersi il mondo e scoparselo in ogni orifizio (negli Usa Apocalypse Dudes sarebbe addirittura uscito solo nel gennaio ’99). Oltre a quella meneghina, sarebbero state annullate le altre date restanti, ovvero quelle in Germania, dove invece la band di Oslo aveva un pubblico tra i più folti. C’erano pure i Nashville Pussy di supporto, pensate che tour, diomadonna.

So bene cosa avranno pensato molti di voi di fronte al titolo di questo articolo. Eh, ma Nevermind. Eh, ma Ten. No, col cazzo, amici miei (se stavate azzardando un eh, ma Ok Computer, leave the hall e di corsa pure). Intendiamoci, a me il grunge piaceva tantissimo, sui dischi summenzionati e un altro paio ci ho speso l’adolescenza ma me la sono pure rovinata. I Turbonegro furono la vendetta dello spirito dionisiaco del rock’n’roll contro coloro che ne avevano fatto una roba tormentata e dimessa, a volte sempre bellissima ma di fatto perniciosa, spingendoci a perdere tempo a innamorarci di tipe alla Natalie Imbruglia invece di trombarci tutto quello che passava. O a pensare alla droga come a qualcosa di sinistro quando, invece, come insegna anche Bill Hicks, la droga è prima di tutto una cosa divertente. Certo, poi finisci al pronto soccorso psichiatrico di Milano con un razzo nel culo ma, ehi, ogni cosa ha il suo prezzo.

In Apocalypse Dudes c’era tutto quello che aveva reso questa musica una roba sporca, urticante, maleducata e viziosa nei due decenni precedenti. C’era tanto testosterone da ingravidare un’ascoltatrice con due accordi. C’era un approccio demenziale che avvolgeva un nocciolo di maledettismo vero. C’era un look a metà tra i Village People e Querelle de Brest, a richiamare l’ossessione per la sodomia che continua a gocciolare dalle varie Rock Against Ass e Rendezvous With Anus. C’erano i Kiss, c’erano (e parecchio) i Dictators, c’erano i Ramones, come dal principio, c’era il glam rock, sia nell’accezione settantiana che in quella ottantiana del termine, c’era quel power pop lercio e sudato che, in seguito, sarebbe divenuto ancora più presente. E c’erano pure i Motörhead, dai, sentitevi l’attacco di batteria di King of the Rodeo e ditemi se non è una citazione volutissima di Overkill.

La cesura vera c’era stata tra i primi due lavori, non proprio imprescindibili, e il sovrumano Ass Cobra ma lo stacco rispetto al predecessore – che era ancora un album punk, per quanto sui generis – è comunque molto netto. C’entra il fatto che due dei membri vecchi avevano cambiato strumento a favore di due tizi nuovi ai quali si deve buona parte del salto in termini di suono (il resto è frutto di una produzione assai più curata e nitida). Arrivano le tastiere, alle quali si dedica Pal Pot Pamparius, che sul disco prima era uno dei due chitarristi e poi, leggenda vuole, dopo un periodo di ritiro più o meno spirituale in Thailandia, era tornato in Norvegia e aveva aperto una pizzeria con risultati piuttosto discutibili, come viene tramandato nell’immortale opener The Age of Pamparius. A sostituirlo c’è Euroboy, che suona assoli elaborati di marca hard rock, persino a contrappunto delle parti vocali. Andatosene Bingo, Happy Tom aveva invece imbracciato il basso, lasciando le pelli al più dotato Chris Summers. Il tiro pazzesco che rende così trascinanti Self Destructo Bust e Zillion Dollar Sadist è soprattutto merito del suo picchiare adrenalinico quanto misurato e preciso.

La reunion sarebbe arrivata nel 2003, perché, ad avere qualcosa di così grosso tra le mani, era da scemi non riprovarci, non importa quanto il tuo cantante fosse incontrollabile e ti stesse sulle palle. Scandinavian Leather, il disco della reunion, non sarà certo brutto ma mi fece incazzare tantissimo e lo ricordo come una delle peggiori delusioni della mia vita. Perché ascoltarlo con Apocalypse Dudes in testa è come immaginarsi i Metallica sciogliersi dopo Master of Puppets e poi uscirsene cinque anni dopo con Death Magnetic. Che pure non sarà brutto ma, insomma, ci siamo capiti. (Ciccio Russo)

 

 

9 commenti leave one →
  1. weareblind permalink
    28 dicembre 2018 12:27

    Che gran pezzo, Ciccio. I miei complimenti.

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  2. bombrider666 permalink
    28 dicembre 2018 13:42

    noi eravamo fuori dal Tunnel e Hank ci entrava diretto..il disco ce lo ha dato Euroboy dal tour bus..

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  3. Cosmo Kidd permalink
    28 dicembre 2018 16:23

    be’…sì…se lo gioca il primo posto con “Payin’ the Dues” degli Hellacopters.

    Piace a 1 persona

  4. 28 dicembre 2018 17:43

    “sui dischi summenzionati e un altro paio ci ho speso l’adolescenza ma me la sono pure rovinata. I Turbonegro furono la vendetta dello spirito dionisiaco del rock’n’roll contro coloro che ne avevano fatto una roba tormentata e dimessa, a volte sempre bellissima ma di fatto perniciosa, spingendoci a perdere tempo a innamorarci di tipe alla Natalie Imbruglia invece di trombarci tutto quello che passava”.
    Non si poteva né si potrà dirlo meglio di così. Perché è andata esattamente così. Non uno, ma cento “Apocalypse Dudes” ci sarebbero serviti. Peccato.
    Cappello (da marinaio) a Ciccio Russo.

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  5. 28 dicembre 2018 21:25

    Premesso che nevermind, ten, natalie imbruglia (i minuscoli non sono dovuti alla fretta, ma voluti) e molti altre cose di genere simile non hanno mai significato nulla e sono stati giustamente dimenticati nel turbinio dell’eterno divenire, questo è un grande ricordo di un grandissimo gruppo che ha contribuito a darci speranza, proprio in quegli anni bui.

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    • Cure_Eclipse permalink
      2 gennaio 2019 20:59

      Mi sembra esagerato dire che Nevermind e Ten siano stati dimenticati. Giusto questo appunto, per il resto non discuto i gusti di nessuno.
      P.S.Eh, ma Jar Of Flies… 😀

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  6. saturnalialuna permalink
    29 dicembre 2018 14:21

    Grazie per questo spaccato di un pensiero condiviso da pochi, purtroppo.
    Ma anche se pochi, noi abbiamo capito il senso della vita, gli altri si coddino.
    Metal Skunk über alles!

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  7. blackwolf permalink
    29 dicembre 2018 16:26

    Quanta verità, Ciccio. Più Turbonegro e più Ciccio Russo per tutti.

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  8. Eurospinboy permalink
    1 gennaio 2019 20:37

    Comunque non c’è nessun King of the rodeo, semmai Prince of the rodeo… Per il resto, chapeau.

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