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I’m getting ready for Alfano: TURBONEGRO – RockNRollMachine

12 febbraio 2018

Dopo Hank Von Helvete, che sembrava impossibile da rimpiazzare, se ne era andato pure Pal Pot Pamparius. A Sexual Harassment mi ero quindi avvicinato con diffidenza. Però non era peggio di Retox, l’ultimo, spento disco con l’ex frontman. Poco dopo ebbi l’occasione di spararmeli dal vivo all’Hellfest e fu fantastico. Ok, non li ho mai visti con Hank (sigh) ma fu davvero clamoroso, posto che all’Hellfest non furono gli unici a fare il concerto della vita, quindi c’entrava pure il contesto. Forse pure per questo mi ero approcciato a RockNRollMachine con aspettative piuttosto alte.

Il primo impatto era stato abbastanza negativo, a parte quei due singoli già noti, e pure piuttosto remoti (Special Education è di due anni fa, Hot For Nietzsche addirittura del 2015). L’intro richiama quella di The Age of Pamparius, suscitando subito confronti inopportuni. Fist City, basata su uno stupidissimo riff boogie alla Ac/Dc da gruppo d’apertura del festival stoner primaverile di Skrotenburg, è una puttanata ma una volta resoti conto che lo è di proposito dà meno fastidio. La title-track, al primo impatto, mi era risultata quasi respingente, con quelle tastiere cafone anni ’80 e quel ritornello stucchevole. Ormai sono riuscito a farmi piacere pure quella. E le suddette tastiere cafone anni ’80 hanno iniziato a conquistarmi. In Skinhead Rock&Roll e nell’adorabile John Carpenter Powder Ballad l’intento premeditato è ripercorrere le gaie gesta dei migliori Van Halen e Bon Jovi. E funziona. Estraendo una metafora dalla loro passata ossessione per la sodomia, si potrebbe dire che all’inizio fa male ma poi scorre che è una bellezza. 

Rubo a quel lavativo di Enrico un commento tratto da una discussione telematica su ‘sto disco perché spiega benissimo l’ottica giusta con la quale affrontare la faccenda:

Nella vita “normale” hanno tutti altro a cui pensare e come band ormai si limitano a fare una manciata di concerti all’anno e a incidere qualche pezzo random che poi, se va bene, finisce in un album-contenitore come questo, il quale di conseguenza non può che essere disorganico e privo di mordente.

Nel prosieguo della discussione, ha convenuto pure lui che l’album resta nell’orecchio e si fa riascoltare volentieri. Quello che spiazza di primo acchito è l’ammorbidimento del suono, l’assenza di quelle zampate punk alla vecchia che in Sexual Harassment colpivano ancora. Nondimeno, RockNRollMachine, una volta digerita un’evoluzione tutto sommato sensata e ragionevole, ha più pezzi del predecessore. Prende bene, una volta che hai iniziato a considerarlo il cazzeggio di lusso di di tre persone (nella formazione attuale ci sono tre sesti di quella originale) che hanno fatto parte di uno dei più grandi gruppi rock’n’roll degli anni ’90 e, di conseguenza, da parte non si possono fare. E si iniziano a trovare divertenti quelle trovate amene che in un primo momento erano risultate irritanti, a partire da citazioni (non male quella da Holiday in Cambodia piazzata al centro di On The Rag, registrata dal vivo da qualche parte in Danimarca) e autocitazioni assortite.

Nello stop finale di Special Education Anthony canta chiaramente I’m getting ready for Alfano. Sentitela e ditemi se mi sbaglio. (Ciccio Russo)

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