IRON MAIDEN @San Siro, Milano – 18.06.2026
La mia prima volta con gli Iron Maiden fu a Roma nel 1998, con Blaze alla voce. Fecero quasi tutto Virtual XI, compresa The Angel and the Gambler in versione integrale, che è una di quelle esperienze che ti fortificano dentro. Capirete che da lì è tutto in discesa, figurarsi un tour in cui pescano solo dai primi sette dischi (con l’ovvia eccezione di Fear of the Dark), anche se all’epoca di spalla c’erano gli Helloween di Better Than Raw, mentre stavolta ci dobbiamo accontentare dei Trivium.
Quando usciamo dalla fermata della metro già sentiamo una musica distante e confusa; abbiamo pensato che fossero le lontane note dei Trivium, invece era un signore anziano, un po’ malmesso, che cantava e suonava la chitarra elettrica al bordo del marciapiede, con la stessa pulizia di suono che avrebbero potuto avere, per l’appunto, i Trivium ascoltati da cinquecento metri fuori dallo stadio. Sinceramente impossibile capire se stesse suonando Jimi Hendrix o i Gorguts. Ad ogni modo prima di riuscire a entrare ci mettiamo un po’, tra file, tornelli, controlli, contro-controlli e perquisizioni, quindi i Trivium ce li perdiamo, ma rimediamo beccandoci con Alessandro Colombini, stagista ufficiale di Metal Skunk, che per meglio integrarsi nella redazione è ufficialmente diventato pelato. HAIL COLOMBINI. Degustiamo una eccelsa birra in bicchiere di plastica a 9 euro (nelle bancarelle fuori stava a 8, attenzione) e ci infiliamo tra la folla in attesa che parta Doctor Doctor.
Mi guardo intorno e il colpo d’occhio è impressionante. Gli spalti sono pieni quasi da una metà curva all’altra e sul prato ci sono migliaia di persone; non saprei quantificare con esattezza, ma ho sentito parlare di circa 45mila biglietti venduti. La cosa incredibile è che la maggior parte degli astanti ha una maglietta degli Iron Maiden: questo fenomeno si è sempre verificato nei loro concerti, quindi non dovrebbe più stupirmi, ma ogni volta rifletto sul fatto che non esistono altri gruppi metal per i quali accade questa cosa. Neanche per i Metallica, che hanno un pubblico completamente diverso e ai cui concerti, come sappiamo, non bisogna mai indossare una loro maglietta perché altrimenti la gente pensa male.
Partono le prime note di The Ides of March e dalla folla scoppia un boato assordante. Si comincia con i pezzi dell’era Di’Anno: Murders in the Rue Morgue, Wrathchild, Killers e Phantom of the Opera. Inizialmente la resa sonora non è il massimo, anche a causa del volume basso, come da regolamento comunale; io sono in una posizione ideale, cioè al centro del prato esattamente di fronte al palco, ma le chitarre arrivano poco e soprattutto Bruce quasi non si sente. Certo, non aiuta il fatto che ci sono decine di migliaia di persone a cantare né che lui è sempre stato un diesel (Live After Death ne è la più fulgida testimonianza), ma nei primissimi minuti si sentono quasi solo quegli urletti che fa per incitare il pubblico, avete presente, tipo in Wrathchild, “I’m a – ESGRUEUAI”. Piano piano però la situazione migliora, il suono diventa più corposo e bilanciato e soprattutto Bruce si accende definitivamente. Da quel punto in poi, gli Iron Maiden tornano a dimostrarsi quella macchina da palco perfettamente rodata che tutti conosciamo. Certo, l’età passa per tutti, ma di certo questi sono tra i settantenni più in forma che io abbia mai visto.
Con The Number of the Beast inizia la fase incentrata sull’era Dickinson e San Siro rimbomba come nei migliori derby della Madonnina. Il megaschermo trasmette video in sintonia coi testi dei vari pezzi, l’effetto è indubbiamente suggestivo ma non posso fare a meno di rammaricarmi del fatto che siano stati realizzati con l’intelligenza artificiale. L’eccezione è proprio The Number of the Beast, durante la quale scorrono spezzoni di vecchi film horror: Nosferatu, Der Golem, quelli della Hammer, eccetera. Bruce si cambia d’abito spesso, sempre coerentemente con ciò che sta cantando, e il più delle volte sale su una pedana sopraelevata dietro al resto della band, così che anche noi persi in mezzo alla calca riusciamo a vederlo bene. La scaletta fa paura, con Rime of the Ancient Mariner e Hallowed Be Thy Name da brividi. La chiusura temporanea è affidata ad Iron Maiden, che riprendendo l’era Di Anno si ricollega all’inizio del concerto. Nel bis ci sono Aces High, Fear of the Dark (con addirittura un fumogeno che spunta dal pratone) e Wasted Years, con Adrian Smith che si prende la scena. Finisce tutto e intorno a me vedo solo gente che sorride. Bruce continuava a ripetere che questo dei Maiden è il primo concerto metal a San Siro (anche se tecnicamente i primi sono stati i Trivium), e direi che l’esperimento è andato benissimo.
A proposito del pubblico degli Iron Maiden. I grossi nomi del metal hanno pubblici molto diversi tra loro: quello dei Metallica, ad esempio, è per una discreta parte assimilabile a quello di Vasco Rossi; a vedere gli Slipknot ci vanno parecchi rimastini da centro sociale convinti di assistere alla cosa più violenta e trasgressiva immaginabile; sotto al palco dei Dream Theater si assiepa gente che discetta dei laser game della Lucas Arts, del miglior disco prog italiano del 1972 e della differenza tra le accordature del tom di Mangini e di Portnoy. E così via. In tutti e tre i casi citati, aggirandoti tra la folla riesci a notare come molti non siano perfettamente definibili come metallari. Dagli Iron Maiden invece no: vedi solo metallari. Molti magari all’acqua di rose, magari entry level, diciamo così, però metallari. Questo perché i Maiden sono sempre rimasti all’interno dei confini del genere, sia stilisticamente che mediaticamente: non hanno mai avuto ballate strappalacrime in rotazione nelle radio, non hanno mai puntato particolarmente sull’immagine né hanno mai fatto qualcosa che potesse attirare i diplomati al conservatorio. Hanno semplicemente fatto sette dischi che tutti noi amiamo e che sono il grado zero di ciò che ascoltiamo. E, anche quando l’ispirazione è andata via, hanno sempre continuato più o meno a fare quello che facevano prima, certo molto peggio, certo in maniera molto più annacquata, ma sempre senza mai strizzare l’occhio a un pubblico “esterno”.
Tutto questo per dire che un concerto come questo, con San Siro riempito da quasi cinquantamila persone, è ovvio che raschia il fondo del barile sociale. Perché a vedere i Maiden non ci va solo quella manciata di migliaia di metallari praticanti che poi si ritrovano in giro tra locali e festivalini: ci vanno tutti, ma proprio tutti, quindi anche gente che presenzia solo a questo tipo di eventi, gente che ascolta quasi solo i Maiden, gente che “ha smesso” oppure, all’opposto, gente che è al primo o secondo concerto della propria vita nonostante un’età non proprio verdissima. Ed è stato divertente, su alcuni gruppi social di cui si è già parlato qui, leggere come alcuni siano andati in ansia per l’attesa di qualcosa che non sono evidentemente abituate a fare, tipo andare a un concerto. Ne cito giusto qualcuna, senza fare screenshot per ovvi motivi:
–Ma se arrivo alle 19 mi fanno entrare senza problemi? (no, ti ferma un valletto e ti dice che devi aspettare il secondo atto, come alla Scala)
–Qualcuno per caso sa se domani a Milano piove? (ci hai presi per Alexa?)
–Secondo voi mi fanno portare le medicine per l’asma? (assolutamente no, i concerti non sono roba per mammolette. Se ti viene un attacco d’asma verrai sacrificato a Satana dai tizi del merchandising)
–Sapete se dentro allo stadio vendono da mangiare e da bere? (no, l’obiettivo è farti morire di fame e di sete. E di asma)
–Ho sentito che per omaggio a Ozzy faranno Paranoid (sì certo, poi si volevano così tanto bene)
–Alexander the Great la fanno? (è la stessa scaletta dall’inizio del tour, immutabile, ma non si sa mai, magari proprio oggi la cambiano e fanno pure The Angel and the Gambler)
–Ma perché ti sequestrano le bottiglie di birra all’ingresso se poi te la vendono dentro? (l’obiettivo non è farti smettere di bere, mica sono gli Alcolisti Anonimi)
–Posso portare la sediolina da spiaggia e l’ombrellone per ripararmi dal sole? (come no, portati pure secchiello e paletta così durante i Trivium puoi fare i castelli con le zolle di San Siro)
–Se mi nascondo i tappi nelle mutande posso entrare con la bottiglietta d’acqua? (se te li nascondi da un’altra parte vai ancora più tranquillo)
Ed è tutto anche per oggi, credo. Come chiosa, segnaliamo che in tribuna era presente anche Dennis Stratton, che in questo periodo è in tour nel Nord Italia. Ah, e alcuni amici batteristi di Belardi dicono che Simon Dawson è andato un po’ fuori tempo durante 2 Minutes to Midnight. Gli credo, anche se non me ne sono accorto perché sono stato sempre a cantare. Del resto SCREAM FOR ME SAN SIRO! Up the irons come sempre. (barg)
Scaletta:
The Ides of March (intro)
Murders in the Rue Morgue
Wrathchild
Killers
Phantom of the Opera
The Number of the Beast
Infinite Dreams
Powerslave
2 Minutes to Midnight
Rime of the Ancient Mariner
Run to the Hills
Seventh Son of a Seventh Son
The Trooper
Hallowed Be Thy Name
Iron Maiden
–
Aces High
Fear of the Dark
Wasted Years





insomma, alla fine avete ceduto e siete andati 😉
Sul pubblico dei Maiden saranno metallari, ma all’acqua di rose. Nel senso l’80% è gente che ascolta solo loro, o li ascoltava e sono andati per l’hype di San Siro, ma probabilmente sono 20 o 30 anni che non ascoltano più metal.
Buon per voi che vi siete divertiti, questi live non sono ciò che cerco oggi come oggi
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