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Abbath ha superato il suo meme e io mi sento quasi colpevole

18 novembre 2019

I video li avrete visti un po’ tutti, se ve ne frega anche solo vagamente. Abbath inaugura il tour sudamericano con una data a Buenos Aires che va in vacca in maniera miserevole. La band, i cui componenti nel corso dell’ultimo anno sono cambiati tutti (la formazione che avevo visto al Netherlands Deathfest due anni fa aveva, per la cronaca, spaccato, poi non so cos’è successo), si presenta in tre. Il chitarrista era rimasto in albergo per dissidi non meglio specificati con l’ebbro frontman. Provano ad attaccare con Count the dead, dall’esordio omonimo, che non mi era piaciuto, così come non mi è piaciuto il recente Outstrider (avevo iniziato a scrivere la recensione ma poi ho lasciato perdere, dato che si stava risolvendo tutto in un confronto impietoso con il bellissimo Northern Chaos Gods di Demonaz, riappropriatosi del marchio Immortal). Dopo una manciata di secondi, Abbath butta la chitarra a terra e si lancia tra il pubblico. Poi risale sul palco e abbozza il riff di Tyrants, uno dei pezzi della vecchia band in scaletta. Ma sta troppo fatto o ubriaco e abbandona la scena. Viene annullato tutto il tour sudamericano per “problemi di salute”. I fan intervenuti, incazzatissimi, chiedono giustamente il rimborso.

Potremmo pensare che negli anni ’80 sarebbe stata una cosa molto rock’n’roll ma non è proprio così. Giravano parecchi soldi e, non importa quanto bevessi o ti drogassi, se la facevi fuori dal vaso c’erano un manager e una casa discografica che ti rimettevano in riga e ti chiedevano il conto. Oggi, che di quattrini non ne girano più e anche musicisti che negli anni ’90 erano poco meno che semidei devono stare in tour tutto l’anno per non dover ripiegare su un tranquillo impiego come rider di Glovo, una scena del genere puzza solo di sfiga.

Non c’è niente di rock’n’roll. C’è un signore ormai ultraquarantenne che, evidentemente, ha guai con le dipendenze e ha messo nei casini tre dipendenti – tocca usare questo termine – infliggendo danni economici a loro e a tutto, diciamo, l’indotto, dato che oggi, con i dischi che non vendono più e le band che campano di live, organizzare una tournée in America Latina non deve essere proprio uno scherzetto. Roba che oggi può ammazzare una carriera, almeno per un po’. Perché non c’è più un’industria con le spalle larghe che è conscia di avere a che fare con materiale umano a volte incontrollabile ed è attrezzata per controllarlo. Sei fuori al freddo, e non quello del Blashyrk Mighty Ravendark. Se scazzi, cazzi tuoi.

Il motivo per cui ‘sta storia mi ha preso male è però un altro. Ovvero la perversa giustizia poetica che vede Abbath cadere vittima del suo meme e identificarsi in esso come un Richard Benson qualsiasi. Un discorso che puoi fare solo a un certo punto, ad esempio, per Varg Vikernes. Il buon vecchio Conte Grishnack, oltre ad essere tornato sulla piazza con due dischi della madonna come Belus e Fallen, seguiti da altri lavori di carattere più alimentare, aveva mantenuto una sua coerenza anche quando, sempre per ragioni alimentari, si era ridotto al ruolo un po’ triste di opinionista alt-right di mezza età, una specie di Stefan Molyneux neopagano. A tale proposito, devo confessare che la chiusura del canale Thulean Perspective deciso dalla polizia di YouTube mi ha assai addolorato. Ammetterete che i video dove spiegava che noi italiani siamo inesorabilmente negri erano imperdibili, così come meritavano le sue fantasiose interpretazioni della storia medievale. Poi ogni tanto, tra un delirio e l’altro, c’erano pure le volte in cui mi trovavo d’accordo con lui, chiaro. Del resto, come diceva Gaber, non ho paura del Burzum in sé, ho paura del Burzum in me.

Abbath è una faccenda diversa. Se l’ironia e i meme su Varg Vikernes sono tutti, in qualche misura, frutto di una forzatura o fraintendimento, Abbath ha finito per incarnare consciamente col tempo lo stereotipo di tutto ciò che nel black metal c’è di buffo. Il face painting, ahaha. I ghiacci, ahaha. Il boschetto della mia fantasia, ahaha. Io sui lati grotteschi del black metal ci scherzo da quando avevo quattordici anni, cosa che non mi impediva affatto, né mi impedisce oggi, di prenderne altri lati sul serio. Però, io che da ragazzino, invece di pensare alla fregna™, trascorrevo i pomeriggi consumando Pure Holocaust, potevo permettermi di scherzare su Abbath senza che ciò intaccasse la devozione che ho per gli Immortal. Tanta altra gente magari ha conosciuto prima i meme con l’husky o con il coniglio e poi si è ascoltata qualche pezzo di sfuggita.

Qua non mi sto dando all’elitismo grim & frostbitten di ‘sta ceppa, sto facendo una mera constatazione: arrivare all’Abbath musicista tramite il meme è diverso da arrivare ai meme dopo quindici-vent’anni che stai appresso ad Abbath musicista. È una premessa abbastanza banale, alla fine. E la domanda che mi pongo è altrettanto semplice: Abbath avrebbe potuto lanciare una carriera solista di successo se non fosse diventato appunto un meme, un simbolo di tutto ciò che viene percepito come buffonesco nel black metal?

Sì, magari i dischi li avrebbe fatti uscire lo stesso, chiaro. Ma non avrebbe potuto lanciare il concorso, in occasione dell’album nuovo, per truccarsi come lui. Non avrebbe portato la Season of Mist a lanciare un’edizione limitata con il kit per pitturarsi la faccia nella sua guisa. Non avrebbe messo in vendita ai concerti passamontagna che riproducevano il suo corpse paint. Non avrebbe fatto quella photo session londinese sulla falsariga di Abbey Road, che non avrebbe avuto senso se il suo personaggio non fosse stato percepito come… divertente. Ciò significa vendere il meme prima della musica. ‘sta cosa ci sta bene?

Abbath oggi è uno che campa anche su una macchietta nata quasi suo malgrado, a botte di condivisioni di fotomontaggi buffi e video come questo. I dischi sono pressoché contorno. E quei fotomontaggi e quei video li ho condivisi anch’io, anche con gente esterna alla scena per malintesi intenti autoironici. Su internet nessuno è innocente. Assistendo al patetico spettacolo di Buenos Aires, dovrei vedere l’uomo ma vedo il meme. E non riesco a non domandarmi se e quanto Abbath sia finito vittima di un personaggio, a modo suo redditizio, che senza internet non sarebbe mai nato. (Ciccio Russo)

6 commenti leave one →
  1. alexgorodoom permalink
    18 novembre 2019 11:01

    mai visto con gli immortal ma li vidi con i bombers che portava in giro i classici dei motorhead (dove sei finito country star?)
    mi piaceva l’idea di lui come semidio che aveva gli occhi di ghiaccio e la neve nel sangue ma quella sera dopo il concerto lo vidi solo come un buffone che andava in giro ad urlare “battles……battles in the north……ahhhhhhhhrghhh”
    purtroppo il black metal è passato anche da questo personaggio….
    peccato…mille punti valhalla piuttosto a demonaz che prima da solista e poi con gli immortali ha evitato di far cadere nel ridicolo lo storico monicker…..

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  2. 18 novembre 2019 12:01

    Mi addolora vedere Abbath ridotto a una macchietta di se stesso. Spero si rimetta in sesto al più presto, chieda scusa del brutto gesto fatto e ritorni a suonare black metal.

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  3. weareblind permalink
    18 novembre 2019 12:12

    Il video ridefinisce il concetto di “impietoso”.

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  4. Silver permalink
    18 novembre 2019 12:41

    Grande Ciccio, la citazione del boschetto della mia fantasia ha illuminato una giornata in cui sono medio. Riguardo abbath, alla fine le persone si rivelano per quel che sono…

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  5. 18 novembre 2019 15:16

    Richard Benson NON è uno qualsiasi ;-D

    Piace a 1 persona

  6. El Baluba permalink
    18 novembre 2019 19:43

    mah…per quanto ho amato gli Immortal, avevo già sgamato la vera natura del buon Abbath quando lo vidi al Wacken del 2001. Altro che Black Metal, mossette dall’inizio alla fine, ed una Unsilent Storm… massacrata senza pietà…dispiace per i turnisti più che altro

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