Avere vent’anni: VADER – Impressions in Blood

Quando scrissi dei vent’anni di Revelations e poi di The Beast, finii in entrambi i casi per parlare di Impressions in Blood, indicandolo come il capolavoro dei Vader. Adesso i vent’anni li compie lui e possiamo finalmente occuparcene come si deve. La sintesi è già quella: questo è il loro disco migliore, il classico dei classici, quello che consiglierei subito a chi non li avesse mai ascoltati. Ha una tenuta pazzesca, sia per come attraversa questi vent’anni sia per come tiene incollati dall’inizio alla fine. Quando finisce, viene subito voglia di ricominciare. Nel 2006 i Vader avevano ormai consolidato il passaggio a Dariusz “Daray” Brzozowski, che aveva già sostituito Doc su The Beast, due anni prima. La morte di Krzysztof “Doc” Raczkowski era arrivata nel 2005: Impressions in Blood fu quindi il primo album completo pubblicato dopo la sua scomparsa. Daray aveva già dimostrato di essere all’altezza di un’eredità pesantissima e qui fece una prestazione impressionante: velocità, precisione e una quantità di cambi e accenti che danno movimento anche ai passaggi più feroci. Con Peter e Mauser formava un nucleo di musicisti perfettamente affiatato, capace di far sembrare naturale anche questa continua esagerazione. Della formazione faceva parte anche il bassista Marcin “Novy” Nowak, accreditato sul disco, benché le parti di basso fossero state registrate da Peter.

La cosa migliore di questo disco sono le composizioni. Dentro ci sono riff, assoli, ripartenze, rallentamenti; tutto trova il suo spazio e contribuisce a rendere riconoscibile ogni canzone. I Vader avevano raggiunto un equilibrio formidabile fra la violenza del death e quel gusto thrash per il riff che prende immediatamente e fa muovere la testa. Anche quando accelerano fino a farti perdere il conto dei colpi, si sente sempre dove sta andando il brano. È una scrittura ricca, rifinita, con un senso delle proporzioni che rende questi trentasette minuti densissimi e facilissimi da riascoltare. Già ShadowFear mette insieme quasi tutto quello che serve, passando dalle tirate ai momenti più cadenzati con estrema facilità. Helleluyah!!! (God Is Dead) ha quel ritornello che viene da urlare anche da soli in macchina; Predator mostra quanto possano essere pesanti quando si prendono più spazio e lasciano crescere l’atmosfera. Poi arrivano le scariche di Warlords e Red Code e si riparte. La varietà è tutta interna al loro linguaggio ed è proprio questo che rende l’album così rappresentativo: qui si sente quanto fosse diventato ampio lo stile dei Vader. The Book è una conclusione meravigliosa, con un rallentamento e una ripartenza da gettarsi nell’armadio. Un capolavoro.

Anche il suono contribuisce tantissimo alla riuscita: la produzione degli Hertz Studio dà alle chitarre un peso enorme e alla batteria la definizione necessaria per seguirne il lavoro. Sopra tutto resta la voce di Peter, una delle più personali del genere, con quella cattiveria roca che tiene insieme l’intero disco. Potenza, chiarezza e brani: tutto al massimo. Con Impressions in Blood i Vader si confermarono fra i migliori superstiti di quel thrash-death cresciuto alla fine degli anni Ottanta, portandone l’energia e il gusto per l’aggressione a una maturità compositiva straordinaria. Il percorso che avevo difeso parlando dei due dischi precedenti arrivava qui al suo risultato migliore. Se ancora non li avete mai sentiti, cominciate da questo album. Subito. (Stefano Mazza)

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