Tre dischi estremi svedesi passati troppo inosservati trent’anni fa
GATES OF ISHTAR – A Bloodred Path
Il 1996 fu un altro anno d’oro, forse l’ultimo, per il death melodico svedese. I nomi di grido li conoscete tutti e li abbiamo approfonditi all’epoca su Avere vent’anni. Questa volta cercheremo di riportare in auge gruppi minori quasi del tutto dimenticati e che allora non avevamo trattato. Il motivo è presto detto: era un periodo talmente sovraccarico di uscite di livello eccelso che toccava per forza fare una cernita, tanto che io stesso sono arrivato a molte di queste band solo in un secondo momento. Come nel caso dei Gates of Ishtar che venivano da Luleå, profondo Nord della Svezia, e quindi erano tagliati fuori dall’area goteborghiana che stava facendo sfracelli su tutti i fronti. Credo di averli scoperti solo nella prima metà del nuovo millennio, quando trovai in un reparto dell’usato il loro esordio A Bloodred Path per Spinefarm, che è anche per quanto mi riguarda il loro apice assoluto. Una ricetta sonora in realtà semplicissima che fonde il death melodico dell’epoca con sfuriate black metal (sentitevi The Silence) che ricordano moltissimo i Naglfar del periodo di Vittra, per un connubio azzeccatissimo che purtroppo scorre in un lampo, il disco infatti dura poco più di mezz’ora, cover di I Wanna Be Somebody compresa (forse l’unica cosa un po’ rivedibile). Gli svedesi faranno altri due dischi, l’altrettanto superlativo Dawn of Flames e il conclusivo At Dusk And Forever che metto un gradino sotto gli altri due (non tanto per la musica in sé, quanto per la produzione piuttosto deficitaria) per poi sparire nel nulla. Si sono riformati comunque da poco per qualche sporadica data live e pare ci sia in lavorazione un nuovo Lp, staremo a vedere.
HYPOCRITE – Edge of Existence
Sempre nel giugno del 1996 esce un’altra piccola gemma di death metal melodico, il disco d’esordio degli Hypocrite intitolato Edge of Existence. Parliamo di un lavoro che forse più di tutti riassume al meglio quello che definiamo per comodità il No Fashion sound di metà anni 90, considerando inoltre che il bassista-cantante Johan Haller era uno dei due soci della storica label svedese. Anche qui vale lo stesso discorso fatto per A Bloodred Path: un classico death metal di scuola Goteborg ultramaideniano imbastardito da qualche puntatina black, complice anche la presenza dietro le pelli di Peter Nagy, meglio come conosciuto ai tempi come Draakh Kimera dei Mork Gryning. Nulla di particolarmente innovativo, ma è un lavoro che non ti stanchi mai di sentire dalla prima all’ultima nota, con quattro picchi assoluti quali la traccia omonima, Voices from the Dark Side, When I’m Gone (il riff al minuto 2.20 è goduria pura) e Forsaken by Christ. Uniche note stonate, il growling di Johan Haller che non è proprio il massimo e alcuni passaggi fuori sincrono (lo stesso Nagy a volte sembra un po’ andare per cazzi suoi). Per il resto Edge of Existence rimane tra le perle di quel periodo da riscoprire senza indugio.
SACRILEGE – Lost In The Beauty You Slay
Con I Sacrilege facciamo una piccola deroga, nel senso che il loro esordio Lost in The Beauty You Slay è stato pubblicato sì nel 1996 ma sull’archivio non viene specificato il mese, quindi facciamo finta che sia di giugno come i due dischi già trattati per inserire nel calderone pure questo. Parliamo dell’ex gruppo di Daniel Svensson, che ne era il principale compositore ed anche il cantante-batterista, lo stesso che decretò la fine della band entrando negli In Flames dopo la decisione di Björn Gelotte di mollare la batteria per la chitarra. I Sacrilege fecero comunque in tempo a pubblicare due dischi clamorosi, sia questo che il successivo The Fifth Season, e assolutamente non esagero se dico che ambedue avevano poco da invidiare ai vari The Jester Race o Whoracle. Dei tre gruppi di cui ho parlato infatti i Sacrilege sono quelli che ricordano più da vicino la creatura di Jesper Strömblad, complice anche la continua sovrapposizione di chitarre ipertaglienti tipica dei Fredman Studios, con la solita sensazione che ce ne siano cinque o sei quando invece sono solo solista e ritmica. L’unica differenza è la saltuaria concessione a sporadici riff di natura più black, un connubio che si traduce anche qui in brani di caratura altissima, come la splendida Frozen Thoughts, la quasi commovente Without Delight (madonna il ritornello) o Silence in Beloved Scream. La band purtroppo, nonostante il supporto di membri eminenti della scena (Tompa su tutti, che si esibirà in un paio delle loro rarissime date dal vivo), si sciolse nell’indifferenza generale proprio dopo l’abbandono di Svensson. Era previsto un nuovo disco nel 2007 che però non venne mai realizzato. Il mio consiglio, ad ogni modo, è di andare a riscoprire queste due piccole gemme, perché ne vale veramente la pena. (Michele Romani)


